Qualche anno fa andavo random alle Feltrinelli in Duomo a Milano e davo un’occhiata alle nuove uscite nella sezione fantasy, focalizzandomi soprattutto sulle nuove uscite scritte da autori italiani.

Ho smesso di farlo principalmente a causa di due titoli, entrambi pubblicati da Rizzoli. Due fantasy scritti da autori italiani di belle speranze pubblicati da una grande casa editrice. Due schifezze inappellabili e lo spreco di una trentina di Euro. Uno l’ho recensito anni fa, l’altro neanche mi sono preso la briga.

Quindi capirete la mia diffidenza quando incappo nel fantasy di un esordiente pubblicato da una grande casa editrice.

È la stessa diffidenza che ho provato quando ho visto nel catalogo della Newton Compton un romanzo intitolato Il regno del male, scritto da un esordiente di nome Sandro Ristori. Il titolo mi è sembrato abbastanza generico, la copertina ancora peggio, con quello che è chiaramente Geralt di Rivia fotoscioppato su un matte painting. Generico che più generico non si può. Ma costava la metà di quello che mi sono costati all’epoca i due obbrobri della Rizzoli (tutto si può dire della Newton Compton, ma non che i suoi prezzi non siano estremamente competitivi), per cui da cosa nasce cosa e Il regno del male di Sandro Ristori è finito nella mia coda di lettura.

E, sorpresa sorpresa, ora che l’ho letto posso dire che è quasi riuscito a ristabilire in me la fiducia e l’ottimismo che la Rizzoli mi aveva assassinato anni fa.

Il regno del male è quello che possiamo definire il primo vero romanzo grimdark italiano. Ce n’è voluto di tempo, ma alla fine qualcosa è arrivato.

È la prima parte di una serie (di non so quanti volumi ma suppongo tre, visto che tale sembra essere la consuetudine), e vede protagonisti un cospicuo cast di personaggi, che vanno da dal re al nobile del regno, dal contadino alla serva di palazzo, dal sacerdoti all’ufficiale dell’esercito. Insomma, una compaggine quasi classica di personaggi da romanzo fantasy post-tolkeniano.

La storia è quella di Coral e Kausi, due giovani abitanti di una regione impoverita del regno che portano su di loro il leggendario Segno del male, e pertanto vengono allontanati dal loro villaggio. Poi c’è Rakha, servitrice al palazzo ducale, che ha commesso un errore imperdonabile ma riceve la possibilità di salvarsi da parte della figlia del duca. C’è il re che deve districarsi tra intrighi politici, etichetta di corte, eresie e barbari alle porte. C’è il generale veterano di guerra che sta dando battaglia ai barbari a nord, salvo poi scoprire un complotto che potrebbe distruggere il regno stesso. E infine c’è la storia di un popolo, piagato dalla pestilenza e oppresso dalla nobiltà, che trova la sua voce quando la carrozza di un nobile distrugge la merce di un vasaio.

Come nel più classico dei grimdark, Il regno del male dipinge un mondo brutto sporco e cattivo, dove la politica e il sotterfugio pesano molto di più dell’eroismo, e racconta una storia che sovverte i luoghi comuni del fantasy tolkeniano. E già solo questo dovrebbe essere sufficiente per fornirvi un incentivo ad andare in libreria o su Amazon a comprarvelo.

Ho anche trovato estremamente intelligente il modo in cui la storia incalza senza mai incappare davvero in un momento morto. Il regno del male ha molte cose da dire, e di cose ne succedono parecchie.

Un punto in più per i sottotesti politici (neanche poi così tanto “sotto”). Il regno del male parla di un popolo oppresso e di un potere politico che si sente intoccabile, di persone che, in quanto portatori del segno del male, sono predestinati a essere malvagi (e forse questa concezione esiste per un motivo).

Come si confà a un romanzo grimdark, personaggi di Il regno del male non sono eroici e di rado hanno pensieri puri. Dicono parolacce, compiono nefandezze e sono profondamente egoisti. L’ottimismo e la speranza, nel mondo descritto nel libro, non sono di casa.

Ah, e ha appagato tantissimo il mio autismo che ogni capitolo fosse preceduto da una mappa della zona in cui è ambientato e fosse datato. Letteralmente la cosa migliore del libro.

Di contro, Il regno del male presenta alcune magagne che probabilmente derivano dal fatto che questo è pur sempre un romanzo d’esordio.

Prima e immediatamente visibile: la presenza di paragrafi estremamente lunghi. Non so perché Ristori ne sia innamorato, ma li usa troppo spesso. Un paragrafo lungo due pagine non è bello da vedere né invitante da leggere. Senza contare che i paragrafi esistono per un motivo, che è quello di dividere il testo in “sezioni” tematiche, e sulla base di quello andrebbero usati.

La seconda riguarda la volgarità. Non ho assolutamente nulla contro l’utilizzo del turpiloquio. Nella vita reale sono il primo a tirare un soprendentemente elevato numero di porconi per le più svariate occasioni. Mi sveglio? Porcone. È finita l’acqua nella macchina del caffè? Porcone. Non trovo le ciabatte? Porcone. E questo solo nei primi dieci minuti della giornata. Per dire.

Il problema è che il turpiloquio presente in Il regno del male è troppo mondano. Anche perché passino i cazzo-figa-vaffanculo, ma siamo in un mondo fantasy alternativo al nostro. Inventati qualcosa di nuovo. Fa colore e conferisce personalità e anche profondità allo scenario. Non dico le imprecazioni alla Sanderson, ma deve pur esserci un punto medio tra quelli e il minchia-oh-porco-zio da adolescente milanese.

La critica più importante che devo muovere al romanzo, però, è che si accontenta troppo di essere parte di una serie. Sebbene di cose ne succedano, sono pochi i personaggi che hanno un arco narrativo dall’inizio alla fine del romanzo.

Non mi va di tirare in ballo sempre Le cronache del ghiaccio e del fuoco, ma in questo caso quasi devo, perché A Game of Thrones è un esempio perfetto di come cominciare una serie col botto garantendo che i lettori tornino indietro a comprare anche i seguiti. In AGOT (che, ok, è lungo duecento-trecento pagine in più del romanzo di Ristori), tutti i personaggi principali hanno un arco narrativo che li porta in qualche modo a evolvere rispetto a come erano all’inizio della storia. Si tratta di un’evoluzione interiore e non solo scandita dagli eventi di cui sono protagonisti. Daenerys, ad esempio. La Daenerys che viene barattata dal fratello e data in sposa a Khal Drogo in cambio della promessa di un esercito è drammaticamente diversa dalla Daenerys che diventa madre di draghi alla fine del romanzo. Si tratta di un’evoluzione che mi è spiaciuto non vedere in Il segno del male, rimandata, presumo, ai capitoli successivi della serie.

In ogni caso, ho trovato Il regno del male un romanzo più che convincente, che senza dubbio merita una lettura se avete voglia di leggere un romanzo grimdark scritto come si deve e che promette bene per il futuro. In più, essendo un libro della Newton Compton il prezzo è più che competitivo (l’edizione digitale è praticamente regalata). Il mio verdetto è che per una volta che un editore italiano di profilo pubblica un esordiente con buone idee e buono stile, fateci un pensiero.

Nel mio piccolo spero presto di avere notizie relative a un seguito del romanzo, perché se si dovesse trattare dell’ennesima serie interrotta mi girerebbero e non poco.

E questo conclude il mese dedicato all’italica narrativa di specvlazione. Ho letto romanzi di piccole, grandi e nuove case editrici e, devo dire, il bilancio è stato tutto sommato positivo (nel senso che anche il libro che mi è piaciuto meno e che ho recensito negativamente non è stato poi così malvagio). La speculative fiction italiana è ancora lì e non l’ammazza nessuno. Ho la vaga impressione che abbia bisogno di dare qualche ritocchino alla propria identità, a partire da come viene vista dal pubblico, ma questo è un discorso troppo ampio che non mi va di fare qui.

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