È passato qualche mese da quando ho terminato la lettura di Il sortilegio del serpente, quarto episodio del Ciclo di Death Gate di Margaret Weis e Tracy Hickman, e ancora non sono ben sicuro di cosa pensare al riguardo. Ma visto che in questo momento è sabato mattina, e che mi sono svegliato troppo presto per l’ora in cui sono andato a dormire ieri sera, ho un po’ di tempo libero per mettere in ordine i miei pensieri.

In Il sortilegio del serpente seguiamo Haplo e Alfred su Chelestra, il mondo del mare, una sorta di pianeta-oceano dove l’acqua è respirabile. Sul pianeta, il quarto dei quattro mondi creati dai Sartan in seguito alla Spartizione, ossia la distruzione del mondo primigenio e la sua ricostruzione in quattro mondi che, in teoria, avrebbero dovuto lavorare in simbiosi l’uno con l’altro, le strade di Haplo e Alfred si dividono.

Haplo si ritrova a interagire con i mensch (le razze non-Sartan e non-Patryn) di Chelestra, nella fattispecie un gruppo di giovani mensch formato dalla nana Grundle, l’elfa Sabia e l’umana Alake. I mensch di Chelestra risiedono in relativa armonia su zone di terraferma all’interno dell’acqua respirabile del pianeta oceano che vengono chiamate lune marine, ma di tanto in tanto sono costretti a migrare da una luna a un’altra per via di periodici fenomeni di glaciazione. Proprio al momento di una di queste migrazioni, i mensch vengono attaccati da una razza di serpenti marini. Questi serpenti, o draghi-serpente, come li chiama Haplo, dopo aver sconfitto i popoli umani, nani ed elfici, pretendono da loro la consegna degli eredi delle famiglie reali, cioè proprio Grundle, Alake e Sabia. I leader dei mensch, però, sono intenzionati a rifiutare questo scambio di ostaggi, così le tre giovani decidono di sacrificarsi offrendosi di loro spontanea volontà ai serpenti. È nel sottomarino che usano a tale scopo che le loro strade si incrociano con quella di Haplo.

Alfred, invece, riesce su Chelestra a fare qualcosa che non era riuscito a fare su nessuno degli altri mondi visitati in precedenza: ricongiungersi ai Sartan suoi simili. E non dei Sartan qualsiasi (come considero quelli che ha incontrato su Abarrach), perché quelli che risiedono nel mondo d’acqua sono comandati niente meno che da Samah, capo del Consiglio dei Sette e quindi leader di tutti i Sartan superstiti. La relazione tra Alfred e Samah è però complicata dai molti segreti che il capo del Consiglio dei Sette custodisce, e anche dal fatto che, lentamente, Alfred si sta innamorando di Orla, che di Samah è la moglie.

I Sartan superstiti, i mensch migranti e i draghi-serpente sono ovviamente destinati a incontrarsi (e scontrarsi), con conseguenze epocali sia per il mondo di Chelestra, sia per i nostri eroi Haplo e Alfred.

Una delle prime critiche che ho mosso ai romanzi del Ciclo di Death Gate, già a cominciare da L’ala del drago, era che i personaggi apparivano troppo monodimensionali. E forse è ancora vero per quelli che qui compaiono di passaggio, posto che ho trovato Grundle e la sua banda per lo meno interessante, anche se non completamente sviluppata a livello di caratterizzazione, ma di certo non è un discorso che si può più fare per quelli che ormai sono i due protagonisti della serie, ossia Haplo e Alfred. Già a partire da Mare di fuoco avevamo assistito a una loro evoluzione, ma a mio avviso è in questo libro più che nel precedente che i due personaggi cominciano veramente a maturare. E ciò non avviene nell’interazione l’uno con l’altro ma, molto più interessante, nell’interazione dell’uno con il proprio passto. Già nel prologo troviamo Haplo alle prese con un dilemma: informare o no Xar, il signore del Nexus, di quanto scoperto sulla necromanzia durante il suo viaggio su Abarrach? Per Haplo sfidare in questo modo il suo signore non è affatto cosa da poco, e non importa poi molto che Xar gli estorca quello che Haplo gli ha tenuto nascosto con la forza, perché ormai il seme è stato piantato.

Lo stesso si può dire per Alfred, che finalmente si imbatte in Sartan in carne e ossa, e scopre che il tempo da lui trascorso accanto agli umani su Arianus lo ha reso in qualche modo diverso dalla sua gente, che è rimasta avvolta in un sonno magico sin dal tempo della Spartizione.

Chelestra è un altro mondo molto interessante, che ho trovato creativo e originale — senza contare il fatto che, sole migrante a parte, è decisamente il più ospitale di quelli incontrati fino a questo momento. Nel bene e nel male tutti i quattro mondi visitati finora in questa serie hanno mostrato un qualche aspetto di originalità, perfino Pryan, il mondo di fuoco di La stella degli elfi, anche se in apparenza poteva sembrare solo un generico mondo-jungla. L’idea di un pianeta oceano con un sole all’interno che migra lasciando periodicamente determinate zone nella morsa della glaciazione è di per sé molto memorabile. E anche la cultura delle varie razze di mensch che su Chelestra vivono è tutto sommato ben escogitata. Quello di Il sortilegio del serpente non sarà il miglior worldbuilding che ho mai letto, ma è un buon worldbuilding.

Più di ogni altro romanzo del ciclo letto fino a questo momento, Il sortilegio del serpente mi sembra non si perda in storie secondarie (la guerra tra elfi e umani di L’ala del drago, la spedizione commerciale di La stella degli elfi, l’esodo di Mare di fuoco) più del dovuto, e l’attenzione della storia rimane focalizzata su Haplo e Alfred, dedicando il dovuto tempo a Grundle e alle vicissitudini dei mensch, e nulla più. In Il sortilegio del serpente, inoltre, vegono alla luce segreti che gettano una nuova luce sui Sartan e su ciò che avvenne ai tempi della Spartizione e della creazione dei quattro mondi, del Nexus e del Labirinto.

Il che significa anche che lo stesso Ciclo di Death Gate sta attraversando quella che possiamo chiamare “fase due”: terminata l’esplorazione dei quattro mondi derivanti dalla Spartizione, è arrivato il momento di concentrare la nostra attenzione su quello che è sempre stato il conflitto latente della storia, ossia quello tra Sartan e Patryn, sul signore del Nexus e sui suoi piani di conquista.

Il sortilegio del serpente è un romanzo che fa da ponte tra la prima fase del ciclo e quella che spero (e immagino) sia la seguente. È un buon romanzo, probabilmente non il mio preferito della serie, ma di gran lunga nemmeno il peggiore.

Il problema è che, dopo averlo concluso, non sono andato avanti a leggere i successivi capitoli della serie. E mi domando perché. Forse perché la diversità è il sale della vita e mi ero stufato di leggere uno in coda all’altro dei romanzi che, in fin dei conti, sono solo delle generiche avventure fantasy. Forse perché mi era venuta voglia di leggere altro e quell’altro era Jonathan Strange & il signor Norrell e Jonathan Strange & il signor Norrell ha completamente ammazzato la mia voglia di leggere per il resto dell’anno passato. Forse perché ho notoriamente lo span di attenzione di un pesce rosso e mantenere lo stesso livello di interesse per sette romanzi uno in fila all’altro era pretendere troppo. Forse per altri motivi. Sta di fatto che scrivendo questa recensione mi è tornata la voglia di riprendere in mano il Ciclo di Death Gate e concluderlo, e quindi forse, almeno per me, non è stato tempo sprecato.

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