Ora, non è che lo stia facendo di proposito, ma anche questo romanzo è vincitore del premio Hugo nel 2012. E non solo, si è anche portato a casa il premio Nebula e il British Fantasy Award, oltre a essere nominato per, in pratica, tutti i più importanti premi della narrativa di settore.

Un altro mondo è un romanzo di formazione opera della scrittrice gallese Jo Walton, già autrice di fantasy arturiano, gialli classici ambientati in un mondo ucronico, e perfino un romanzo vittoriano ispirato a Trollope con un cast interamente composto da draghi. Molto meno grandioso, per lo meno in termini di impatto (dire “romanzo vittoriano con draghi al posto delle persone” ha più presa su un lettore rispetto a “romanzo di formazione leggermente sfumato di fantasy”), Un altro mondo racconta la storia di una ragazza di quindici anni, Morwenna detta Mori, in un periodo che va dal 5 settembre 1979 al 20 febbraio 1980, con un prologo ambientato il primo maggio del ’75. La storia è narrata dalla stessa Mori con l’espediente narrativo del diario segreto, che la ragazza aggiorna con pazienza e costanza quasi ogni giorno, dettagliando gli eventi appena vissuti, ma anche i suoi sentimenti ed emozioni.

La particolarità fondamentale della storia di Mori in Un altro mondo è che il climax ha già avuto luogo prima dell’inizio del diario. Nel corso del romanzo ci viene raccontato il modo in cui Mori vive con le conseguenze di ciò che è accaduto e come queste abbiano plasmato la sua vita e il tipo di persona in cui si evolverà.

In breve, la madre di Mori è una strega, nel vero senso della parola. Mori e sua sorella gemella sono riuscite a fermarla, ma pagando un prezzo molto elevato. La sorella gemella è morta e Mori ha subito una frattura all’anca che le rende difficile, se non impossibile, camminare senza l’aiuto di un bastone. Ma questo è nel passato. Noi lettori incontriamo Mori dopo lo scontro finale con la madre, quando la grande avventura che di norma sarebbe il fulcro di un qualsiasi generico romanzo fantasy si è bella che conclusa. Ora Mori vive con il padre, con il quale non ha mai avuto alcun contatto prima di quel momento, e le sue tre zie, che non ci mettono molto a spedirla in un collegio privato. Lì Mori deve ricominciare a vivere, da storpia ed emarginata sociale, e superare i traumi del suo passato.

A farle compagnia ci sono decine e decine di romanzi, principalmente fantascientifici e fantasy. Mori, un po’ perché è sola, un po’ perché la sua disabilità la rende inadatta a svolgere normali attività fisiche, ma soprattutto perché è qualcosa che le piace, legge un sacco. Quattro o cinque libri alla settimana, da Il Signore degli Anelli alle opere di Platone, da Piers Anthony alla Le Guin. Un altro mondo, più di ogni altra cosa, è infatti una dichiarazione d’amore alla letteratura fantascientifica e fantasy, che traspare nel resoconto della quotidianità di Mori. Nei suoi romanzi Mori trova magia, compagnia, svago e sfogo, e grazie a essi perfino nuove amicizie, una karass, come la definisce lei, rifacendosi al termine coniato da Vonnegut. Quello che a un’occhiata superficiale potrebbe sembrare solo un costante name dropping di libri e autori, in realtà non lo è affatto. Per Mori i suoi romanzi fantascientifici sono un modo per conoscere la realtà, e i suoi autori una guida e un esempio.

Un altro mondo è anche una storia di magia, anche se fino all’ultimo ho avuto i miei dubbi al riguardo. In esso compaiono delle creature che Mori chiama fate, o elfi o fantasmi, ma che potrebbero benissimo essere spiriti elementali della terra. Al di là dei rituali di protezione, quasi simili alla magia druidica, si tratta di una magia di non facile spiegazione, profondamente legata all’intreccio tra passato e presente, in grado di modificare il passato per creare nel presente qualcosa di cui chi ha fatto l’incantesimo ha bisogno. Ad esempio, nel romanzo Mori attribuisce al suo rituale l’essere entrata a far parte del gruppo di lettura della locale biblioteca, solo che in seguito scopre che il gruppo di lettura si riuniva da ben prima che lei facesse il suo incantesimo, e ne trae la conclusione che l’incantesimo ha influenzato il passato per creare qualcosa di cui lei avesse bisogno nel futuro.

C’è anche una spiegazione più interessante che mi sono dato per questo e altri fenomeni. Ma siccome siamo in territorio spoiler, preferisco parlarne in coda alla recensione.

Un altro mondo non è solo pregi, tuttavia. Intanto devo mettervi in guardia di due cose. Il romanzo utilizza la forma narrativa del diario, e quando ciò accade (a meno che non si termini con un terribile e lovecraftiano “La mia fine è giunta. Sento un rumore sordo alla porta, come se un’enorme mano viscida stesse raspando contro di essa… ma quella mano, dio mio, non mi troverà… La finestra! La finestra!”) è già più o meno chiaro come andranno le cose per il protagonista. Secondo, come ho già specificato, tutta l’azione è già avvenuta prima dell’inizio del diario. Un altro mondo non è la storia di come Mori ha sconfitto sua madre, quanto la storia di Mori dopo che l’avventura si è conclusa, di come è cambiato il suo mondo e del percorso che segue per adattarsi alla nuova realtà. È una gran bella storia, solo non aspettatevi magie e colpi di scena in ogni dove.

Inoltre, se vogliamo dirla tutta, il climax finale avviene un po’ troppo all’improvviso e mi ha dato l’idea di qualcosa di sbrigativo. La cosa non mi ha importato granché, perché ero più interessato alle relazioni tra Mori e il suo nuovo mondo che non a quelle con le minacce del suo passato, però, ecco, si tratta oggettivamente di un climax ben poco climatico.

Ma la critica peggiore riguarda non Jo Walton o il romanzo in sé, quanto l’edizione italiana della Gargoyle Books. No, non voglio lamentarmi della traduzione, che mi è sembrata più che valida, quanto della copertina. Questa, per la precisione. Ora, io sarò anche un uomo dalla fragile mascolinità, ma un libro tutto viola con una farfalla rossa luccicante al centro non posso leggerlo sui mezzi pubblici. Si tratta di una copertina ammazzavendite. Specialmente quando c’è quella originale che è molto più bella di quella usata nell’edizione italiana. Mah.

Tirando le somme, e con le dovute precisazioni, consiglio caldamente a tutti la lettura di Un altro mondo. Anche se si tratta di un romanzo fantasy, è meglio che non vi aspettiate grandi magie o quant’altro. Ora che ci penso, è quasi più ascrivibile al genere del realismo che non al fantasy (anche se mettersi a categorizzare il genere di un libro, parafrasando il gruppo di lettura di Mori, è spesso un lavoro inutile). Un altro mondo è soprattutto la storia di Mori, un’adolescente che deve crescere e maturare in una donna dopo un trauma che le ha sconvolto la vita. È la storia di un’emarginata che cerca di ritagliarsi il proprio angolo di mondo, e in questo Jo Walton ha saputo fare centro e toccare tutte le corde giuste.

Un altro mondo è inevitabilmente anche una lista di lettura. In esso sono menzionati talmente tanti romanzi fantascientifici e fantasy che, paragonandosi a Mori, chiunque scoprirà di avere delle inevitabili lacune. Se intendete colmarle (come mi accingerò a fare io), questa è una lista bibliografica fornita dalla stessa Jo Walton, ed è un buon punto di partenza.

E, tornando agli Hugo menzionati all’inizio della reccy, non so se sono io che sono stronzo, ma anche questa volta, e per quanto mi sia visceralmente piaciuto questo romanzo, non avrei assegnato il premio a Un altro mondo. Non per altro, tra i nominati figurava Embassytown di China Miéville, che è stato in grado di farmi esplodere il cervello e contemporaneamente di ipnotizzarmi, direi entrambi i segni di un’eccellente lettura. Non fraintendetemi, Un altro mondo è un gran bel romanzo che consiglio caldamente, ma Embassytown è un orgasmo mentale sociologico.

E ora veniamo agli spoiler del dopo recensione.

Attenzione agli Spoiler!

La mia interpretazione è che salvo le fate, o elfi, o come vogliamo chiamarli, che sono visti non solo da Mori ma a un certo punto anche da Wim, e probabilmente anche la madre strega, non c’è alcuna magia nella storia. Tutti gli incantesimi di protezione, il discorso del gruppo di lettura, le zie cattive che sono streghe a loro volta e cercano di spezzare il legame tra Mori e la magia e tengono sotto controllo suo padre c con incantesimi, sono solo il frutto dell’immaginazione della stessa Mori.

Se ci pensate, Mori ha vissuto per quattordici e passa anni con una madre che le ha inquinato la testa con discorsi di magia. Se tutta la magia che avviene senza l’esplicita presenza in loco di qualcun altro che non sia Mori, è mia opinione che si tratti solo di un suo meccanismo di autodifesa. Mori è costretta ad affrontare un mondo totalmente nuovo con gli strumenti che ha a disposizione, molti dei quali inerenti ai riti magici imparati dalla madre.

Per cui non ci sono magiche visite notturne da parte della madre, solo una ragazza che ha subito un enorme trauma e che si sveglia terrorizzata nel cuore della notte. Le zie non cercano di allontanare suo padre da lei con sortilegi o quant’altro, semplicemente suo padre è un alcolizzato e vive in costante sottomissione alle figure femminili della sua vita (il che concorrerebbe anche a spiegare come mai si sia sposato con la madre di Mori). E, soprattutto, il gruppo di lettura non è affatto stato creato da Mori con un rituale che è addirittura andato a modificare il passato per adattare il presente al suo bisogno, si tratta soltanto – ed è questo che lo rende particolarmente straziante – della spiegazione che una ragazzina non abituata ad avere amici si dà quando trova per la prima volta un gruppo di persone che condividono i suoi stessi interessi e che la trattano come parte del gruppo. È come se Mori dicesse: non posso essere stata io a farmi degli amici, perché non c’è niente di attraente in me, deve per forza essere stato a causa della magia.