È quasi marzo e, come ogni anno dal 1929, l’Academy of Motion Pictures Arts and Science presenterà i suoi premi Oscar ai migliori film dell’anno appena trascorso. Il 2017 è stato considerato da più parti un brutto anno per i film, ma più che altro perché i blockbuster che hanno floppato al box office sono stati superiori a quelli che hanno avuto successo. Dal punto di vista dei film indipendenti o di nicchia, che è quello che a me interessa di più, si potrebbe definire quella appena trascorsa un’annata interessante. Non a caso, dei film candidati all’Oscar per il miglior film dell’anno, solo uno (Dunkirk) ha un budget che supera i cinquanta milioni di dollari, mentre gran parte degli altri (sette, se escludiamo The Post), sono costati dai trentacinque milioni di dollari in giù, con Chiamami col tuo nome ad avere il budget più piccolo.

Ma al di là del denaro spiccolo, che pure è quello che manda avanti la baracca, il 2017 ha visto uscire nei cinema molti film interessanti che, per un motivo o per l’altro, sono stati esclusi dalle politiche dei premi Oscar e, pur meritandolo, non hanno ricevuto nemmeno una nomination.

Come l’anno scorso, anche quest’anno ho deciso di stilare una top 10, basata sul mio insindacabile parere, di quei film che l’Oscar non si è filato neanche di striscio. A differenza dell’anno scorso (e del 2013), però, mi preme puntualizzare che quattro dei film che considero i migliori dell’anno — Chiamami col tuo nome (#1), Tre manifesti a Ebbing, Missouri (#2), Dunkirk (#3) e Coco (#4) — hanno ricevuto il giusto riconoscimento da parte dell’Academy e che quindi non faranno parte di questa lista. Pertanto, non si tratta di un elenco dei migliori film dell’anno passato, ma solo di quelli esclusi dagli Oscar.

10) La mort de Louis XIV

Cominciamo questa classifica barando. Nel senso che non sono del tutto sicuro che La mort de Louis XIV possa considerarsi un film del 2017 perché è stato presentato al festival di Cannes ed è uscito nei cinema del suo paese d’origine, la Francia, nel 2016. Però ho deciso di piegare un po’ le regole che mi sono autoimposto e inserirlo lo stesso. E tutto per una ragione molto semplice: pur trattando di un evento molto semplice, La mort de Louis XIV, è un dramma straordinariamente ipnotico sulla fragilità umana e sul fare i conti con la propria mortalità.

Il film, come il titolo suggerisce, racconta la storia della morte del re di Francia Luigi XIV, e lo fa focalizzandosi con insistenza proprio sul sovrano durante la lunga agonia dei suoi ultimi giorni. Per la maggior parte del film siamo in una stanza poco illuminata, opprimente, in compagnia di Luigi XIV (interpretato alla perfezione da Jean-Pierre Léaud) e dei suoi medici. Della corte e dei personaggi che in essa gravitano si fa menzione, qualche comparsata occasionale, ma non è la politica francese a essere il fulcro del film, bensì la presa di consapevolezza della propria fragilità da parte di quello che, ai tempi, era l’uomo più potente del mondo.

Avrebbe meritato di vedere di striscio: Miglior attore protagonista (Jean-Pierre Léaud), miglior fotografia.
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9) Patti Cake$

Patti Cake$ è la storia di una rapper bianca e in sovrappeso, Patricia Dombrowski, detta Dumbo, Patti Cake$, Killa P, e una miriade di altri modi, che cerca di sfondare nel mondo della musica per sfuggire a una vita di povertà nel New Jersey e al suo rapporto conflittuale con la madre, che a sua volta in passato era stata una cantante di discreta fama.

Se messo così può suonare come tantissimi altri film sull’argomento, da 8 Mile a Hustle & Flow, Patti Cake$ ha quella marcia in più che è costituita dalla sua protagonista, Patti, interpretata da Danielle Macdonald, che riesce a infondere tutta la pellicola di un’energia irresistibile (e questo anche senza sapere che non solo Danielle Macdonald è australiana e non americana, ma soprattutto non è nemmeno una rapper, come avevo erroneamente pensato durante la visione). E a me l’hip hop nemmeno piace, per dire.

Avrebbe meritato di vedere di striscio: Miglior attrice protagonista (Danielle Macdonald), miglior canzone (Tuff Love).
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8) The Transfiguration

The Transfiguration è un film particolare. Presentato come un film sui vampiri, in realtà è la storia di Milo, un adolescente che proviene da una realtà di povertà e violenza, che è ossessionato dalla figura del vampiro. Ma è solo quando nella sua vita fa la sua comparsa la giovane Sophie, anche lei col suo bel carico di problemi, che per Milo i confini tra realtà e fantasia iniziano a sfumare, sino a sfociare nella tragedia.

Si tratta del film d’esordio del regista Michael O’Shea, che è riuscito a partecipare nella sezione un certain regard del festival di Cannes, un’impresa praticamente impossibile per un esordiente. In effetti O’Shea stesso racconta che ha dovuto telefonare ad amici di amici di amici per scoprire come mai il più importante festival cinematografico del mondo non avesse ancora rifiutato il suo film. La fascinazione di Cannes con The Transfiguration è presto spiegata: è un film a tinte fosche al cui centro c’è una spietata disamina dell’alienazione e dell’ossessione, resa ancora più inquietante dal fatto che essa avvenga non nella psiche di un adulto, ma in quella di un ragazzino di tredici anni.

Avrebbe meritato di vedere di striscio: Miglior attore protagonista (Eric Ruffin).
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7) Wind River

Da quando è esploso qualche mese fa, l’effetto Weinstein ha fatto vittime illustri. Quella che meno si meritava di pagarne le conseguenze non è James Franco ma questo piccolo film di Taylor Sheridan, uno degli ultimi a essere stati prodotti da Weinstein e, in quanto tale, nascosto sotto il tappeto come qualcosa si cui ci si vergogna. Il che è un peccato, perché Wind River è un thriller molto interessante e suggestivo, quasi un western che sostituisce al deserto dell’Arizona la neve di una riserva indiana del Wyoming nel pieno di uno spietato inverno, diretto da James Sheridan, già acclamato sceneggiatore di Sicario e Hell or High Water.

La storia segue Hawkeye e Scarlet Witch (Jeremy Renner e Elizabeth Olsen), rispettivamente agenti del Fish and Wildlife Service e dell’FBI, impegnati a indagare sullo stupro e l’omicidio di una donna nativa americana lasciata congelare nella gelida notte invernale della riserva indiana di Wind River. Il film, che pure lui è stato presentato al festival di Cannes (cominciate a intravedere un pattern?) è ispirato dallo sconcertante fatto che le statistiche sul numero di persone scomparse negli Stati Uniti sono mantenute per ogni singolo gruppo demografico a eccezione delle donne native americane, il cui numero resta sconosciuto. A seguito dello scandalo Weinstein, Sheridan ha preteso e ottenuto che gli introiti della distribuzione in DVD e on demand venissero indirizzati, anziché alla compagnia di produzione, all’Indigenous Women’s Resourse Center. Questo però non è stato sufficiente a dissociare il film dal suo produttore, e forse per questo Wind River è passato inosservato al momento della stagione degli awards.

Avrebbe meritato di vedere di striscio: Miglior sceneggiatura originale.
Titolo italiano: I segreti di Wind River
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6) Colossal

Io posso capire che Colossal non sia un film per tutti, dopotutto è contemporaneamente un dramma romantico e un film di kaiju, ma personalmente l’ho trovato unico e creativo. La storia è quella di Gloria (Anne Hathaway) una giovane donna con problemi di alcolismo che dopo essere stata lasciata dal fidanzato fa ritorno al paese natale, dove riallaccia i rapporti con Oscar (Jason Sudeikis), un amico d’infanza. Nel frattempo un gigantesco kaiju comincia a devastare le strade di Seoul, e Gloria non ci mette molto a capire che il suo legame con il kaiju è più stretto di quanto non sia lecito (e logico) immaginare.

L’aspetto che più mi ha colpito di Colossal è la sua originalità nel panorama dei film usciti l’anno scorso. Ha preso due generi che in apparenza non c’entrano niente l’uno con l’altro e li ha uniti con una discreta dose di successo. Certo, la spiegazione del perché e del per come il kaiju esista e sia collegato a Gloria è un po’ sciocca e avrei preferito fosse stata omessa, ma il film è comunque qualcosa di innovativo e originale.

Avrebbe meritato di vedere di striscio: Migliori effetti speciali.
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5) Brigsby Bear

Di Brigsby Bear (e qui lasciamo Cannes e cominciamo con i film del Sundance) mi ha linkato il trailer un mio amico dicendomi che era il genere di film che piace a me. E ci aveva visto giusto. Decisamente il miglior film con Mark Hamill uscito nel 2017, Brigsby Bear è la storia di James e della sua ossessione con un programma per bambini intitolato, appunto, Brigsby Bear. Quando le condizioni della sua vita cambiano drasticamente e all’improvviso, e Brigsby Bear con esse, James realizza che l’unico modo per chiudere con il passato e adattarsi alla sua nuova esistenza consiste proprio nel dare un finale alle avventure di Brigsby Bear.

Se non ci avete capito niente leggendo la trama non preoccupatevi. In parte perché mi sono trattenuto dallo scendere nei dettagli per evitare ogni genere di spoiler. E poi perché Brigsby Bear è quel genere di film imprevedibile che dopo i primi dieci minuti prende una direzione del tutto opposta e poi fa un altro giro di 180° e poi un altro e un altro ancora. È un film che non solo trasuda amore per la settima arte, ma è anche una toccante storia sull’arte come modo di reagire alle avversità della vita. Brigsby Bear è una piccola gemma che aspetta solo di essere scoperta.

Avrebbe meritato di vedere di striscio: Miglior sceneggiatura originale.
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4) God’s Own Country

Chiamami col tuo nome è il chiaro vincitore del titolo di film gay dell’anno, ma se ci fate caso la storia è abbastanza universale e il sesso dei protagonisti è più o meno incidentale. Come per Prima dell’alba, i due protagonisti avrebbero potuto essere un uomo o una donna o due donne e poco sarebbe cambiato. Ecco, questo non accade in God’s Own Country, dove i protagonisti sono due uomini e non avrebbe potuto essere in altro modo.

God’s Own Country è la storia di Johnny Saxby (Josh O’Connor), un giovane dello Yorkshire che ha sacrificato gli studi per aiutare il padre (Ian Hart) nell’azienda agricola di famiglia dopo che questi è rimasto vittima di un ictus. Va da sé che Johnny è abbastanza frustrato dalla situazione, e ad aggiungere carne al fuoco c’è il fatto che tenta di tenere nascosta alla famiglia la sua omosessualità. Ebbene, un giorno, dato che è cominciata la stagione dell’agnellatura, arriva alla fattoria Gheorghe (Alec Secareanu), un bracciante rumeno. Ben presto Johnny e Gheorghe si trasferiscono nella parte dei pascoli più lontani dalla fattoria per sorvegliare gli animali… e non indovinerete mai cosa succede dopo! Per come va questo genere di film, God’s Own Country era veramente bello, sebbene avessi provato subito una certa diffidenza al riguardo, perché, andiamo, è la storia di un rozzo agricoltore che si innamora di un bracciante rumeno, suvvia. Invece non c’era un singolo cliché, gli attori erano tutti fantastici e, a quanto ho capito, tutte le schifezze relative agli animali che si vedono nel film (parti, scuoiature, quella cosa che metti la mano guantata nel retro della mucca) sono tutte vere e realizzate dagli stessi attori — che magari per voi non è chissà che, ma per me che sono abbastanza schizzinoso è qualcosa degno di nota.

Avrebbe meritato di vedere di striscio: Miglior attore (Josh O’Connor), miglior attore non protagonista (Alec Secareanu), miglior attore non protagonista (Ian Hart), miglior regista (Francis Lee), miglior fotografia, miglior sceneggiatura originale.
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3) Logan Lucky

Ah, Steven Sodebergh, magnifico bastardo. Quando aveva annunciato che Dietro i candelabri avrebbe segnato la fine del suo lavoro dietro la macchina da presa, nessuno ci aveva veramente creduto. Ma abbiamo dovuto aspettare quattro anni per vedere il ritorno di Steven Sodebergh alla regia. E che ritorno.

Logan Lucky è un heist movie di stampo molto classico, se non fosse che i protagonisti non sono i damerini in giacca e cravattino di Ocean’s Eleven, ma una tripletta di fratelli colletti blu (Channing Tatum, Adam Driver e Riley Keough), che propongono a un detenuto (Daniel Craig) un elaborato piano per commettere un furto durante una gara automobilistica alla Charlotte Motor Speedway. E il risultato è fantastico, puro intrattenimento, perché non solo i protagonisti di Logan Lucky non hanno l’eleganza e lo charme di quelli di Ocean’s Eleven, ma non ne possiedono nemmeno i mezzi. Immaginatevi un film del colpo grosso classico che più classico non si può, ma con all’interno quel tanto di MacGyver da renderlo unico. A questo uniteci il tocco personale e l’umorismo di Steven Sodebergh e, voilà, ecco il film che continuerò a consigliare a destra e a manca finché ai miei interlocutori non sanguinano le orecchie (insieme a Kiss Kiss Bang Bang).

Avrebbe meritato di vedere di striscio: Miglior regista (Steven Sodebergh), miglior attore non protagonista (Daniel Craig), miglior sceneggiatura originale.
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2) Good Time

Good Time è un film che francamente sono sorpreso di dover inserire in questa lista, perché ci sono talmente tante cose eccellenti al suo interno che mi sembra strano non abbia ricevuto nemmeno una nomination agli Oscar. Ma tant’è. Seconda fatica dei fratelli Safdie, Good Time è la storia di Connie (Robert Pattinson), che dopo una rapina andata a male deve cercare di salvare il fratello ritardato dalle mani della polizia. Nel corso di una lunga notte che assume i toni di una tragica odissea, Connie continuerà a finire dalla padella alla brace e si imbatterà in una serie di personaggi le cui vite finirà per rovinare, tutto nel disperato tentativo di fare, per sé stesso e suo fratello, la cosa giusta.

Good Time è una cavalcata, un film dal ritmo serrato perfetto in quasi ogni suo aspetto. Robert Pattinson dà quella che credo sia la performance migliore di tutta la sua carriera, che avrebbe dovuto proiettarlo di diritto nella cinquina dei migliori attori nominati all’Oscar (al posto di Denzel Washington o magari Daniel Kaluuya), ma il resto del cast non è da meno, a partire dalla giovanissima Taliah Webster, fino a Jennifer Jason Leigh e perfino Benny Safdie, già coregista e montatore del film, che interpreta il fratello di Connie e che, a film terminato, mi sono onestamente sorpreso di scoprire che non è afflitto da ritardo mentale. Tutti gli altri aspetti del film sono eccellenti, dal costante uso di primi piani (tratto tipico dei fratelli Safdie), alla fotografia al neon, fino all’aspra colonna sonora a base di sintetizzatore. Perché questo film non sia osannato come uno dei migliori dell’anno, onestamente, per me resta un mistero.

Avrebbe meritato di vedere di striscio: Miglior film, miglior attore (Robert Pattinson), miglior attrice non protagonista (Taliah Webster), miglior sceneggiatura originale, miglior fotografia, miglior colonna sonora, miglior montaggio, miglior regista (Josh e Benny Safdie).
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1) A Ghost Story

E chiudiamo con il mio film preferito dell’anno appena trascorso tra quelli che non hanno ricevuto nemmeno una candidatura all’Oscar, ossia l’indipendentissimo A Ghost Story. Se avete letto i film che lo precedono in questo post, o avete controllato il vincitore della classifica dello scorso anno, sapete che ho un debole per i film unici e particolari, e quest’anno il più unico e particolare è A Ghost Story, girato da Daniel Lowery (nell’intervallo tra Elliot il drago invisibile e l’imminente Peter Pan) in gran segreto e con un budget di soli 100.000 dollari. È il film in cui l’attore principale, Casey Affleck, riconoscibilissimo e fresco di premio Oscar, è coperto da un rudimentale costume da fantasma per la quasi totalità del tempo (eppure riesce a esprimere emozioni e sentimenti in maniera quasi ipnotica). È il film che ha al suo interno una scena in cui Rooney Mara, ripresa in piano sequenza, mangia per intero una torta per dieci minuti — e durandone circa novanta il film, significa che il 10% è occupato dalla scena in cui Rooney Mara mangia una torta.

Si tratta di una riflessione sull’amore e sul tempo, sulla futilità dell’esperienza umana e sul significato che siamo noi a conferirle. E, sì, posso capire che il film non sia per tutti i gusti (e anche molti di quelli che lo hanno apprezzato hanno detto che il monologo che c’è verso la fine era ridondante), eppure a mio avviso l’esistenza di qualcosa come A Ghost Story in un mondo di Star Wars e film Marvel è qualcosa di meraviglioso, perché A Ghost Story è quel genere di film che esiste solo perché c’è gente che ama fare cinema anche quando questo comporta prendersi dei rischi.

Avrebbe meritato di vedere di striscio: Miglior film, miglior attore (Casey Affleck), miglior attrice (Rooney Mara), miglior fotografia, miglior sceneggiatura originale, miglior canzone (I Get Overwhelmed).
Trailer

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