All’inizio di quest’anno mi è tornata voglia di leggere qualche romanzo giallo. Ma non il solito giallo classico all’inglese stile Agatha Christie (della quale credo tra l’altro di aver già letto ogni singolo romanzo, alcuni dei quali più di una volta), John Dickson Carr, Anne Perry, o men che meno Arthur Conan Doyle (i cui gialli, per quanto fondamentali per la nascita e lo sviluppo del genere, a me non sono mai piaciuti).

Ho deciso, visto che siamo nell’anno del signore 2018, di espandere un po’ di più i miei orizzonti e di affrontare la lettura di qualcosa che, in passato, non avevo mai avuto a portata di mano, ovvero romanzi gialli provenienti da luoghi che non erano la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. Non che prima questi non esistessero, s’intende, solo che li percepivo come lontani dai miei interessi, perché per me il giallo era il maniero in campagna, il gruppo di gentiluomini e gentildonne, il delitto magari nella camera chiusa, e il monologo dell’investigatore alla presenza di tutti i sospettati.

Per cui perché non partire dal Giappone?

Tenete conto che, prima di imbarcarmi in questa esplorazione, l’unico romanzo afferente al genere della narrativa del mistero giapponese in mio possesso era una copia ingiallita di Un bacio di fuoco di Masako Togawa, pubblicata nel 1993 all’interno della collana Il giallo Mondadori. Un volumetto che, per qualche imperscrutabile ragione, odora di borotalco — e di cui non ho mai intrapreso la lettura. Perché non cominciare da quello, dunque?

Perché si parte con le basi. Uno non inizia a leggere gialli classici all’inglese partendo da Colin Dexter o P.D. James. Si può farlo, ma per una lettura informata sarebbe meglio partire dalle basi, dagli Arthur Conan Doyle e le Agatha Christie. E non c’è niente di più simile a un capostipite, nella narrativa del mistero giapponese, di Edogawa Rampo.

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Edogawa Rampo non nasce in un vuoto letterario, comunque. Se leggete tre volte di seguito abbastanza velocemente il suo nome, che in realtà è uno pseudonimo, magari vi salta all’occhio l’autore occidentale del quale è un tributo. E sono proprio i maestri occidentali ai quali Edogawa Rampo si ispira per scrivere, nel 1923, quello che è considerato il primo moderno racconto del mistero giapponese, Ni-sen dōka, tradotto in La moneta di rame da due Sen.

Nel corso della sua carriera, Edogawa Rampo scrive molti romanzi e racconti, una gran parte dei quali incentrata sulla figura dell’investigatore privato Kogoro Akechi, personaggio che deve moltissimo allo Sherlock Holmes di Conan Doyle. Il problema è che in Italia di questi romanzi ne sono stati pubblicati solo due, e al momento solo uno, La belva nell’ombra, è disponibile per l’acquisto su Amazon.

uc99Un posto dove non mi aspettavo di trovare Edogawa Rampo è in un volume della collana Urania. Eppure il numero 99 della collana Urania collezione, L’inferno degli specchi, è proprio dedicato ad alcuni dei suoi racconti brevi. Fa strano perché, per la maggior parte, i racconti della raccolta sono decisamente di genere giallo, con l’unica eccezione che potrebbe essere Il bruco (e quello che dà il titolo all’antologia), ma anche lì non ne sono del tutto sicuro. Sono storie brevi del mistero, più che altro. C’è un buon quantitativo di suspense, ma non si tratta di quella tensione soprannaturale dell’horror (che ogni tanto Urania pubblica, mascherandolo da fantascienza).

Non tutti i racconti contenuti in L’inferno degli specchi sono memorabili, ma si tratta tutto sommato di una buona lettura, dalla quale emerge l’influenza di Edgar Allan Poe su Edogawa Rampo.

Tra tutti senza dubbio il migliore è La sedia umana, che già era stato pubblicato all’interno di un’antologia del 1976 intitolata Oltre le tenebre. La sedia umana è forse uno dei migliori racconti di suspense — e uno dei migliori racconti in generale — che mi sia mai capitato di leggere. Forse non ha gli ingarbugliamenti metatestuali di Segni e simboli di Vladimir Nabokov, né il peso simbolico di Quelli che si allontanano da Omelas di Ursula K. LeGuin (che sono in assoluto i miei due racconti brevi preferiti), ma mai, nemmeno con Lovecraft, Poe e Stephen King, mi è mai capitato di leggere qualcosa che fisicamente mi facesse accapponare la pelle.

Sul serio, andatevi a recuperare L’inferno degli specchi e leggete La sedia umana, è un ordine.

Ma per quanto interessante, L’inferno degli specchi non è, a conti fatti, il giallo giapponese che stavo cercando. C’erano anche altri autori sui quali avevo messo gli occhi, come ad esempio Yukito Ajatsuji e Arisu Arisugawa. L’unico problema è che le uniche traduzioni che esistono dei loro romanzi sono in inglese — e sono ben lontane da potersi definire complete.

68052k-w74a5h93In mio soccorso è inaspettatamente arrivata l’editrice Giunti che non so per quale strano caso del destino ha pubblicato proprio di recente Gli omicidi dello zodiaco di Soji Shimada. E un aiuto ancora più inaspettato mi è arrivato poco dopo da Amazon, perché mentre ricontrollavo la pagina del romanzo, interrogandomi per l’ennesima volta se prendere il paperback a 16 Euro o l’ebook a 10, ho visto che anziché a 9.99€ l’edizione digitale era listata a 0.99€. Ancora non so se si sia trattato di una promozione flash o di una disattenzione da parte dello stagista della Giunti (sorry bro), fattostà che finalmente sono entrato in possesso di un romanzo giallo giapponese come volevo io.

In Giappone i romanzi gialli di stampo classico li chiamano suiri shōsetsu, ovvero narrativa del mistero deduttiva. Perché si tratta di un gioco intellettuale, un enigma deduttivo che l’autore, con estrema onestà, sottopone al lettore, e dove il bello sta proprio nel ragionamento che porta alla soluzione.

In Gli omicidi dello zodiaco per due volte l’autore — vale a dire Soji Shimada in persona, non il protagonista che funge da narratore e da suo alterego — interrompe la storia per dirti, caro lettore, che da questo punto in poi ti ho dato tutti gli indizi per capire chi è l’assassino, ci sei arrivato? Dai che è facile. Il che mi ha fatto sentire un po’ stupido, perché io mica l’avevo capito chi era l’assassino alla fine della fiera. E so che è una cosa che capitava anche nei romanzi di, mi pare, Ellery Queen, almeno in quelli più vecchi, ma è stata la prima volta che mi sono trovato davanti un autore che interrompe il suo romanzo per dire al lettore, allora, svelato il mistero?

Gli omicidi dello zodiaco si apre con la confessione di un uomo, Heikichi Umezawa, artista benestante ed eccentrico, che ha pianificato di uccidere le figlie e le nipoti per creare, con pezzi dei loro corpi, una creatura perfetta attraverso un rituale mistico. Ebbene le ragazze effettivamente vengono uccise — ma questo accade parecchi giorni dopo che lo stesso Heikichi è stato trovato assassinato all’interno sel suo studio. Uno studio, naturalmente, chiuso a chiave dall’interno e circondato da un giardino innevato. A cercare di sbrigliare la matassa ci provano, quarant’anni dopo, nel 1979, un astrologo con la passione per l’investigazione di nome Kiyoshi Mitarai e il suo amico (nonché nostro narratore) Kazumi Ishioka.

E per la stragrande maggioranza del tempo il romanzo consiste in Kazumi e Kiyoshi che, seduti in una stanza, sviscerano il caso Umezawa, analizzano i fatti, propongono teorie e se le smontano a vicenda.

È un gioco che coinvolge i due personaggi tanto quanto il lettore, e bisogna prestare attenzione ai resoconti degli eventi, leggere e rileggere la lista dei personaggi (perché i nomi giapponesi sono difficili da memorizzare e contestualizzare), consultare le mappe e i diagrammi (ce ne sono), magari perfino prendere appunti. Non è una lettura da fare con superficialità, a meno che non vogliate finire come me e fallire nel vostro compito di indovinare chi è l’assassino.

Il che è una strana sensazione. Perché, sì, nella mia vita ho letto centinaia di gialli e indovinato forse una decina di colpevoli, a stare abbondanti. Ma con Gli omicidi dello zodiaco la storia mi sembra diversa.

Non mi ricordo da che parte, ma avevo letto (o sentito, forse la mia fonte era un video su Youtube), che ciò che differenzia un videogioco da una qualsiasi altra forma di intrattenimento narrativo (un film, un libro, un fumetto), è che solo il videogioco ti punisce per non essere bravo in quello che fai. L’unica eccezione che, ai tempi, mi era venuta in mente era costituita dai Librigame, che però gioco ce l’avevano nel nome.

Un romanzo giallo come Gli omicidi dello zodiaco non ti punisce per essere pessimo nel gioco d’intelletto che presuppone l’attenta lettura per la risoluzione del mistero, non è che il libro smette di essere leggibile se, una volta incontrata la prima delle due note dell’autrice, la risposta che il lettore dà alla domanda “allora, hai risolto il mistero” è negativa. Ma è come se lo facesse, perché una volta giunti allo spiegone finale si scopre che per davvero la soluzione era lì davanti ai tuoi occhi e, porca miseria, è un po’ ingarbugliata e parecchio bizzarra ma ci sarei potuto arrivare se solo mi fossi impegnato un filino in più. Che è qualcosa di abbastanza interattivo, se ci pensate, perché il godimento che si trae dalla lettura del romanzo non dipende in questo caso dal romanzo in sé ma dal modo in cui lo si legge.

Ora, non so proprio se sentirò ancora parlare del giallo deduttivo giapponese, perché l’offerta italiana è più che misera e quella in lingua inglese non è di molto più fornita. Il libro della Shimada, per dire, è stato pubblicato in Giappone nel 1981, tradotto in inglese nel 2004 ed è arrivato da noi nel 2017. Nel mentre la Shimada ha scritto altri ventisette romanzi con protagonista Kiyoshi Mitarai e sono più che certo che, salvo imparare il giapponese, non avrò mai l’opportunità di leggerli.

Io posso capire che Gli omicidi dello zodiaco non sia un romanzo per tutti. Di sicuro non è il genere di romanzo del mistero che al momento va per la maggiore sul mercato. Ma si tratta senza ombra di dubbio di qualcosa di diverso dal solito che vale la pena sperimentare.

(Also sia messo agli atti che sono consapevole dell’uso di scrivere i nomi giapponesi mettendo il cognome prima del nome proprio, cosa che ho volutamente omesso di fare con il preciso intento di far inalberare i jappiminkia.)