Il manichino è un romanzo horror sudafricano scritto da S.L. Grey, che è lo pseudonimo di Sara Lotz e Louis Greenberg, è stato pubblicato per la prima volta nel 2011 ed è arrivato in Italia l’anno seguente, tradotto da Newton Compton.

La cosa curiosa è che ho trovato il romanzo nel mio armadietto dei libri da leggere — il celeberrimo scaffale della vergogna, ogni mese sempre più gonfio di romanzi non letti e disapprovazione — ma non ho memoria di avercelo messo. Pensavo di averlo lasciato a casa dei miei insieme a buona parte dei miei libri. Né in effetti mi ricordo di averlo comprato — ma qui stiamo parlando di eventi che devono essere accaduti cinque o sei anni fa, e io ho difficoltà a ricordare che cosa ho mangiato ieri a pranzo (zuppa di patate, bacon e cheddar: era deliziosa).

Beh, sta di fatto che Il manichino è saltato fuori in un periodo in cui avevo voglia di leggere horror, e vista la sua relativa brevità, di poco sotto le 350 pagine, ho deciso di farne la mia nuova lettura concluso Sleeping Beauties di King Padre & Figlio.

il-manichinoOra, la prima cosa che salta agli occhi tenendo in mano il libro è la tagline. Non il “non guarderete mai più una vetrina nello stesso modo!”, ma quella scritta poco sotto il titolo, tutta in maiuscolo: “UN GRANDE THRILLER”. La questione è che Il manichino è un thriller se usiamo la definizione secondo cui thriller è una storia che suscita emozioni si trepidazione e suspense. Perché a conti fatti la trepidazione e la suspense — e, perfino più di queste, il raccapriccio e lo straniamento — presenti in questo romanzo sono di carattere soprannaturale, e questo dovrebbe far rientrare il romanzo nel genere horror. A onor del vero, in quarta di copertina ci viene detto che Il manichino è “UNA SORPRENDENTE MISCELA DI HORROR, FANTASY E THRILLER” che è decisamente la definizione più appropriata. A ogni modo, non ho intenzione di lamentarmi più di tanto dell’edizione italiana (a parte un paio di frasi tradotte troppo letteralmente — ”L’ennesimo colpo di Dan Brown e tutti quanti diventano lettori” — ho poco da lamentarmi per un romanzo rilegato che mi è costato neanche dieci Euro) è solo un piccolo dettaglio stonato.

Ciò non toglie che la storia di Il manichino sia prettamente horror, con abbondanti spunti weird soprattutto nella seconda metà. Come il titolo inglese (The Mall) suggerisce, la vicenda si apre in un centro commerciale di Johannesburg. Una donna, Rhoda, ha appena perso di vista il bambino a cui stava facendo da babysitter. Di lei sappiamo subito che ha un accento straniero (scopriremo in seguito che è britannico), che è una tossica, e che è una tipina gradevole come calpestare dell’acqua coi calzini. Dopo una rocambolesca fuga dalle guardie di sicurezza del centro commerciale, Rhoda realizza che l’unica persona che potrebbe aiutarla a ritrovare il bambino è Daniel, il nostro secondo protagonista, giovane e apatico impiegato della libreria in cui il bambino si trovava prima di svanire.

Da quel momento comincia una ricerca disperata che porta Rhoda e, contro la sua volontà, Daniel ad addentrarsi nelle viscere del centro commerciale, dove cominciano ad accadere strani eventi, e si rendono conto di essere inseguiti — non dalla sicurezza, ma da qualcosa di molto peggio. Come se ciò non bastasse, cominciano a ricevere entrambi strani e sconclusionati sms, che li invitano a prendere parte all’imminente giorno di mercato.

Presto, Rhoda e Daniel riemergono in un altro centro commerciale, simile solo in apparenza a quello che si sono lasciati alle spalle a Johannesburg, e si ritrovano in una strana realtà di commessi incatenati ai banconi, clienti grotteschi e deformi, e, ovviamente, di acquisti a ciclo continuo, pena la morte.

Il manichino è essenzialmente diviso in tre parti: il viaggio di Rhoda e Daniel nelle viscere del centro commerciale, il loro arrivo nell’“altro” centro commerciale, e la loro fuga. Il tutto in trenta capitoli narrati dalla soggettiva alternata dell’uno e dell’altra protagonista. La prima delle tre parti si legge tutta d’un fiato. È pura suspense e vede Daniel e Rhoda costretti a superare una serie di pericoli e sfide mano a mano sempre più mortali. Poi arriviamo all’altro centro commerciale, dove la componente weird del romanzo prende il sopravvento. Qui il ritmo rallenta un po’, ma è perché bisogna cercare di raccapezzarsi con quello che sta succedendo e cercare, se possibile, di dare una spiegazione logica a quel posto. La terza parte, di cui non entro nei dettagli per evitare di spoilerare, è quella in cui il ritmo si perde un po’, per lo meno fino al climax finale.

Rhoda e Daniel sono due protagonisti interessanti che, dopo l’iniziale diffidenza, realizzano che se vogliono sopravvivere hanno bisogno l’una dell’altro e sono costretti a collaborare. Formano una buona squadra e, a dispetto dei primi due capitoli, dove Rhoda sembra la persona più odiosa del mondo e Daniel un moscio senza spina dorsale, mano a mano che li si conosce, finiscono per risultare simpatici.

Infine, altro grande protagonista del romanzo, c’è l’“altro” centro commerciale. Ricordate quando all’inizio della recensione ho blaterato di generi letterari, di thriller e horror? Ecco, sarebbe un errore ignorare l’aspetto marcatamente satirico di Il manichino. Perché non venite a dirmi che non c’è qualcosa di profondamente satirico in un centro commerciale in cui i commessi sono legati con una catena al loro posto di lavoro, i clienti sono costretti a comprare ininterrottamente, e tutti sono sottoposti al volere di un’onnipotente e onnipresente Direzione.

Tutto sommato, Il manichino è un buon romanzo horror, qualcosa che non si vede spesso nelle librerie italiane — dove purtroppo il genere sembra essersi ridotto a Stephen King e l’occasionale ristampa dei racconti di Lovecraft e Dracula. È qualcosa di decisamente diverso dal solito e una lettura ad alto tasso di intrattenimento.

Il che mi porta al rovescio della medaglia. Sebbene abbia visto definire Il manichino un romanzo autoconclusivo, non sono granché d’accordo. Nel senso che, sì, la vicenda di Rhoda e Daniel ha un inizio, una parte centrale e una fine, e il conflitto si risolve nelle trecento e passa pagine del romanzo. Ma c’è anche la questione che, a libro terminato, c’è ancora sete di risposte. Per lo meno, io ho avuto sete di risposte, ma magari sono stato l’unico. Volevo disperatamente sapere che cos’era l’altro centro commerciale, perché si manifestava, perché la Direzione faceva quello che faceva e fino a dove arrivavano i suoi tentacoli. Tutto questo non è rivelato nel romanzo. Ora, non sto dicendo che ogni libro, per considerarsi autoconclusivo, debba rispondere nel minimo dettaglio a ogni piccolo interrogativo. Ci sono eccellenti romanzi che fanno del non dare risposte alle domande dei lettori il loro punto di forza, specialmente nell’horror (perché il terrore più grande è quello dell’ignoto).

Quello che forse non sapevate è che Il manichino ha due seguiti, intitolati The Ward e The New Girl. Ora, per lo meno a giudicare dalle rispettive sinossi, nessuno dei due libri sembra continuare le vicende di Rhoda e Daniel, perché entrambi presentano due nuove coppie di personaggi e sono ambientati rispettivamente in un ospedale e in una scuola. Nei due seguiti, però, l’altro centro commerciale si espande fino a diventare un intero mondo, il Downside che dà il nome alla trilogia, una grottesca perversione del nostro mondo. E questo è a mio avviso molto, ma molto interessante.

Il problema è che, mentre Il manichino è uscito in Sudafrica nel 2011 e pubblicato in Italia nel 2012, della traduzione italiana dei due seguiti, disponibili in inglese rispettivamente dal 2012 e 2013, non si ha alcuna traccia. Sono passati ormai oltre cinque anni, e penso proprio che quella di S.L. Grey sarà un altra delle troppe serie interrotte che non vedranno mai la fine qui da noi.

Questo però non deve fermarvi dal dare un’occhiata a Il manichino, che è leggibile (e godibile) anche come romanzo a sé stante, e che rappresenta una diversione interessante da quel piattume in cui ha finito per imbrigliarsi l’horror in vendita in Italia.

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