Immaginate di essere a campeggiare nei boschi insieme a un amico. È notte e, poco prima di mettervi a dormire, sentite dei rumori strani provenire dalla vegetazione intorno a voi. Potrebbe essere un animale, o altre persone. È un suono che non riuscite per bene a catalogare. Il vostro amico si fa coraggio e vi dice: “Vado a controllare”. E si addentra nel bosco fino a che non riuscite più a seguirlo con gli occhi. Passano i minuti, poi addirittura le ore, e il vostro amico ancora non ritorna. Cominciate ad allarmarvi, perché è notte nella foresta e migliaia di cose potrebbero andare storte. Ma proprio quando avete finalmente vinto le vostre ritrosie e vi siete decisi ad andare a cercarlo, eccolo che ritorna. Il vostro amico. Solo che qualcosa sembra non essere normale, in lui. Certo, quella persona che vi trovate davanti è uguale al vostro amico e parla con la voce del vostro amico… ma c’è come un prurito alla base del cervello che vi dice che, no, quello che vi trovate davanti non può essere il vostro amico. E dubitate anche che sia umano. Ciò nonostante, il vostro weekend di campeggio nei boschi si conclude. Voi e il vostro “amico” dovete tornare a casa.

Oppure immaginate di svegliarvi all’improvviso e scoprire subito dopo che non riuscite a muovervi. È quasi l’alba e voi siete prigionieri del vostro corpo. Già questo basterebbe a terrorizzare chiunque, ma poi vi rendete conto che nella periferia del vostro campo visivo c’è qualcuno. Non una persona, ma il simulacro di una persona. Una creatura fatta d’ombra e vuoto, senza connotati, troppo alta e allampanata per essere un essere umano. La figura d’ombra incombe su di voi. Appena riuscite a trovare la forza di muovere gli occhi nella sua direzione, però, la figura d’ombra si dissolve nel nulla. E a voi rimane solo la consapevolezza che qualcun’altro si trovava nella stanza con voi.

Queste due storielle sono un adattamento a opera del sottoscritto delle più comuni “esperienze” che si possono leggere sul web riguardo a incontri con, rispettivamente, skinwalker e shadow people. Si tratta di due tipologie di quelle che potremmo chiamare creature soprannaturali che in anni recenti hanno guadagnato una certa popolarità nel reame delle leggende urbane. Shadow people e skinwalker hanno però origini e spiegazioni ben diverse.

Quelli che oggi identifichiamo come skinwalker sono in realtà una bastardizzazione di una figura presente nel folklore navajo, chiamata yee naaldlooshii, termine che identifica uno stregone in grado di assumere la forma di un animale, in genere un coyote. La connotazione dello skinwalker è negativa all’interno della cultura navajo, verosimilmente perché è antitetica ai valori della comunità, in quanto una perversione della magia “buona” di sciamani e guaritori.

Degli skinwalker e delle leggende che li riguardano, però, si sa davvero pochissimo, perché il popolo navajo è estremamente riluttante a condividere e discutere certi aspetti della loro cultura con altre persone. In effetti, quello che sappiamo degli skinwalker — o meglio, quello che crediamo di sapere al riguardo — ci deriva da autori non-navajo, e la creatura che assume l’aspetto di qualcuno a noi conosciuto in maniera quasi perfetta, è completamente diversa da quella del folklore navajo. Il che non significa che non sia assolutamente terrificante — in particolare l’idea che basti il semplice atto di pensare a uno skinwalker per attirarlo a sé.

Per quanto riguarda gli shadow people, la figura è stata popolarizzata all’interno di un programma radiofonico statunitense dedicato al paranormale. Sebbene vengano spesso descritti come minacciosi nelle storie che gli riguardano, non c’è un consenso riguardo al fatto che gli shadow people siano entità malevole. Sono stati, di volta in volta, identificati come minacce, protettori, guardiani, spiriti, o semplici abitanti di una dimensione parallela alla nostra con cui per puro caso entriamo in contatto visivo.

La spiegazione del fenomeno in questo caso è più semplice e razionale. Dal momento che molti degli “avvistamenti” di shadow people avvengono in concomitanza di eventi di paralisi del sonno (come quello all’inizio), è probabile che gli shadow people non siano altro che un prodotto del cervello durante tali situazioni. Oppure si tratta di semplice istinto di conservazione. In situazioni di estrema emotività il nostro cervello è in guardia e ci segnala possibili pericoli che lo mettono in allarme (che magari pericoli non sono), come ad esempio un’ombra che potrebbe essere una figura umana ma che probabilmente non lo è. O potrebbero essere dei Gengar, ma questo ci porterebbe a parlare di Lavandopoli e dei fenomeni paranormali che la riguardano e magari è meglio evitare.

Quello che personalmente trovo affascinante (e terrificante) riguardo a skinwalker e shadow people, al di là del fatto che abbiano saputo ritagliarsi in tempo relativamente breve un angolino terrificante nel panorama di leggende urbane e creepypasta, è che spaventano nel miglior modo possibile, nel senso che non fanno paura per quello che sono, ma per quello che potrebbero essere. Stai parlando con il tuo amico o con una creatura soprannaturale che ne sta indossando la pelle? E quell’ombra è semplicemente una zona di buio o una finestra sugli abitanti di un’altra dimensione?

L’horror funziona quando a spaventarti è quello che non vedi, quello che non puoi spiegare, quello che potrebbe essere. Perché se non sai cos’è che ti sta minacciando, o non lo comprendi, non puoi nemmeno sconfiggerlo. È il terrore nel senso lovecraftiano del termine, quello per l’ignoto.

shadow

Come avevo anticipato in precedenza, skinwalker e shadow people mi sono serviti da ispirazione per l’elemento soprannaturale di Abbiamo sempre vissuto in riva al lago. Questo non vuol dire che nella storia compaiano skinwalker e shadow people (almeno uno dei due, in quanto leggenda navajo, sarebbe stato parecchio fuori posto in un racconto ambientato in Lombardia), ma mi sono servito di entrambe queste figure per costruire qualcosa d’altro.

Abbiamo sempre vissuto in riva al lago è la storia di una casa abitata per generazioni dalla stessa famiglia, delle ragioni che hanno spinto i suoi abitanti a restare in quel luogo, e di che cosa succede quando uno dei suoi membri decide di allontanarsene. E scusatemi se sono criptico in questa microsinossi, ma non voglio lasciarmi prendere dall’entusiasmo e spoilerare più del dovuto.

Vi basti sapere, per ora, che la storia richiedeva un elemento soprannaturale. Un “mostro”. E al momento sono skinwalker e shadow people che mi mettono inquietudine. Magari ci sarebbe un più ampio discorso da fare su come le figure del “folklore urbano” nate da creepypasta su internet abbiano soppiantato quelle più tradizionali nell’età dell’informazione, ma è un’impresa per la quale non mi sento equipaggiato al momento.

C’è una scena, nel climax del primo atto di Abbiamo sempre vissuto in riva al lago, che solo a scriverla mi ha messo un’ansia terribile. Mi prudono i polpastrelli sulla tastiera dalla voglia di parlarne in dettaglio, ma non voglio rovinarvi la sorpresa qualora decidiate di leggere la storia. Sta di fatto che non mi era mai successo di provare ansia per qualcosa che io stesso ho scritto (mentre lo scrivevo, per di più) ed è stata un’esperienza abbastanza singolare.

La ragione è che gran parte della storia è stata scritta a notte fonda, a causa dell’insonnia. Fuori dalla finestra — aperta a causa del piccolo anticipo d’estate delle settimane passate — la città era silenziosa. La casa buia, le ombre ovunque. Ora, quando avevo forse dodici o tredici anni, ho avuto un piccolo incidente a scuola e, per farla breve, mi è finito il manico di una forbice nell’occhio sinistro. Al pronto soccorso hanno detto che ho una piccolissima lesione e, in effetti, quando sto in posti troppo luminosi o guardo fisso la luce, dopo vedo una sorta di serpentino nero fluttuare ai margini del mio campo visivo.

E lo so che è una microlesione all’occhio. Ma ciò non toglie che, dopo aver fissato abbastanza a lungo lo schermo di un pc, la macchietta nera ai margini del mio campo visivo si ripresenta. E nel pieno della notte, da solo in casa, nel silenzio della città addormentata, mentre sto scrivendo roba che mi mette ansia, potete ben scommetterci che è sufficiente perché il mio cervello si metta in allarme annunciandomi che, da qualche parte in sala alle mie spalle, c’è una creatura d’ombra che incombe su di me. Istinto di conservazione. Lo so. Ma anche sapendolo viene difficile scrollarsi di dosso quell’altra spiegazione.

D’accordo. Per oggi ho sproloquiato abbastanza. Abbiamo sempre vissuto in riva al lago è ancora in fase di revisione ed editing, ma il tutto procede a gonfie vele, sono molto soddisfatto di quello che ho scritto e ho già limato le parti che non mi convincevano appieno dopo la prima stesura. Per cui confermo che, idealmente, la data di pubblicazione resta la fine di questo mese.

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