Se siete cresciuti a pane e romanzi fantasy è probabile che conosciate il nome di R.A. Salvatore, quando anche che non abbiate letto qualcuno dei suoi romanzi. A partire dal 1988 (e in Italia dal 1991, anno della sua pubblicazione con Armenia) è stato autore di ben trenta romanzi che hanno per protagonista l’elfo scuro Drizzt Do’Urden, con un trentunesimo, il primo di una nuova trilogia, in attesa di essere pubblicato nel corso di quest’anno.

Ma dato che il massimo del fantasy che ho letto negli anni Novanta sono stati i libri game di Lupo Solitario, non ho alcuna dimestichezza con il R.A. Salvatore scrittore. Lo conosco, però, come il worldbuilder dietro a Kingdom of Amalur: Reckoning, un videogioco di ruolo a cavallo della linea che separa il generico dall’interessante e che ha avuto poca fortuna sul mercato. In pratica quello che so di R.A. Salvatore è che è l’epitomo di un certo tipo di fantasy che a me non ispira granché, perché troppo influenzato da Sotterranei & Viverne.

Ma poi ho visto che di recente è uscito un nuovo romanzo di Salvatore, intitolato Child of a Mad God, e ho pensato, perché non verificare da me anziché lasciarmi guidare dal pregiudizio?

Quello che non sapevo prima di iniziare la lettura era che Child of a Mad God fa in realtà parte di un secondo universo narrativo creato da R.A. Salvatore sul finire degli anni Novanta, quello di Corona, che già si compone di due trilogie intervallate da un romanzo ponte, e una terza serie di quattro romanzi. Ma il semplice fatto che io sia venuto a sapere solo incidentalmente che Child of a Mad God fa parte di un universo che già conta undici romanzi scritti tra il 1997 e il 2010 la dice lunga sulla sua autoconclusività.

Beh, in realtà Child of a Mad God non è propriamente autoconclusivo — anzi, si tratta proprio di uno dei suoi principali problemi, ma ne parliamo in seguito — però è possibile iniziare a leggerlo senza conoscenza pregressa di quanto è avvenuto negli undici romanzi precedenti e la storia si capisce senza problemi.

Ciò detto, Child of a Mad God è la storia di una ragazza, Aoleyn (non Aloy, se in seguito mi capitasse di scrivere Aloy è perché c’è qualche similitudine superficiale con Horizon Zero Dawn e anche perché, lo sapete, sono refuso-man), che vive in una tribù di barari legati da rigide e brutali tradizioni. Orfana sin da bambina, Aoleyn viene allevata da una strega che fa parte della confraternita delle donne depositarie del potere magico chiamato “la canzone di Usgar”, che rende i guerrieri della tribù imbattibili sul campo di battaglia.

La tribù in cui Aoleyn è solita fare prigionieri durante i suoi raid e tenerli come schiavi. Tra questi schiavi c’è una donna incinta che dà alla luce un figlio maschio proprio al suo arrivo nelle terre della tribù. Una schiava con un figlio maschio è un problema, perché è pratica comune eliminarli prima che raggiungano l’età adulta per evitare che diventino un problema. Per cui la donna escogita un piano: far passare il figlio per stupido, di modo che non costituisca un problema agli occhi della tribù.

Nel corso degli anni, Aoleyn, crescendo, comincia a realizzare che forse le brutali regole del mondo in cui è cresciuta non fanno per lei mentre nello stesso tempo scopre di avere una particolare affinità con la canzone di Usgar. Ed è proprio a quel punto che stringe un’amicizia con il giovane schiavo, che tutti chiamano Thump; un’amicizia che potrebbe rivelarsi molto pericolosa se venisse scoperta dagli altri membri della tribù, specialmente quelli che hanno messo gli occhi su Aoleyn in virtù della sua forte affinità con la magia.

Child of a Mad God è un fantasy molto classico, esattamente il genere di libro che mi aspettavo di leggere da qualcuno che per trent’anni ha scritto romanzi di Sotterranei & Viverne. Nel senso che aspetti come world building e caratterizzazione sono molto semplici, la trama procede per vie abbastanza lineari, ed è presente un abbondante quantitativo di vivide scene d’azione.

Ho letto da più parti che questo romanzo viene descritto come dark e brutale, ed è un aspetto su cui mi trovo d’accordo. La società in cui vive Aoleyn, fatta di norme tribali, marcata separazione dei due sessi con il suo corollario di violenze, schiavitù e guerra costante, appartiene in effetti più al filone del dark fantasy che non, come mi aspettavo, a un pastiche di Sotterranei & Viverne. Ciò detto ho trovato la violenza descritta nel romanzo crudele, ma appropriatamente crudele, anche se ci sono stati alcuni punti (la scena di uno stupro, in particolare) che non sono stati di facile lettura.

Va da sé che Salvatore ha cercato di essere topico per quanto riguarda il conflitto di genere che Aoleyn, in quanto femmina e sottomessa, è costretta a sopportare. E devo dire con un po’ di sorpresa che non ha fatto un brutto lavoro. Pecca forse di un po’ troppa semplicità, ma risulta nonostante tutto efficace.

D’altro canto ho avuto come la sensazione che R.A. Salvatore non sia uno scrittore così sofisticato né particolarmente abile. Ho apprezzato l’uso dell’ironia in alcuni punti (ad esempio, nella sequenza che segue lo stupro che menzionavo sopra), ma tutto sommato lo stile di Salvatore non mi ha convinto granché. C’erano troppe frasi fatte, specialmente nei dialoghi, e un’abbondanza di esclamative nella narrazione che a me proprio non piacciono perché le trovo indice di immaturità.

Ma probabilmente il peggior difetto del romanzo è che è il primo di una trilogia, e si sente. Con questo voglio dire che, sì, c’è una storia che ha un inizio e una fine, e c’è un conflitto principale che vede la sua risoluzione, ma ciò nonostante l’intero romanzo mi ha dato l’impressione di un disporre i pezzi sulla scacchiera per l’eccitante e inevitabile seguito. Ad esempio c’è la storia di un personaggio, che per le centinaia e centinaia di pagine del libro fino alla sua conclusione non fa assolutamente niente di rilevante o incisivo. Suppongo che si rivelerà importante nel corso del resto della serie, ma per il momento mi è sembrato di leggere solo una lunga origin story che spezzava il ritmo della storia più interessante, ossia quella di Aoleyn. E questo non significa, comunque, che anche la storia di Aoleyn non si sia presa il suo bel tempo per arrivare alla parte succosa, eh. Perché, in effetti, più di tutto questo romanzo ha un problema di ritmo — non quello delle scene d’azione o della loro frequenza, ma il ritmo stesso con il quale avanza la trama, che è francamente troppo lento.

Tutto sommato Child of a Mad God si è rivelato un romanzo mediocre che ha fatto dell’essere parte di una serie, anziché il proprio punto di forza, una debolezza. Nonostante questo, si intravede qualcosa di interessante nell’ambientazione e nei personaggi, che magari potrebbe perfino spingermi a leggerne il seguito. Magari potrebbe anche essere interessante recuperare gli altri romanzi della serie DemonWars, anche se attualmente non è una mia priorità, e la coda di lettura è già lunga che non avete idea.