Qualche mese fa ho guardato Agente Lenny Caution: Missione Alphaville di Jean-Luc Godard, ma alla fine ho lasciato perdere dopo una quarantina di minuti. Di solito mi sforzo di finire i film (così come i libri) che comincio, per lo meno per poter dire che non mi è piaciuto con cognizione di causa, ma nel caso di Alphaville proprio non ce l’ho fatta. Eppure, oh, è un film di Godard, una voce fondamentale nella storia del cinema.

La questione è che ho capito quello che il film stava cercando di dirmi. È solo che, messa giù molto semplicemente, non era cosa per me. Ma la mia opinione, ovviamente, non rende Alphaville un brutto film — né tantomeno un film noioso o inguardabile. Ci sono moltissime cose che oggettivamente possono essere apprezzate di Alphaville — i piani sequenza, l’utilizzo degli angoli più modernisti di Parigi come setting per una distopia futura, nonché il livello dell’improvvisazione nei dialoghi.

Sta di fatto che a me non è piaciuto.

È più o meno lo stesso discorso che posso fare con la terza entry della cavalcata italiana del mese di giugno: l’antologia Animali di Lorenzo Crescentini.

Il libro sono andato a prendermelo al salone di Torino. Devo anche aver fatto una figura barbina con l’editore (il signor Watson o chi in quel momento stava al banchetto) perché ero arrivato al padiglione 4 con il preciso intento di visitare lo stand della Watson Edizioni e acquistare il libro di Crescentini, solo che arrivato là mi sono improvvisamente dimenticato sia il titolo sia il nome dell’autore. Al che quando il signor Watson mi ha chiesto se stavo cercando qualcosa in particolare, devo avergli risposto qualcosa senza senso, perché ero impegnato a ricordarmi che libro ero venuto lì per comprare.

Ad attirarmi, in origine, era stata la sinossi. Si parlava di due creature che si evolvono e si inseguono dall’inizio dei tempi. Di un pianeta perfetto per ospitare la vita, ma apparentemente deserto. Di una dea che si risveglia per accogliere il primo visitatore su un mondo lontano. Di creature metalliche avvistate nei pressi della centrale di Chernobyl. Di un bambino terrorizzato al pensiero che qualcosa abbia preso il posto della madre. Di un tirannosauro in una stazione spaziale. Di scienziati che scoprono tra i ghiacci una letale specie preistorica.

Molti di questi sono concept immediatamente interessanti. Soprattutto, inutile negarlo, quello del tirannosauro sulla stazione spaziale. Perché suvvia.

Eppure a fine lettura il risultato è che gran parte delle storie non mi sono piaciute, o comunque non mi hanno lasciato granché. Ciò tristemente include quella del tirannosauro sulla stazione spaziale.

Questo però non vuol dire che i racconti in questa antologia siano brutti. Fatemi mettere ancora una volta le mani avanti. Di solito cerco di essere il più possibile oggettivo quando recensisco qualcosa, ma questa è una recensione soggettiva e personale, per prendetela come tale (ignoratela, se volete). Da un punto di vista oggettivo c’è poco che non vada in loro. Sono scritti con una buona prosa, partono da e sviluppano idee interessanti, e mostrano tutta l’intelligenza e la sensibilità del loro autore. So che a livello oggettivo questa antologia dovrebbe piacermi, ma a livello soggettivo ciò non accade. Ed è per questo che ho cominciato questo post parlando di Alphaville, perché Animali un po’ me lo ricorda: non è un brutto libro, è solo che a me non è piaciuto.

Che poi ciò non vuol dire che non abbia trovato racconti che non ho apprezzato. Lavori in corso, che parla di un uomo che un giorno si sveglia con due piedi destri, è di gran lunga il mio preferito, seguito a ruota da I corridori, che è quello delle creature meccaniche a Chernobyl. Ho apprezzato Quel nome era Evoc, la storia delle due creature che si inseguono dall’inizio dei tempi, e Milla, quello della dea che si risveglia per accogliere il primo visitatore sul suo mondo lontano.

Ci sono alcune storie di fantascienza di alto profilo, per così dire, che mi hanno ricordato un po’ Ted Chiang. Tra queste senza dubbio i primi racconti dell’antologia, Enana in particolare, e Un’introduzione alla meccanica delle cronofaglie. C’è military sci-fi, in due storie, Gli scavatori e I corridori, ambientate nello stesso universo. E c’è il puro e semplice horror, in cui ho sentito l’influenza di Stephen King, di La cosa che non è sua madre.

Penso che il mio personale problema con Animali è che molte delle storie sono ok, ma sono anche quel tipo di storie che dimentico immediatamente a fine lettura. Non chiedetemi, ad esempio, di cosa parlano gli ultimi tre-quattro racconti. Alcune storie non mi hanno dato molto in questo senso perché, a mio avviso, Crescentini ha la tendenza di essere più criptico del necessario. Che è il suo stile, per carità, ma lo vedo come qualcosa di più adatto a un romanzo, che non agli spazi ristretti di un racconto breve. È imperativo, a mio avviso, in un racconto, dare al lettore il prima possibile quelle informazioni che non ci sarebbe nulla di male a centellinare in un romanzo o una novelletta.

Poi c’è la questione che in almeno un caso Crescentini ha osato troppo poco. Ora, gran parte di questa recensione è una reazione soggettiva alla lettura di un’antologia di cui oggettivamente dovrei avere poco di negativo da dire, e il mio compito non è quello di dire a uno scrittore come fare il proprio mestiere, specialmente quando ha a che fare con la trama e i temi di una storia. Però. C’è un racconto, La cosa che non è sua madre. È quello che parla di un bambino che sospetta che una creatura (demoniaca? aliena? entrambe?) abbia preso il posto di sua madre dopo che i suoi genitori sono stati coinvolti in un incidente d’auto. A causa di questo il suo comportamento diventa sempre più erratico e paranoico. E poi ci sono quelle scene quasi oniriche in cui la creatura che ha preso il posto della madre si rivela al bambino, e lo fa in modo orribile e traumatico. Ecco, mentre leggevo ho pensato: questa è una storia su un bambino che viene abusato dal proprio genitore e si inventa la creatura che abita il corpo della madre per venire a patti con il suo trauma. Che avrebbe aggiunto qualcosa in più all’orrore, rendendo eccellente una buona storia. Ma invece così non è stato. Oh, magari non era il genere di storia che Crescentini voleva scrivere, ed è un suo sacrosanto diritto. Come è un suo sacrosanto diritto dirmi che la mia interpretazione del racconto è completamente sbagliata. Però io l’ho vista in quel modo, e quando la conclusione è stata relativamente più “normale”, ho avuto come l’impressione che si sarebbe potuto osare di più.

Ma a conti fatti, non c’è nessuna ragione per cui non dobbiate leggere questo libro e venirmi a dire che questa recensione è spazzatura completa (voglio dire, c’è chi lo fa comunque, anche quando le mie stroncature sono oggettive). Questa qua è la mia opinione soggettiva al riguardo. Animali non mi è piaciuto. Ma come Alphaville di Godard, riconosco che non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato in esso. È solo che, magari per il momento in cui l’ho letto, magari per altri fattori che non centrano né con me né con il libro stesso, a me non è piaciuto. Posso vederne i pregi, ma a livello personale non è qualcosa che fa per me.

La prossima settimana chiuderemo questa carrellata di italianità con un fantasy, Il regno del male di Sandro Ristori, che probabilmente è il primo romanzo italiano a potersi fregiare con causa dell’aggettivo grimdark.

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