Nel leggere e recensire i primi quattro romanzi del ciclo di Death Gate uno dei miei commenti più ricorrenti è stato senz’altro che va bene il world building e gli sporadici indizi che ciascuno forniva sul passato dei Sartan, ma alla fine della fiera si trattava di quattro avventure didascaliche con un inizio e una fine ben precise, che portavano i protagonisti della serie a esplorare uno dopo l’altro i quattro mondi creati dai Sartan dopo la Spartizione.

In La mano del caos, non essendoci più mondi da esplorare, doveva per forza di cosa succedere qualcosa che portasse avanti la storia di Haplo e del suo signore, Xar lord del Nexus, il primo Patryn a essere sfuggito dal terribile labirinto in cui l’intera razza era stata imprigionata dai Sartan.

Questo è accaduto, ma non è stato esattamente emozionante come mi immaginavo.

Dopo un breve preludio a Chelestra, seguiamo Haplo al Nexus, dove informa Xar delle sue avventure sino a quel momento e, soprattutto, della reale minaccia dei draghi-serpente. Xar però non gli crede del tutto, o finge di non farlo, e lo incarica di una nuova missione: riportare il giovane Bane su Arianus, dove riattiverà il Kicksey-winsey, l’imprevedibile macchina che fornisce acqua alle isole fluttuanti del pianeta d’aria. Tutto questo mentre Xar partirà alla volta di Abarrach per imparare i segreti della necromanzia Sartan.

Prima di partire, però, Haplo incontra il mago arteriosclerotico Zifnab (ricordate Zifnab?) che gli dà sostanzialmente il quest log per gli eventi futuri: la donna con la quale Haplo aveva avuto una relazione (menzionata se non erro due libri fa) si trova ancora nel Labirinto, e non è tutto, poiché da questa relazione è nato un figlio. Ma prima che Haplo si butti a capofitto a cercarlo, Zifnab lo esorta a completare la sua missione su Arianus e riattivare il Kicksey-winsey.

Intanto, con tutte queste chiacchere sul riattivare il Kicksey-winsey, che cosa succede su Arianus? Ebbene, non ci crederete, ma il Kicksey-winsey si è disattivato — per la prima volta nella storia — e l’altrettanto basito Limbeck, il nano che abbiamo visto diventare più o meno volontariamente il capo di una rivolta contro la sudditanza della sua razza agli elfi delle isole superiori, è convinto che i responsabili di questo inatteso sviluppo siano proprio gli elfi.

Così, quando Haplo e Bane varcano ancora una volta la Porta della Morte per adempiere al piano del signore del Nexus, si ritrovano, di volta in volta, a dover fare i conti con gli elfi del Kicksey-winsey, gli elfi dell’Imperanon, e con molti dei personaggi che hanno animato le pagine del romanzo che ha aperto la serie, L’ala del drago.

Dunque, La mano del caos doveva essere il romanzo in cui lo schema ripetitivo dei quattro che l’hanno preceduto doveva spezzarsi, per iniziare la “fase due” della serie. Ma non mi è sembrato fosse del tutto così. Più che altro, La mano del caos assomiglia a un sequel (per non dire “scimmiottamento”) di L’ala del drago, improntato a risolvere le storie che Hickman e Weis avevano lasciato là in sospeso piuttosto che proseguire la macro-storia della serie. Le uniche cose davvero fondamentali che abbiamo imparato alla fine di questo romanzo, e che sono rilevanti ai fini di comprendere il quadro generale, sono che Xar è andato su Abarrach per imparare la necromanzia e che Haplo ha un figlio prigioniero del Labirinto. Il romanzo mette anche in chiaro una volta per tutte, qualora non si fosse prestata attenzione agli eventi di Il sortilegio del serpente, chi è il vero antagonista della storia, oltre a enfatizzare il tema della serie, che è in sostanza “l’unione fa la forza”, e a porre le basi per il due seguiti conclusivi.

Il punto debole di questo romanzo, a mio avviso, è sostanzialmente uno: i personaggi. E, no, non mi riferisco alla mia lamentela ricorrente che la caratterizzazione dei due autori non è la più sofisticata che si può leggere in giro. Il problema è che il cast di La mano del caos è un po’ palloso con la tendenza allo sgradevole. Bane è intollerabile, non perché palesemente malefico, ma perché la gente che lo circonda sembra essere ignara della sua malvagità da cattivo dei cartoni animati, i nani non sono migliorati dalla loro precedente apparizione e sono protagonisti di quasi tutti i momenti in cui il ritmo del romanzo rallenta e ristagna, Iridal non è categoricamente un personaggio ben sviluppato, al punto che la sua personalità mi è sembrata addirittura incostante e soggetta a una continua serie di sbalzi. Perfino Haplo, che pure è tutto fuorché piatto, e subisce una marcata evoluzione psicologica, soffre per via dell’assenza di Alfred. Ecco, l’assenza della dinamica Haplo-Alfred (per ragioni di trama) è uno dei miei rimpianti maggiori a libro ultimato.

Il che però non significa che La mano del caos non presenti anche aspetti positivi. Ho già menzionato la maturazione psicologica di Haplo poco sopra ma la reitero. Ancora più che dopo gli eventi su Abarrach, qui Haplo sembra evolvere come personaggio e inizia a mettere in discussione quella che, all’inizio della serie, era una cieca obbedienza al suo signore.

E a proposito di Xar, signore del Nexus, questo romanzo ce lo mostra come qualcosa di più che un generico Evil Overlord da fantasy di derivazione post-tolkeniana. A tal punto che si scorge perfino un tentativo di razionalizzare le sue motivazioni che, una volta spiegate, in effetti, si rivelano essere logiche e coerenti, per quanto possano esserlo le motivazioni di un antagonista, s’intende.

E poi, sapete cosa? Sì, in questo libro compare di nuovo Zifnab e, sì, in passato ho odiato a tal punto Zifnab che è la sola ragione per cui La stella degli elfi si è beccato due stelline anziché tre su Goodreads. Ma qui non è nemmeno così irritante.

In ogni caso, avevo immaginato La mano del caos come il romanzo in cui cominciava la sintesi dei vari fili narrativi iniziati nei primi quattro capitoli della serie. Così è stato ma solo in parte. In alcuni punti la storia ha evidenti problemi di ritmo e personaggi, ma dove questi elementi vengono risolti con più criterio tutto fila che è una meraviglia, riuscendo addirittura a redimere personaggi che ho detestato in loro precedenti apparizioni. Tutto ciò però non riesce a cancellarmi dalla mente l’idea che La mano del caos sia solo un’introduzione a nuovi temi e situazioni che verranno sviluppate e (si spera) risolte nei due romanzi rimanenti. Questo al punto da domandarmi se questa serie, al di là dell’escamotage dei primi quattro libi, per cui in ognuno si esplorava un mondo post-Spartizione, non si sarebbe potuta declinare meglio in una pentalogia o addirittura una trilogia.