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Il banchetto riletto parte III: di usignoli, conio, e tappezzerie

C’è una sola regola nel gioco del trono, ed è: mai fidarsi di Ditocorto.

Lord Petyr Baelish, detto Ditocorto, è un nobile minore proveniente dalle Dita, e di origini Braavosi che, grazie al proprio talento per l’intrigo, genio finanziario, e amicizie altolocate, è riuscito a diventare prima maestro del conio per re Robert, quindi Lord di Harrenhall, e reggente della Valle di Arryn. Una situazione invidiabile, specialmente nel contesto della sanguinosa guerra civile che sta lacerando Westeros, ma Ditocorto non sembra ancora aver raggiunto il proprio obiettivo. Qualsiasi esso sia.

Che cosa sappiamo di Petyr Baelish e del suo piano? Molto poco. Ma possiamo dedurre qualcosa ripercorrendo le sue azioni, a cominciare da AGOT.

Tutto comincia con il piccolo Robert Arryn e la scelta del suo tutore. In uno dei primissimi capitoli di AGOT è re Robert a fare menzione a Eddard Stark del bambino e dei suoi piani per educarlo:

«Avevo sperato di darlo in adozione a Tywin Lannister a Castel Granito. Jon non aveva né fratelli né altri figli. Cosa ci si aspettava che facessi, che lasciassi alle donne il compito di crescerlo?»
[…]
«Lo prenderò come mio protetto, se lo desideri» disse Ned. «Lysa non dovrebbe avere problemi. Lei e Catelyn erano molto legate e anche lei potrebbe stare qui, se lo volesse.»
«Un’offerta generosa, caro amico» rispose il re. «Peccato che arrivi troppo tardi. Lord Tywin ha già dato il proprio consenso, e mandare il bambino da un’altra parte significherebbe recargli un grave affronto.»

(Lasciamo per un attimo perdere la questione “adozione” nel testo citato: come sappiamo tutti la traduzione italiana delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco fa schifo al cazzo. Nel testo originale la frase è “I had hoped to foster him with Tywin Lannister at Casterly Rock”.)

Quindi possiamo dedurre che il Lord della Valle di Arryn è stato affidato alle cure di Tywin Lannister. Un accordo probabilmente facilitato da Pycelle, che è l’uomo dei Lannister al consiglio ristretto del re. Se non fosse che, durante la sua sosta a Nido dell’Aquila, Catelyn sente diversamente:

«Il ragazzo è del tutto privo di disciplina.» Catelyn gettò uno sguardo al nipote e scosse il capo. «Non sarà mai forte abbastanza per governare a meno che non venga tolto da sua madre per tempo.»
«Il lord suo padre concordava con te, mia signora» disse una voce al suo fianco.
Catelyn si voltò e vide maestro Colemon con una coppa di vino in mano. «Stava per mandarlo in qualità di protetto alla Roccia del Drago… ma… oh… forse sto parlando a sproposito.»

L’informazione sorprende Catelyn: Robert Arryn da Stannis? Ma se il re in persona aveva detto a suo marito che aveva stretto accordi per mandarlo da Tywin Lannister.

«Stai commettendo un errore, maestro» disse Catelyn. «Non era la Roccia del Drago, era Castel Granito. Quegli accordi vennero presi dopo la morte del Primo Cavaliere, e senza il consenso di mia sorella.»
In cima al collo assurdamente lungo, la testa del maestro ebbe un sussulto così brusco da far sembrare anche lui una marionetta. «Invoco il tuo perdono, mia signora, però ti posso garantire che fu proprio lord Jon a…»

E poi vengono interrotti dall’inizio del processo a Tyrion Lannister. È facile ignorare le parole di maestro Colemon, magari ridurle alla sua apparente ubriachezza, ma ci rivelano un dettaglio importante: Jon Arryn aveva intenzione di far allevare il proprio figlio a Stannis Baratheon, mentre il re prendeva accordi per mandarlo alla corte dei Lannister. Che cosa può avere spinto Jon Arryn a scavalcare il volere del proprio sovrano? E perché proprio Stannis?

Semplicemente, perché Jon Arryn sapeva dell’incesto tra Jaime e Cersei e della reale paternità di Joffrey, Myrcella e Tommen. Mandare il Dolce Pettirosso a Castel Granito avrebbe significato gettarlo letteralmente tra le fauci del leone. Da qui la necessità di trovargli un tutore più gradito a Jon Arryn, e Stannis sembra una scelta obbligata: una volta scoperto il tradimento di Cersei e squalificati dalla linea di successione i suoi figli, il primo erede al trono è Stannis. Senza contare che, in vista di una guerra civile – che è come minimo da aspettarsi, se si decide di sfidare i Lannister – avere Robert Arryn a Castel Granito avrebbe garantito a Stannis la lealtà dei lord della Valle.

Jon Arryn quindi non solo era a conoscenza dell’incesto, ma era anche in procinto di agire al riguardo assieme a Stannis. Così come ne era a conoscenza un altro membro del consiglio ristretto:

«Il Cavaliere di Fiori invia messaggi ad Alto Giardino facendo urgenza al lord suo padre di inviare sua sorella a corte. Una fanciulla di quattordici anni, bella, dolce e docile. Lord Renly e ser Loras pensano di darla in sposa a re Robert, di fare di lei la nuova regina…»

A parlare è Varys, a magistro Illyrio, nei sotterranei della fortezza rossa. Le sue parole ci suggeriscono che Renly pianificava di sostituire Margaery a Cersei, verosimilmente rivelando il tradimento e facendo annullare il matrimonio (ma più probabilmente Robert avrebbe colto l’occasione di far decapitare la moglie e il cognato).

Chi è la persona che ha informato Stannis, Renly e Jon Arryn del tradimento di Cersei. Beh, la verità la conosciamo, col senno di poi. Ma anche ai tempi di AGOT c’erano alcuni indizi per sospettare di Ditocorto.

In ogni caso, la vicenda dell’affidamento di Robin Arryn vedrebbe un’unica sconfitta: lady Lysa, che si vedrebbe portare via il suo amato figlio. Dietro “consiglio” di Ditocorto, Lysa decide di agire drasticamente e uccide il marito. Ed è sempre Petyr Baelish a convincerla a contattare Catelyn e incolpare i Lannister.

Da quel momento in poi, per tutto il corso di AGOT, Ditocorto non ha fatto altro che mettere gli Stark contro i Lannister, sempre tuttavia restando in una posizione ambigua e defilata, che non gli consentiva di essere indicato in maniera definitiva come il responsabile dello scontro. Ditocorto porta Ned a scoprire dell’esistenza di Gendry, ed è sempre lui a menzionare al Primo Cavaliere che ser Hugh, ex scudiero di Jon Arryn e novello cavaliere, si trova ancora ad Approdo del Re. Ser Hugh viene ucciso durante una giostra con Gregor Clegane, e questo porta Ned a nutrire sospetti sui Lannister.

Ditocorto riesce anche ad approfittare di eventi sui quali non ha alcun controllo, per far volgere la situazione in proprio favore, come ad esempio nel caso del pugnale utilizzato nel tentato assassinio di Bran a Grande Inverno. L’abilità di Ditocorto è quella di indicare come proprietario dell’arma Tyrion, che è l’unica persona ad aver seguito il re nel Nord che in quel momento non si trova ad Approdo del Re. Anche se Petyr Baelish non poteva in alcun modo prevedere la cattura di Tyrion da parte di Catelyn e il successivo processo a Nido dell’Aquila, le sue azioni erano improntate ad esacerbare l’inimicizia tra Stark e Lannister.

Bisogna tenere presente che anche un’altra persona, oltre a Varys, Catelyn e Ditocorto, è a conoscenza dell’esistenza della daga.

«[Rodrik Cassel] si è presentato alla fortezza nel primo pomeriggio per far visita a ser Aron Santagar, giù all’arsenale. Poi, verso il tramonto, sono andati via assieme, diretti a quel sudicio alloggio nel quale tu stavi.»

Ser Aron Santagar è il maestro d’armi della Fortezza Rossa, ed è la persona adatta a cui chiedere. Tanto più che la daga usata per tentare di assassinare Bran è fatta di acciaio di Valyria, non è una cosa da tutti i giorni. Non sappiamo quale sia la risposta data da Aron Santagar a ser Rodrik ma, qualsiasi essa sia, non è in conflitto con quella di Ditocorto. È molto probabile che il maestro d’armi non abbia dato a ser Rodrik una risposta definitiva. I Santagar sono vassalli dei Martell, ed è verosimile che ser Aron abbia voluto prendersi del tempo per riferire gli eventi al principe Doran. In ogni caso, Aron Santagar è ora in possesso di informazioni che Ditocorto si è prodigato per mantenere segrete, e stona, se lo raggruppiamo con tutte le altre persone che sono al corrente della daga: Ned, Catelyn, Varys e lo stesso Ditocorto. È un elemento imprevedibile, che deve essere eliminato.

E, difatti, ser Aron Santagar è tra le vittime della rivolta di Approdo del Re in ACOK. Rivolta che, peraltro, ha degli esiti sui quali vale la pena di soffermarci.
Oltre a Aron Santagar, tra le vittime illustri figurano l’Alto Septon e ser Preston Greenfield della guardia reale. La prima volta che sentiamo parlare dell’Alto Septon in AGOT ci viene detto qualcosa sul suo carattere:

«La corona è indebitata per oltre sei milioni di pezzi d’oro, lord Stark. La fetta più grossa la dobbiamo ai Lannister, ma abbiamo chiesto prestiti anche a lord Tyrell, alla Banca del Ferro di Braavos e a svariati consorzi commerciali di Tyrosh. Di recente ci siamo rivolti pure al Credo, e l’Alto Septon tira sul prezzo peggio di un pescivendolo di Dorne.»

A lamentarsi della tirchieria dell’Alto Septon è proprio Ditocorto. E, a tal proposito, Ditocorto, che ci è stato definito come un genio finanziario, è riuscito a indebitare la corona per sei milioni di pezzi d’oro? Bel genio finanziario. A meno che, ovviamente, non abbia intenzionalmente mandato in rosso i conti del regno. Ma approfondiremo l’argomento in seguito.

Torniamo invece a Preston Greenfield, che non solo è uno dei membri della guardia reale che picchia Sansa dietro ordine di Joffrey, ma è anche – e soprattutto, dal punto di vista di Ditocorto – un uomo dei Lannister. Con la sua morte viene innalzato ai ranghi della guardia reale ser Balon Swann. Ditocorto annovera Balon Swann tra le personalità di Approdo del Re accompagnate da un numero sufficiente di spade che Eddard Stark potrebbe utilizzare per rovesciare Joffrey e i Lannister, per cui è probabile che Ditocorto eserciti un qualche ascendente sul nuovo membro delle cappe bianche – e di sicuro più dell’ascendente esercitato da Joffrey e Cersei.

Sempre durante la rivolta di Approdo del Re, qualcuno cerca di rapire Sansa. Rapire Sansa, mi domando chi voglia fare una cosa del genere… forse la stessa persona che ha tentato di rapire Sansa, questa volta con successo, dopo le nozze porpora?

Dato per scomparso e presunto morto è invece Tyrek Lannister. Ma io sospetto che Tyrek sia vivo e vegeto e tenuto nascosto da nient’altro che Petyr Baelish. E tra un momento vi spiego perché.

In AFFC ritroviamo Ditocorto a Nido dell’Aquila, dove si è installato, assieme a Sansa Stark, come reggente per il piccolo e cagionevole Robert Arryn. Ma la sua reggenza non è affatto semplice, e i lord della Valle fanno tutto il possibile per mettere in discussione la sua supremazia.

Tra questi i principali oppositori di Ditocorto, i lord dichiaranti, sono Yohn Royce di Runestone, Anya Waynwood di Ironoaks, Gilwood Hunter di Eon, Benedar Belmore di Strongsong, Horton Redfort di Redfort, e ser Symond Templeton, il cavaliere di Nove Stelle. Tra loro c’è anche Lyn Corbray, fratello ed erede di Lyonel Corbray di Casa del Cuore, il più apertamente ostile a Ditocorto, tanto che, durante l’incontro coi lord dichiaranti, arriva addirittura ad estrarre la spada rompendo le leggi dell’ospitalità e mettendo il resto dei nobili della Valle in posizione di svantaggio. Lyn Corbray è, ovviamente, sul libro paga di Ditocorto, e grazie alla sua provocazione i lord dichiaranti sono costretti a concedere a Petyr Baelish di restare lord reggente per un altro anno – un tempo sufficiente per convincerli a passare dalla sua parte.

«Redfort e Waynwood sono anziani. Uno o entrambi potrebbero morire. Gilwood Hunter verrà ucciso dai suoi fratelli: con ogni probabilità dal giovane Harlan, che ha organizzato anche l’assassinio di lord Eon. Una volta avviata, la cosa non si fermerà più. Belmore è corrotto e lo si può comprare. A Templeton ci penso io. Yohn Royce il Bronzeo continuerà a essere ostile, temo, ma se resta isolato non rappresenta una vera minaccia.»

Benedar Belmore, Anya Waynwood e Symond Templeton partecipano al matrimonio di Lyonel Corbray con la figlia di un mercante di Città del Gabbiano, evento orchestrato da Ditocorto. Pensate quello che volete di Petyr Baelish, ma bisogna dargli atto di aver organizzato l’unico matrimonio ben riuscito in tutto Westeros. Dei sei lord dichiaranti, tre sembrano aver rivalutato il lord reggente, uno è vecchio e potrebbe presto tirare le cuoia, un altro potrebbe essere ucciso dal fratello, e le spade di Yohn Royce non fanno poi tanta paura, se isolate da quelle degli altri lord.

Una cosa interessante è che non è pratica comune che un nobile sposi la figlia di un mercante. Il nonno di Sybell Spicer, ad esempio, era un mercante di spezie e la cosa pesa ancora due generazioni dopo sui figli di Sybell e lord Westerling. In buona sostanza, quando un nobile sposa una popolana, lo fa perché ha problemi di liquidità. Non è difficile immaginare che Ditocorto si sia assicurato la lealtà dei Corbray organizzando il matrimonio tra lord Lyonel e la giovane figlia del mercante, dotata di una dote che Sansa/Alayne definisce “stratosferica”. E i Corbray non sono i soli ad avere problemi finanziari. Per bocca di Ditocorto:

«I Waynwood sono una famiglia molto vecchia e orgogliosa, ma non hanno le ricchezze che ci si potrebbe immaginare, come ho avuto modo di rendermi conto quando ho iniziato a coprire i loro debiti.»

Quindi almeno due delle nobili case della Valle sono passate a sostenere Ditocorto in virtù di accordi economici. Tre, se contiamo lord Benedar, che Ditocorto ha già detto di aver intenzione di pagare (cosa che presumo abbia già fatto vista la presenza di lord Benedar al matrimonio di Corbray).

E qui comincia a spiegarsi il buco di bilancio del Trono di Spade. Ditocorto aveva impegnato le casse della corona in una serie di spese inutili, come ad esempio quelle che scopre Jaime:

“Sei prigionieri” aveva pensato Jaime con rabbia “mentre noi paghiamo salari per venti aguzzini, sei sottocarcerieri, un carceriere, un capo carceriere e il boia del regno.”

Tra parentesi sappiamo dal capo carceriere che mai più di dodici aguzzini hanno lavorato nelle segrete, inoltre uno dei carcerieri in seconda altri non era che Varys travestito. E qui torna anche la questione di come beneficia Ditocorto della morte dell’Alto Septon durante la sommossa di Approdo del Re: se il tuo piano prevede di indebitare il più possibile la corona, qualcuno che “tira sul prezzo peggio di un pescivendolo di Dorne” è un ostacolo che va eliminato.

Ben prima dell’inizio della guerra dei cinque re, Petyr Baelish ha cominciato a indebitare la corona, accumulando un capitale sufficiente per comprare i debiti di case nobiliari con problemi di liquidità e costringerli a schierarsi con lui. Ma in vista di cosa? Qual è il grande piano di Ditocorto?

Di sicuro sappiamo che Petyr Baelish ha ingegnato la guerra tra Stark e Lannister, fomentando il conflitto a ogni occasione, sia quelle pianificate (l’omicidio di Jon Arryn e la lettera di Lysa), sia quelle fortuite (accusare Tyrion di essere il proprietario della daga). È praticamente accettata come verità canonica la teoria secondo cui Ditocorto abbia fatto tutto questo per creare caos e ottenere Harrenhall, un seggio che gli avrebbe dato prestigio a sufficienza per sposare Lysa Arryn, e quindi avere virtualmente il controllo sulle Terre dei Fiumi e sulla Valle di Arryn. Tendenzialmente mi trovo a concordare, anche se non posso fare a meno di domandarmi chi avrebbe eventualmente potuto dire a Lysa Arryn “no, non puoi sposare lord Baelish”. Hoster Tully è morto, e anche ammettendo che suo fratello Edmure abbia la facoltà di opporsi a un eventuale matrimonio, in qualità di lord di Delta delle Acque, Lysa ha pur sempre trentaquattro anni ed è notoriamente poco fertile, avendo generato un solo figlio di salute cagionevole, due figli nati morti, e almeno cinque aborti.

Una volta arrivato alla Valle di Arryn, Ditocorto impalma lady Lysa e poi la uccide. È abbastanza facile immaginare che avere la reggenza di Robert e il controllo della Valle eliminando Lysa fosse il suo piano fin dall’inizio, e può darsi che il bacio spiato dato a Sansa abbia solo precipitato gli eventi – come può anche darsi che sia stato tutto minutamente calcolato, conoscendo Ditocorto. Perché Ditocorto ha avuto bisogno di uccidere Lysa? Perché evidentemente il suo piano prevede qualcosa che, con Lysa viva, non sarebbe mai riuscito a fare. E qual è la sola cosa che lady Lysa si è rifiutata di fare, durante la sua reggenza? Scendere in guerra, per desiderio di proteggere suo figlio Robert. Quindi, il piano di Ditocorto prevede di sollevare le armate dei lord della Valle – che, non avendo preso parte alla guerra civile possono contare sull’interezza delle loro forze – e combattere. Ma contro o a favore di chi?

Ditocorto non ha certo simpatie per Stannis, ma sono incline a credere che il suo futuro nemico sarà il Trono di Spade. Può sembrare controintuitivo che Ditocorto voglia per lo meno togliere dal trono i Lannister quando la prima cosa che l’abbiamo sgamato fare è diffondere pettegolezzi sull’incesto di Jaime e Cersei. E poi, una volta che Ned Stark ha avuto le prove di tale misfatto, Petyr Baelish ha lasciato che i Lannister lo arrestassero e lo uccidessero. Semplicemente perché, per il momento, la rovina di casa Lannister avrebbe mandato a monte la parte del suo piano che prevedeva di indebitare i lord del regno. I Lannister cacano oro (non letteralmente, stando a quanto abbiamo scoperto alla fine di ASOS) e metà del debito della corona è a loro nome, quindi non occorre un grande sforzo per immaginarsi che anche altre case abbiano dei debiti con il leone. Ma, una volta estinti i Lannister, si estinguerebbero anche i debiti, e questo Ditocorto, per ora, non può permetterlo.

Che però l’obiettivo sia quello di attaccare la legittimità di Tommen è quasi certo, e ci sono alcuni indizi che ce lo suggeriscono.

A Nido dell’Aquila, Ditocorto sta facendo collezione di protetti. Non solo ha Robert Arryn e Harry l’Erede, ma anche due protetti provenienti da lord Grafton e lord Lynderly. Senza contare che Peryr ha avuto in custodia per parecchio tempo anche la povera Jeyne Poole. Chissà se tra questo esercito di giovani e preadolescenti non comparirà anche un bambino di più o meno dodici anni, con lunghi capelli biondi. Sto alludendo a Tyrek Lannister, dato per disperso e presunto morto durante la rivolta di Approdo del Re. Cosa se ne farebbe Ditocorto del piccolo Tyrek? Beh, a parte avere un ostaggio (si tratta pur sempre del cugino della regina reggente), Tyrek era anche il paggio di re Robert durante la tristemente famosa battuta di caccia al cinghiale, e quindi potrebbe essere al corrente dei piani di Cersei e Lancel (teniamo presente che la rivolta di Approdo del Re è avvenuta prima della conversione mistica di Lancel, e quindi della sua confessione).

Inoltre Ditocorto ha richiesto a Cersei che gli inviasse a Nido dell’Aquila gli arazzi che re Robert teneva appesi nella sala del trono e di cui Joffrey si è sbarazzato dopo la morte del padre. Gli arazzi vengono menzionati sia da Cersei che da Petyr, e si tratta di una richiesta un po’ particolare. Eddard, in AGOT ci dice che le tappezzerie raffiguravano scene di caccia, attività che Robert amava. È possibile che le tappezzerie raffigurassero antenati Baratheon intenti nello sport di famiglia? E, in questo caso, non potrebbero essere usati per provare la tesi dell’illegittimità di Tommen e Myrcella? Senza contare che Petyr è in possesso di Mya Stone, figlia naturale di Robert, che del re ha ereditato le fattezze.

Al di là di questo, le vere intenzioni di Petyr Baelish sono misteriose. L’unico spiraglio che ci offre in proposito è questo:

«Tesoro, non puoi avere idea di cosa stia accadendo ad Approdo del Re» riprese Ditocorto. «Aiutata dal suo consiglio di sordi, ciechi e stolti, Cersei infila un’idiozia dietro l’altra. Ho sempre previsto che avrebbe ridotto il regno in miseria e che si sarebbe rovinata con le sue mani, ma non avrei mai immaginato che lo avesse fatto così in fretta. È molto seccante. Speravo di avere davanti quattro o cinque anni di quiete per piantare alcuni semi e lasciare che i frutti maturassero, ma ora… è comunque un bene che io riesca a prosperare in questo caos. Quel poco di pace e ordine che ci avevano lasciato i cinque re temo che non sopravviverà a lungo alle tre regine.»
«Tre regine?» Alayne non capiva.
Ma Petyr decise di non dare spiegazioni.

(Tralasciamo per un attimo che “Speravo di avere davanti quattro o cinque anni di quiete per piantare alcuni semi e lasciare che i frutti maturassero, ma ora…” sembra George R.R. Martin che descrive il processo creativo dietro a AFFC e ADWD.)

Sull’identità delle tre regine posso solo azzardare ipotesi. In virtù di quanto detto prima sulla possibilità che Ditocorto stia raccogliendo prove contro la legittimità di Tommen e la complicità di Cersei nella morte di Robert, direi che possiamo tranquillamente identificare una delle regine come Cersei Lannister.

La seconda regina è molto probabile che sia Daenerys Targaryen, dopotutto Ditocorto sa della sua esistenza, sa dei suoi progetti di invadere Westeros e sa anche dei draghi.
Chi potrebbe essere la terza regina?

Myrcella Baratheon, sostenuta dai Martell in virtù della legge sull’eredità di Dorne? Tenderei a escluderla. Le prove che Ditocorto sta raccogliendo per screditare la legittimità di Tommen si applicano anche a sua sorella.

Asha Greyjoy, unica figlia sopravvissuta di Balon Greyjoy? Direi di no anche qua. Pur non sapendo Ditocorto che Theon è ancora vivo dopo la caduta di Grande Inverno, resta il fatto che Asha (oltre a stare effettivamente lavorando per recuperare il fratello e invalidare l’elezione dello zio Euron) vuole la pace per le Isole di Ferro, non una guerra contro Cersei e Daenerys.

Arianne Martell? Tralasciando che Doran è vivo e vegeto, essere principessa di Dorne non fa di lei una regina, specialmente perché Dorne, almeno sulla carta, è ancora fedele a re Tommen. E anche qualora Arianne sposasse Aegon e sollevasse Dorne contro il Trono di Spade (piano di cui comunque Ditocorto non è al corrente), questo non farebbe di lei una pretendente al trono.

Margaery potrebbe essere una candidata, specialmente considerando la profezia di Maggy la rana e il fatto che i Tyrell hanno le mani in pasta in cose che Cersei è troppo stupida per notare (ma che si possono leggere tra le righe, ne riparleremo un bel po’ più avanti).

Ci sarebbe un’altra alternativa, che è quella che non solo mi piace di più, ma che anche ritengo corretta: la terza regina è Sansa. Alla fine di AFFC Ditocorto è riuscito a ottenere da lady Waynwood un contratto matrimoniale tra sua figlia Alayne e Harrold Hardyng, che erediterà la Valle di Arryn qualora il piccolo e fragile Robert dovesse morire anzitempo. Se però Harry l’Erede dovesse sposare Sansa Stark, erede di Grande Inverno, il Nord e la Valle sarebbero legati indissolubilmente. I lord del Nord non aspettano che l’occasione di unirsi dietro a uno Stark di Grande Inverno contro gli odiati Bolton – e guarderebbero con ancora più favore uno Stark in possesso delle spade e delle ricchezze della Valle di Arryn, che, lo ricordo, è l’unico dei Sette Regni a non essere stato piegato dalla guerra. Questo senza contare che Ditocorto ha Harrenhall e metà delle Terre dei Fiumi. Non mi viene difficile immaginare che, anche lì, molti lord preferirebbero rivoltarsi contro i Frey al fianco del sangue di Delta delle Acque (tra l’altro, una nonna materna di Sansa era una Whent di Harrenhall, e ha quindi un doppio legame di sangue con le Terre dei Fiumi).

L’unico punto a sfavore di questa teoria è che Petyr desidera Sansa tutta per sé. Basterà la bramosia di potere a convincerlo a cedere l’oggetto delle sue brame a Harry l’Erede? Non sarebbe del resto la prima volta che Ditocorto sacrifica la persona che dice di amare: dopotutto, non ha mosso un dito per salvare Catelyn dalla trappola delle nozze rosse.

Per tirare le somme, quindi. Ditocorto è l’uomo che crea il caos e da esso profitta. Partito con nulla se non il suo talento, è riuscito a farsi strada in un mondo di intrigo e sotterfugio, avendo successo non solo nel rimanere nell’ombra, ma anche, in quest’ombra, a sbilanciare i rapporti di potere vigenti nel regno – e poi ad approfittarne.

Sarà interessante, in TWOW, vederlo per la prima volta giocare sulla difensiva. L’arrivo di Aegon – e, forse, di Daenerys – a Westeros di sicuro sono due eventi che lord Ditocorto non ha messo in conto, e per i quali non è detto abbia un piano di contingenza. Perché, se è vero che il caos è una scala, è altrettanto vero che, da una scala, come si può salire, è anche facile scendere.

Nel prossimo post lasceremo un po’ da parte l’arsenico e i vecchi merletti della Westeros continentale, per parlare di un posto in cui gli uomini sono uomini, le donne sono uomini, e perfino le piovre sono uomini.

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Il ritorno del listone

Qualcosa mentre aspettate il post su Ditocorto. Di recente ho ripreso in mano il grande listone dei libri fantasy e sci-fi da leggere almeno una volta nella vita, che avevo pubblicato qui sul blog in tre lunghi post tempo fa.

La versione originale del listone era una sorta di bozza ufficiale intesa per essere riveduta e corretta anche a seguito dei feedback ricevuti.

Quella che ripropongo ora è una versione rinnovata, ma ancora non definitiva. Quello che ho fatto è stato spostare il tutto su un più comodo foglio di Google Sheets, accorpare le serie in un unica voce (così, ad esempio, La caduta di Malazan occupa un solo spazio e non dieci), aggiungendo alcuni titoli ed eliminandone altri di modo che ogni autore fossse rappresentato in maniera più o meno bilanciata. Le voci sono ora divise per generi, con fantasy e fantascienza a fare da padroni, qualche horror e l’immancabile categoria “fantastico letterario” per il lettore più pretenzioso (cioè me). Ho mantenuto i titoli in lingua originale con l’indicazione della traduzione italiana, dove presente, e il link a Goodreads. Il nuovo listone conta circa 200 voci che coprono un periodo che va dal 1308 al 2015.

Potete visualizzare il tutto a questo link.

In altre news, per ancora pochi giorni Correre è di nuovo gratis su Amazon. Se non avete approfittato della svendita natalizia (e darmi 1€ proprio vi secca – non ve ne faccio una colpa: magari mi ci compro la droga, non si può mai essere sicuri), potete trovare il mio racconto in cima alla classifica dei bestseller horror gratuiti e anche a questo link.

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Il banchetto riletto parte II: di serpi, veleni, e guitti sanguinari

Rieccoci qua, con il secondo degli ancora-non-so-di-preciso-quanti-ma-penso-quattro post dedicati alla rilettura ragionata di Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, fino al banchetto dei corvi (con qualche capatina in ADWD, mano a mano che rileggo anche quello). Come sempre, prima di avventurarvi nella lettura, tenete presente che questi post stanno alla logica e alla razionalità come Beppe Grillo sta alla logica e alla razionalità.

Come avevo preannunciato, questo post è dedicato a Dorne e al grande piano di Doran Martell.

Durante tutto il libro non abbiamo accesso diretto ai pensieri del principe di Dorne, anzi, le sue azioni ci arrivano filtrate di volta in volta dalla soggettiva di Areo Hotah, la sua guardia del corpo, e Arianne Martell, sua figlia primogenita ed erede. Non sappiamo quindi con precisione quale sia il grande piano di Doran. Ma possiamo basarci su quello che abbiamo letto per capire cosa non comporta.

Decisamente il disegno di Doran Martell non comporta mettere Myrcella sul Trono di Spade al posto del fratello Tommen in virtù della legge dorniana per la quale gli uomini non hanno diritto di prelazione nell’eredità di titoli e terre, perché quello è il piano – avventato e precipitoso – di Arianne Martell e del suo gruppetto di amici, Garin, Drey, Sylva la Maculata e Stella Nera.

Da La principessa nella torre sappiamo che, qualunque sia il piano di Doran, ha richiesto e sta richiedendo tuttora, un gran quantitativo di premeditazione:

«Ho cominciato a lavorare per la caduta di Tywin Lannister il giorno stesso in cui mi dissero della fine di Elia e dei suoi bambini. La mia speranza era di portargli via tutto ciò che amava prima di ucciderlo.»

Ok, prima cosa: che cosa amava Tywin Lannister. Mi viene in mente una sola persona, sua moglie Joanna, che però è morta da molti anni. Certo, Tywin ha anche a cuore la sua famiglia, Cersei e Jaime in particolare, ed è possibile che la vendetta di Doran Martell passi attraverso la loro distruzione.

Quindi il grande piano di Doran è rivolto a Tywin e ai suoi figli e nipoti, e solo incidentalmente al Trono di Spade. Ma di certo Doran sta muovendo le sue pedine per stringere alleanze con i Targaryen superstiti.

Sempre in La principessa nella torre, Arianne si lamenta di essere poco amata dal padre, che l’ha sempre promessa in sposa a vecchi che lei trovava repellenti – Gyles Rosby e Walder Frey su tutti. Durante il confronto con il padre, però, salta fuori la verità, o parte di essa: esisteva una segreta promessa di matrimonio per Arianne.

«Chi è? A chi sono stata promessa tutti questi anni?»
«Non ha più importanza. Lui è morto.»
Questo la lasciò ancora più interdetta. «I vecchi sono così fragili. Cos’è stato, un’anca fratturata, la polmonite, la gotta?»
«È stata una colata di oro fuso.»

Quindi Doran ci sta dicendo che il suo grande piano era far sposare sua figlia ed erede a Viserys Targaryen – per il quale tra l’altro lo stesso Oberyn aveva tentato di sollevare Dorne –, finanziare in qualche modo il suo ritorno a Westeros con un’armata, e metterlo sul Trono di Spade con accanto Arianne.

Per essere un piano che matura da diciassette anni fa abbastanza pena.

Intanto perché, una volta messi sul trono Viserys e Arianne, e una volta che Arianne avrà avuto un figlio ed erede, i Martell perderebbero Dorne mentre i Targaryen guadagnerebbero non solo i Sette Regni ma anche il controllo diretto su Dorne. Senza contare che l’ultima volta che i Martell hanno tentato di legare una principessa di Dorne a un principe Targaryen, Elia con Rhaegar, è andata tutt’altro che bene. Inoltre Doran non ha mosso un dito, nemmeno dietro le quinte, per aiutare il promesso sposo di sua figlia dopo la morte di Willem Darry. Da notare che al tempo della morte di ser Willem sia Viserys che Arianne avevano quattordici anni, per gli standard di Westeros erano entrambi in età da marito ed è quindi verosimile che la promessa di fidanzamento fosse già stata ufficiata. Eppure Doran ha lasciato girovagare Viserys e Daenerys per le città libere per anni fino a farli finire nelle mani di Illyrio, che ha poi architettato il modo di spedire entrambi il più possibile a est, assieme al khalasar di Drogo. Dove casualmente Viserys è stato ucciso.

Certo, Viserys è stato vittima del suo stesso temperamento, ma ci sono due o tre dettagli che lasciano qualche dubbio se la sua morte sia stata più o meno precipitata da qualche mano invisibile.

Ad esempio, dopo la cerimonia del cuore dello stallone e immediatamente prima dell’incoronazione, Viserys si presenta, ubriaco e furente, al cospetto di Daenerys, Drogo e del resto dei dothraki, con la spada sguainata, proibita a Vaes Dothrak.

“La lama…” lo implorò Dany. “Non devi, Viserys, è proibito! […]”
“Fa’ come ti dice, pazzo!” gli gridò ser Jorah. “Vuoi farci ammazzare tutti?”

E Viserys cosa gli risponde?

“Non possono ammazzarci. Non possono spargere sangue nella città sacra… ma io sì!”

Ora, è anche vero che a Vaes Dothrak è proibito spargere sangue, ma da nessuna parte sta scritto che è proibito ammazzare, che è difatti quello che succede in seguito. Le cose sono due, o Viserys è ottenebrato dall’alcol, o qualcuno non gli ha spiegato per bene le regole del luogo in cui si trova. E chi può averlo sviato a tal punto da fargli credere che Drogo possa restare mansueto di fronte a una minaccia diretta a sua moglie e suo figlio? Qualcuno che parla la lingua comune, l’unica che Viserys comprende. E chi parla la lingua comune, oltre a Daenerys? Solo ser Jorah e le ancelle di Daenerys. Che arrivano tutti da Illyrio. Ah, e la spada che Viserys impugna?

Gliel’aveva prestata magistro Illyrio per farlo sembrare più regale.

C’è da tener presente che questo avviene dopo che Daenerys ha ordinato a Jorah di placare l’animo di suo fratello e Jorah ha optato per farlo colpendolo con un pugno. Una mossa da vero diplomatico. Tra l’altro far arrabbiare Viserys calpestando il suo orgoglio sembra l’attività preferita del quartetto di Illyrio, come quella volta che Daenerys voleva invitare suo fratello a cena, ha chiesto alla sua ancella di chiamarlo e lui è arrivato incazzato nero perché l’ancella gli aveva “ordinato” di presentarsi al cospetto di Daenerys. L’ancella in questione è Doreah, che non dovrebbe avere problemi con la lingua comune, visto che viene da Lys, e che dovrebbe sapere come trattare Viserys, visto che i due sono stati intimi a Pentos.

Dunque Illyrio ha escogitato un complicatissimo piano per liberarsi di Viserys e Daenerys? Con un po’ di ginnastica mentale è possibile, anche se contrasterebbe con quanto udiamo dirgli a Varys in AGOT:

«La principessa aspetta un bambino. Il khal non si muoverà finché suo figlio non sarà nato. Tu sai come sono fatti quei barbari.»

Sembra che Illyrio e Varys vogliano che Daenerys si affretti ad andare da qualche parte, probabilmente ad Asshai, dove troveranno qualcuno in grado di far dischiudere le tre uova di drago in possesso di Daenerys. Ser Jorah, creatura di Illyrio, suggerisce più volte a Daenerys di recarsi ad Asshai, anche quando la cosa non ha senso logistico.

«Andare?» Dany non capiva. «Andare dove?»
«Asshai delle Ombre, direi. È a sud, molto lontano, al limite estremo del mondo conosciuto Eppure si dice che sia un grandissimo porto. Ad Asshai riusciremo a trovare una nave che ci riporti a Pentos.»

Questo più che un suggerimento a me sembra pessima geografia, specialmente per qualcuno che sono anni che vive a Essos. Il capitolo in cui questa frase è pronunciata ha luogo nel Mare Dothraki, più o meno nelle vicinanze dei territori di Lazhar. E Jorah non sa che ci sono almeno quattro porti più sicuri e, soprattutto, vicini, in cui portare Daenerys per far rotta verso Pentos? Mereen, Yunkai, Astapor, Qarth e Yin a Yi Ti sono tutte città portuali più vicine di Asshai. (Se non ci credete apritevi questo link a una mappa di Westeros piuttosto figa e in canon con Il mondo del Ghiaccio e del Fuoco, e misurate con le dita la distanza in linea d’aria) Quello di Jorah è un depistaggio voluto per portare Daenerys e i suoi draghi fino ad Asshai. Ed essendo Jorah una marionetta di Illyrio, significa che Illyrio vuole la principessa Targaryen nella città delle ombre.

Assumiamo per un momento che Griff il giovane non sia davvero un Targaryen (cosa che ritengo altamente probabile, ma altrettanto ininfluente nel grande schema delle cose), questo significa che non è in possesso di sangue reale, e quindi non è in grado di far schiudere le uova. Daenerys, invece, è una Targaryen a tutti gli effetti, ed è pertanto in grado di farlo. E se il piano di Illyrio fosse quello di portare Daenerys ad Asshai, dove sarebbe stata uccisa e il suo sangue utilizzato per risvegliare i draghi? Non sappiamo di preciso come nascano i draghi, ma da quello che abbiamo visto in AGOT pare che la presenza di un Targaryen (o meglio, sangue nobile dell’antica Valyria – Daenerys) e sangue reale (Drogo) siano un requisito necessario.

Comunque stiano le cose, questo porrebbe Illyrio e Doran ai due poli opposti dello spettro. Almeno fino a quando Viserys non perde la vita. Il che spinge Doran a cambiare il proprio piano e a sostenere Aegon. Chissà se non è stata quella l’intenzione di Illyrio fin dall’inizio…

Di sicuro sappiamo che Doran ha sistemato le figlie di Oberyn in punti strategici: la già menzionata Sarella è alla Cittadella, mentre in ADWD scopriamo che Tyene, esperta avvelenatrice, è diretta ad Approdo del Re nei panni di una septa per entrare nelle grazie dell’Alto Passero, e Nymeria Sand è destinata a prendere il posto che fu di suo padre al consiglio ristretto di Re Tommen. Senza contare che Trystane è fidanzato con Myrcella Baratheon. Quentyn è partito alla volta della Baia degli Schiavisti per chiedere la mano di Daenerys Targaryen – e forse è morto, forse no (non lo vediamo morire “sulla pagina” quindi fino a un’ulteriore conferma conta come se fosse vivo). E alla figlia Arianne, Doran assicura il trono di Dorne, presumibilmente destinandola a sposare Griff il giovane.

Non sembra il disegno più ardito e machiavellico che si possa escogitare, ma è pur sempre un piano che permette a Doran e a casa Martell di cadere coi piedi per terra qualunque situazione si venga a creare. Ammetto che sulla strategia di Dorne ho ancora le idee un po’ confuse, anche perché devo ancora ultimare la rilettura di ADWD. Avevo letto da qualche parte che il piano di Doran riguardava l’implementazione a Westeros della legge ereditaria dorniana, il che avrebbe portato sul Trono di Spade proprio i principi di Lancia del Sole, ma la cosa non ha molto senso: prima di tutto perché, per riuscire in questo intento, la legge dovrebbe essere applicata retroattivamente, privando Tommen di un trono che è suo di diritto, e secondariamente perché il primo re di Westeros unito è stato sempre e comunque Aegon il Conquistatore, non i Rhoynar da cui discendono i Martell. Non a caso il re dei Sette Regni viene identificato come “Re degli Andali, dei Rhoynar e dei Primi Uomini”.

Fun fact: applicando la successione via primogenitura assoluta, e con l’aiuto dell’albero genealogico in appendice a Il mondo del Ghiaccio e del Fuoco, il trono dei Sette Regni dovrebbe andare a Philip Plumm, lord vassallo dei Lannister, che è erede di Elaena Targaryen, l’unica figlia di Aegon III a essere sopravvissuta al regno di Baelor il Benedetto. Philip Plumm è imparentato con il forse più celebre Ben Plumm il Marrone dei Secondi Figli.

In ogni caso, ripeto, il vero piano di Doran non riguarda il Trono di Spade, ma la vendetta nei confronti di casa Lannister. Che passa attraverso l’eliminazione di Tywin e quanto ha di più caro, ossia Jaime e Cersei.

Ora, di come Jaime sia stato messo fuori combattimento da una serie di eventi fortuiti e anche un po’ sospetti ho già parlato nella prima parte. Quello che è successo a Jaime mi fa pensare che ci sia un collegamento tra i Martell e i Bravi Camerati di Vargo Hoat. Che si tratti della compagnia mercenaria fondata da Oberyn durante il suo periodo a Essos?

Anche Cersei ad Approdo del Re sembra essere circondata da gente che complotta contro di lei (che, ironicamente, non sono coloro che lei sospetta di complottare), nelle fila dei quali vale la pena di annoverare Qyburn, ex membro dei Bravi Camerati. Ah, e dall’incontro al castello dei Sussurri tra Brienne e Tymeon, da quest’ultimo scopriamo che:

Urswyck e i suoi hanno proseguito per Vecchia Città.

Per chi non avesse colto, Urswyck era il secondo di Vargo Hoat e ora suppongo sia il capo di ciò che rimane dei Bravi Camerati. Non ho idea di chi speri di incontrare a Vecchia Città, perché di personaggi interessanti ce ne sono parecchi.

Per quanto riguarda Tywin, la sua morte per mano di Tyrion è stata diciamo fortuita. Perché esiste la concreta possibilità che Oberyn lo stesse avvelenando.

Al processo di Tyrion, maestro Pycelle descrive un particolare veleno:

«Sangue di vedova è chiamata quest’altra, a causa del dolore. Una pozione crudele. Sigilla la vescica e il retto di un uomo, facendo annegare il malcapitato nei suoi stessi escrementi.»

E, quando Tyrion fugge, alla fine di ASOS, incontra Tywin al gabinetto. Ma non è che si incontrano per caso, no:

Trovò il lord suo padre là dove sapeva che l’avrebbe trovato: seduto nella penombra della latrina, con la vestaglia da notte sollevata fino alle anche.

In qualche modo Tyrion sapeva che suo padre si trovava sulla tazza, e Tywin doveva essere seduto là da un po’, perché Shae, nell’altra stanza, ha fatto in tempo quasi ad assopirsi. Forse Tyrion sapeva che suo padre soffriva di stitichezza. E, quando Tywin muore, il suo corpo si scarica:

La prova fu l’improvviso fetore generato dallo svuotarsi al viscere nel momento della morte. “Be’, quanto meno eri nel posto giusto” pensò il Folletto. Il fetore che dilagò nella latrina fu un’ulteriore prova che la battuta ripetuta fin troppe volte su suo padre era solo un’altra menzogna.
Lord Tywin Lannister, alla fine, non cacava oro.

Ora, garantito che è abbastanza normale che, dopo la morte, lo sfintere si rilassi scaricando eventuali escrementi presenti nel retto, la stitichezza di Tywin può non sembrare indice di un avvelenamento. Magari George R.R. Martin ha architettato tutto con sapienza e precisione per quell’ultima battuta che, ammettiamolo, varrebbe il gioco. O magari la fine di Tywin va letta come una morte diametralmente opposta rispetto a come era vissuto, grandioso e superbo.

La teoria dell’avvelenamento si incastrerebbe bene anche con ciò che accade dopo. Durante la veglia funebre il cadavere di Tywin comincia a emanare un deciso odore di carne putrefatta.

«Madre.» Tommen la tirò per la manica. «Cos’è questo cattivo odore?»
“Il lord mio padre…”
[…]
Anche Cersei lo percepiva: un leggero lezzo di carne in decomposizione che rischiò di farle arricciare il naso.

E le cose peggiorano al momento del funerale vero e proprio.

Il Primo Cavaliere del re stava ormai decomponendosi visibilmente, gli occhi erano infossati, due pozzi oscuri. Fessure si erano aperte nelle guance, fetido liquido biancastro fuoriusciva dalle articolazioni della sfolgorante armatura oro e porpora, formando una pozza viscida sotto il corpo.

L’odore di decomposizione che il corpo di Tywin emana è così intenso che fa lacrimare gli occhi di Pycelle, causa un mancamento a uno dei Più Devoti, e fa vomitare Tommen durante il funerale. E non solo, anche Jaime stesso è preso da dei conati di vomito. Jaime, che ha respirato il puzzo della propria carne in decomposizione. A Davos, in ADWD, riferiscono che, dopo il funerale, il tempio di Baelor è stato inagibile per giorni. Ricordiamo che il corpo di Tywin è stato praparato dalle sorelle del silenzio che, come da tradizione, gli hanno esportato gli organi interni e lo hanno riempito di fiori profumati proprio per evitare situazioni del genere.

Potrebbe essere un qualcosa da intendere non letteralmente ma a livello metaforico. Il lezzo di decomposizione rappresenta il marcio che c’era in Tywin Lannister, da tutti ritenuto il più grande uomo dei Sette Regni. Ma io non credo. Prima di tutto perché Martin su questa cosa insiste parecchio. Fosse stato un gioco letterario, lo avrebbe menzionato una volta e basta, non ci avrebbe dedicato tutto quello spazio. No, cicciopanzo Martin voleva che il lettore recepisse per bene che qualcosa di sbagliato stava avvenendo col cadavere di Tywin Lannister. E secondo peerché Tywin Lannister, per gli standard di Westeros, non è stato affatto un uomo “marcio”. Certo, era duro, severo, implacabile, ma ha saputo anche essere generoso, valoroso e saggio. È stato un lord retto, che ha prosperato e fatto prosperare le proprie terre e i propri sudditi, ha ridato lustro al nome della propria famiglia e ne ha difeso gli interessi. Certo, non è stato il padre dell’anno, né il miglior wedding planner delle Terre dei Fiumi, ma un buon lord non deve necessariamente essere un brav’uomo. Per come la vedo io, Tywin potrà anche essere l’antagonista – se assumiamo che questa dicotomia sia valida in una serie ad ampio respiro come le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco – ma questo non lo rende un cattivo.

In ogni caso, tutto questo sembra suggerire che Tywin Lannister sia in effetti stato avvelenato da qualcuno che probabilmente ha usato del sangue di vedova. C’è, ad Approdo del Re, qualcuno che ha dimestichezza coi veleni e la cui famiglia ha dei conti da saldare con i Lannister, e questo qualcuno è per l’appunto Oberyn Martell.

C’è da dire che Oberyn lavorava di pari passo con suo fratello Doran, e che il piano del principe di Dorne prevedeva sì uccidere Tywin Lannister, ma solo dopo averlo privato di tutto ciò che amava. Sembrerebbe quindi poco plausibile che Oberyn avesse già cominciato a somministrare a Tywin il sangue di vedova.

Però, come dice Doran stesso:

«Noi principi facciamo piani tanto elaborati solo perché gli dei possano mandarli all’aria.»

O, nel nostro caso, i fratelli minori. Per come la vedo io, l’avvelenamento di Tywin da parte di Oberyn era stato architettato da Doran, mentre il resto del suo piano si metteva in moto. L’avvelenamento di Tywin avrebbe dovuto essere lento, e questo spiega perché il Primo Cavaliere godeva ancora di apparente buona salute durante il processo di Tyrion e dopo il duello ordalico. Doran deve aver riposto troppa fiducia nella disciplina del fratello. Oberyn, al contrario del principe di Dorne, era un uomo impulsivo e pronto all’azione (da ricordare che voleva sollevare Dorne contro Robert e a sostegno Viserys subito alla fine della guerra civile che aveva deposto i Targaryen). Quando Oberyn ha visto la possibilità di affrontare Gregor Clegane, l’assassino materiale di sua sorella Elia, ha consciamente deciso di mandare all’aria i cauti (troppo cauti, per la Vipera Rossa) piani del fratello e di offrirsi come campione di Tyrion.

Per cui, per riassumere: Doran Martell ha impiegato diciassette anni per elaborare un piano che veda a) la morte di Tywin Lannister; b) la rovina di Cersei; c) la rovina di Jaime; d) un Martell a fianco di chiunque sieda sul Trono di Spade. Per come stanno le cose alla fine di AFFC, e ancor più al termine di ADWD, il piano di Doran Martell sembra essere prossimo a dare i suoi frutti.

Ma il principe di Dorne avrà fatto i suoi conti con le altre forze che si agitano nei Sette Regni? A cominciare da Petyr Baelish, di cui parleremo più approfonditamente nel prossimo episodio che, vi avverto, si preannuncia piuttosto lunghetto.

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Il banchetto riletto parte I: di maestri, candele, e vecchie città

Questo post, assieme a quelli che seguiranno, è piuttosto lungo e contorto. Ma parla di una cosa che ci piace tanto: Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. Si tratta di una serie di articoli ad alto contenuto complottista. Roba che al confronto Roberto Giacobbo quando parla di alieni suona razionale ed empirico. Per cui, preparate i vostri cappelli di carta stagnola e seguitemi nei miei vaneggiamenti.

La prima volta che ho letto il quarto volume delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (ossia l’ottavo e il nono nell’edizione italiana, rispettivamente intitolati Il dominio della regina e L’ombra della profezia) ne sono rimasto, come molti altri, più che deluso.

È facile spiegare perché. Intanto sembra non succeda niente: Brienne viaggia alla ricerca di Sansa, Jaime viaggia per le terre dei fiumi, Samwell viaggia verso Vecchia Città, Sansa fa cose (ma nemmeno troppe) a Nido dell’Aquila, eccetera. La sensazione generale è che si parli tanto senza dire niente. Del resto nei piani originari del cicciopanzo bretellato, questo romanzo e il suo fratellino (“ino” tra virgolette, dato che è un tomo di 1100 pagine) La Danza dei Draghi non dovevano esistere. Originariamente ci doveva essere un salto temporale di qualche anno tra la fine di Tempesta di Spade e quello che doveva essere l’inizio di una seconda trilogia, il cui punto di partenza sarebbe stato l’arrivo di Daenerys a Westeros, e tutto quello che era successo nel mentre sarebbe stato raccontato via flashback.

Oltre all’apparente assenza di trama, i protagonisti di questo romanzo non mi sono mai sembrati un gruppo vincente. A fare da padrona è Cersei, che è sempre riuscita a generarmi odio fisico perfino quando non era POV. Poi abbiamo due personaggi che a me in tutta sincerità non piacciono per niente, ossia Jaime e Samwell. Personaggi che potrebbero essere fighi ma che sono intrappolati in trame noiose, tipo Arya e Brienne. E personaggi che sulla carta sembrano fighi ma ancora non posso esserne certo per via del poco spazio che è stato dato solo, come ad esempio Asha e Victarion Greyjoy e Arianne Martell.

Insomma, un romanzo in cui non succede niente, con dei protagonisti che non mi vanno a genio. Due stelline su cinque giusto perché sei GRRM e tanti saluti.

A una prima lettura un ragionamento del genere poteva anche starci. Ora che l’ho riletto con un po’ più di calma, però, mi rendo conto che Il Banchetto dei Corvi è quel genere di storia in cui la vera storia è tra le righe. Assieme alla Danza dei Draghi, questo romanzo è quello in cui, leggendo con attenzione, si possono cogliere il maggior numero di dettagli che offrano risposte (o per lo meno indizi) sui grandi misteri della serie.

Ci sono molte domande in Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco alle quali i lettori bramano il momento in cui verrà data risposta. Chi sono i genitori di Jon Snow? Qual è il grande piano di Peryr Baelish? Esiste davvero Azor Ahai rinato e, se sì, di chi si tratta? Qual è il significato delle visioni di Daenerys nella Casa degli Eterni? Cosa sta pianificando Doran Martell? E Euron Greyjoy? E Illyrio Mopatis e Varys? E gli uomini senza volto? E queste sono solo le prime domande che mi sono venute in mente. Ce ne sarebbero a dozzine di altre.

Se questo romanzo non ci fornisce risposte chiare ed esaustive – che dubito avremo mai del tutto – per lo meno ci offre qualche indizio per metterci sulla buona strada.

Dopo gli eventi dei primi tre libri, il romanzo si apre a Vecchia Città, sede della Cittadella, dove si formano e risiedono i maestri, e seggio ancestrale della famiglia Hightower. E non solo si apre, perché anche il capitolo conclusivo si svolge all’ombra dell’Alta Torre. La Cittadella è uno di quei luoghi di estrema importanza per la storia delle Cronache, di cui tuttavia sappiamo molto poco e abbiamo visto ancora meno. Fino all’arrivo di Samwell a Vecchia Città, e con l’eccezione del prologo di AFFC, non abbiamo occhi all’interno della Cittadella, eppure è palese che qualcosa di importante stia accadendo da quelle parti.

Tra gli accoliti, i novizi e i maestri della Cittadella incontriamo un terzetto di personaggi che, sono pronto a scommetterci, avrà un peso importante nell’economia generale della serie.

Il primo è Pate, il ragazzo dei corvi di maestro Walgrave, che alla fine del prologo viene ucciso da un uomo identificato come l’Alchimista, salvo poi ricomparire vivo e vegeto alla fine del romanzo. Quasi come se qualcuno ne avesse preso le sembianze. E chi conosciamo in grado di prendere le sembianze altrui? E, più nel dettaglio, chi conosciamo che abbia “il viso di un uomo giovane, ordinario, guance piene e un accenno di barba”, e soprattutto con “la pallida traccia di una cicatrice” che “gli segnava la guancia destra. Aveva il naso adunco e folti capelli neri, arricciati dietro le orecchie. Una faccia che Pate non riconobbe.” Ma la riconosciamo noi, che ci ricordiamo quanto visto da Arya in ACOK:

Jaqen H’ghar si passò una mano sul volto, dalla fronte scivolando fino al mento. E dove quella mano passò, ogni cosa subì un mutamento. Le gote si fecero più rotonde, gli occhi più ravvicinati, il naso divenne a uncino, una cicatrice apparve sulla guancia destra, là dove nessuna cicatrice era mai esistita. E quando l’uomo di Lorath scosse il capo, i suoi lunghi capelli lisci, metà rossi e metà bianchi, si dissolsero. Al loro posto, apparvero corti riccioli, neri come l’inchiostro.

Orbene, pare proprio che Jaqen H’ghar si trovi a Vecchia Città, dietro le mentite spoglie di Pate, il ragazzo dei corvi. E visto che Jaqen H’ghar fa parte degli uomini senza volto, significa che il dio dai mille volti ha interessi alla Cittadella. La domanda ora è: quali?

La seconda personalità di rilievo a Vecchia Città è l’arcimaestro Marwyn, non a caso detto anche Marwyn il mago. Marwyn è interessante per molti motivi, il primo dei quali ci riporta indietro fino ai tempi di AGOT, e lontano fino al mare Dothraki.

“Dove hai imparato le arti guaritrici, Mirri Maz Duur?”
“[…] un maestro delle Terre del Tramonto aprì per me un corpo e mi mostrò tutti i segreti che si celano al di sotto della pelle.”
“Un maestro?” intervenne ser Jorah Mormont.
“Marwyn, diceva di chiamarsi.”

Dunque Marwyn e Mirri Maz Duur si sono incontrati ad Asshai, dove la maegi è stata sua allieva (e dal quale, presumo, ha imparato la lingua comune). Anni dopo, Mirri Maz Duur e Daenerys si incontrano per caso in una città degli uomini agnello costruita in territorio dothraki, e quindi obiettivo ideale per una razzia. Grazie alla conoscenza della lingua comune e, in parte, alla garanzia di aver studiato presso un maestro della Cittadella, cosa che impressiona Jorah, Mirri Maz Duur entra nelle grazie di Daenerys, salvo poi tradirla, causare la morte di Drogo e, indirettamente, la nascita dei draghi. Si tratterebbe senza dubbio di una bella coincidenza. Se nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco esistessero le coincidenze.

Maestro Marwyn è anche proprietario di una candela di vetro. Le candele di vetro sono un antico artefatto d’ossidiana che permette di comunicare attraverso grandi distanze e anche influenzare i sogni. E chi altri utilizza una candela di vetro? Quaithe, in ADWD. Dall’incontro semi-onirico di Quaithe e Daenerys intuiamo (sempre con quel piccolo sforzo di immaginazione che il magico mondo delle teorie sulle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco richiede) che non è la prima volta che la misteriosa visitatrice del buio di Asshai ha utilizzato le sue arti magiche per influenzare i sogni di Daenerys – e, attraverso questi, di incanalare le vicende della principessa Targaryen su determinati binari. Ma sull’argomento sogni approfondiremo più avanti. Per ora basti sapere che Marwyn, così come Quaithe, utilizza una candela di vetro, il che lo rende a tutti gli effetti uno dei personaggi più importanti nell’economia della serie.

La candela di vetro ci viene descritta da Samwell nel capitolo conclusivo di AFFC. E, quando il giovane Guardiano ne è al cospetto, succede una cosa interessante:

Alleras indicò la candela nera.
Sam fissò per un momento la strana fiamma pallida, poi ammiccò e distolse lo sguardo. Fuori dalla finestra si stava facendo buio.

Tenete presente che l’avventura di Samwell a Vecchia Città è cominciata di mattina, e sono trascorse solo alcune ore dal suo arrivo. Non abbastanza perché fuori faccia buio. Sam ha perso, senza rendersene conto, la buona parte del pomeriggio, il tutto fissando la candela. Tempo durante il quale Marwyn è andato al porto, ha preso la Vento di Cannella e ha fatto rotta verso la Baia degli Schiavisti. Da notare che sulla Vento di Cannella si trovano non solo Gilly con il figlio di Mance, ma anche il cadavere di Aemon Targaryen. Qualora Marwyn decidesse di utilizzare la magia del sangue, di sangue reale ne avrebbe in abbondanza.

È interessante anche notare che nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco c’è già stato un momento, in ACOK, in cui un personaggio ha perso la cognizione del tempo:

Catelyn non si rese nemmeno conto che i canti avevano avuto fine. Erano passate molte ore, eppure parvero niente più che un battito di ciglia quando Brienne venne a bussare alla porta.

Qui Catelyn non è alla presenza di una candela di vetro, ma nel paragrafo precedente viene descritta la luce della luna. La luna è un elemento che spesso nel romanzo è associato a Quaithe. E qual è la prima decisione che Catelyn prende dopo aver perso la cognizione del tempo per alcune ore? Quella più insensata e dannosa per la campagna di Robb, liberare Jaime Lannister dalla sua prigionia. Una decisione che, ad esempio, è me è sempre sembrata forzata e irrazionale – e forse ci avevo visto giusto, perché non è stata presa razionalmente da Catelyn ma dopo essere stata ammaliata da qualcuno o qualcosa.

L’importanza di sogni e visioni e la loro influenza sulle azioni dei personaggi è un tema che ricorre spesso nella serie, come vedremo in seguito.

Marwyn, torniamo a lui, è anche collegato, forse con un po’ di ginnastica mentale (per lo meno in uno dei casi), ad altri due personaggi: Qyburn e Rodrik Harlaw. Il collegamento con Harlaw è abbastanza labile, in effetti – Asha Greyjoy ci descrive lo zio intento a leggere il Libro dei Libri perduti, scritto da Marwyn. Il Libro dei Libri perduti contiene dei frammenti di un testo più antico, Segni e portenti, che fa riferimento alle visioni profetiche di Daenys Targaryen precedenti al disastro di Valyria. Per la cronaca, Rodrik Harlaw, lord di Dieci Torri, è il principale sostenitore di sua nipote Asha all’acclamazione di re, ed è quindi un oppositore della “vecchia via” di razzie e pirateria incarnata da Victarion Greyjoy. È anche colui che suggerisce ad Asha di recuperare Theon per invalidare l’elezione di Euron, in quanto un’acclamazione di re non è valida se uno dei candidati non è presente.

Qyburn e Marwyn si sono certamente incontrati alla Cittadella. Marwyn viene menzionato casualmente da Qyburn in un dialogo con Jaime Lannister in ASOS:

Agli arcimaestri la mia linea di pensiero non piaceva. A Marwyn sì, ma era l’unico.

E forse i legami tra i due si fermano a una sorta di mutua solidarietà e rispetto tra due sapienti che sono considerati, per un motivo o per l’altro, al di fuori dell’establishment della Cittadella. O forse c’è qualcosa di più. Del resto Qyburn è membro dei Guitti Sanguinari di Vargo Hoat, responsabili di aver tagliato la mano della spada Jaime Lannister. Il che è strano, perché il gesto dei Guitti è in controsenso con la loro indole di mercenari: non varrebbe, Jaime Lannister, più soldi tutto intero? Senza contare che Roose Bolton, che impiegava i Guitti al tempo dei fatti, è furente con Vargo Hoat per il gesto.

Roose Bolton allungò un braccio, strappò la corda con un gesto secco e gettò l’arto putrefatto verso Vargo Hoat. “Porta via questa cosa. La sua vista mi offende.”

L’unico che sembra guadagnare da questo evento è proprio Qyburn, che grazie alle sue capacità di guaritore segue Jaime ad Approdo del Re per poi diventare maestro dei sussurri del consiglio ristretto di Cersei. Ed è proprio Cersei che, imprigionata dall’Alto Passero, gli detta un messaggio per Jaime in cui supplica il fratello di tornare nella capitale per essere il suo campione nell’imminente duello ordalico che proverà la sua innocenza o colpevolezza di fronte alle accuse mosse dal Credo. Solo che la notte prima di ricevere il messaggio Jaime ha un vividissimo sogno di sua madre Joanna e, dopo aver letto il messaggio, decide di ignorarlo. Il che costringerà Cersei a servirsi di ser Robert Strong quale suo campione. Solo che ser Robert Strong è in realtà il corpo rianimato di Gregor Clegane (rianimato da Qyburn), e Gregor Clegane è morto, la sua testa inviata a Doran Martell. Sembra quasi che Qyburn abbia un piano ben preciso per far scoprire nella maniera più eclatante possibile che Cersei Lannister ha mentito ai Martell, e impedire ogni possibile tregua tra la corona e Dorne. Forse in preparazione del grande piano di Doran Martell?

Ah, e per la cronaca, un’altra decisione importante manipolata tramite un sogno vivido. Mi domando se nell’apparizione di Joanna Lannister non ci sia lo zampino di qualcuno in possesso di una candela di vetro…

Chiudiamo la triade della Cittadella con l’accolito Alleras. Che altri non è che Sarella Sand, figlia naturale di Oberyn Martell e membro delle Serpi della Sabbia. Un momento, vi starete dicendo, come fa Alleras, accolito maschio alla Cittadella, a essere Sarella, figlia femmina della defunta Vipera Rossa. Beh, intanto entrambi hanno padre dorniano e madre delle Isole dell’Estate, entrambi hanno tratti somatici simili, ed entrambi hanno dimestichezza con le armi. Poi abbiamo la “profezia” di maestro Aemon: “L’enigma è la sfinge, non l’enigmista”, e Alleras è soprannominato proprio la Sfinge. Oh, e poi c’è il trascurabile fatto che ALLERAS è SARELLA scritto al contrario.

Quindi abbiamo Doran Martell che ha piantato una figlia di suo fratello Oberyn alla Cittadella, estremamente vicino a maestro Marwyn. Tra parentesi, anche Oberyn ha trascorso del tempo alla Cittadella, arrivando anche a forgiare sei anelli della catena di maestro, come ci ricorda Tyrion in ASOS, per poi annoiarsi e partire per Essos, dove:

“Era stato soldato nelle Terre Contese al di là del Mare Stretto, cavalcando per un periodo nei ranghi dei Secondi Figli, una delle più celebri compagnie di ventura di quelle regioni…”

I Secondi Figli sono la compagnia di Ben Plumm il Marrone e Mero il Bastardo del Titano, attualmente a servizio di Daenerys.

“… prima di formarne una propria.”

E che fine ha fatto questa compagnia di mercenari formata da Oberyn Martell? E se vi dicessi che ho il sospetto si tratti di qualcuno che conosciamo già piuttosto bene?

Visto che questa specie di analisi si è già dilungata parecchio, e visto anche che ho molte cose da dire ancora, chiudiamo qui la prima parte. Nella seconda, data di pubblicazione tbd (la sto ancora scrivendo), ci allontaneremo da Vecchia Città per spostarci a Dorne, per analizzare uno dei personaggi più affascinanti del romanzo, ossia il principe Doran Martell – e il suo grande piano per vendicarsi dei Lannister.

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Recensione – “Il re di ferro (I re maledetti #1)” di Maurice Druon

Orbene, oggi parliamo di un romanzo scritto addirittura da un ministro della cultura. No, non Nelle vene quell’acqua d’argento di quel ganassa di Dario Franceschini (sì, il tipo che strombazza ai quattro venti che ha abbassato al 4% l’IVA degli ebook salvo poi metterlo nel culo lubrificando con ghiaia a me e tanti altri che si sono visti aumentare il prezzo dei propri ebook auto pubblicati perché #unlibroèunlibromasolosehailcodiceISBNsennòcazzivostri), sto parlando del francese di Maurice Druon.

Druon, oltre ad aver ricoperto la carica di ministro della cultura tra il 1973 e il 1974 è stato anche autore di una serie di romanzi storici, intitolata I re maledetti, che narra la caduta della dinastia capetingia in Francia e l’ascesa dei Valois.

Tra le altre cose, I re maledetti è stato adattato in una miniserie televisiva (intitolata La maledizione dei Templari perché da noi era appena uscito Il codice Da Vinci e i templari andavano di moda), ma soprattutto, è accreditata da George “Er Bretella” Martin come una delle ispirazioni per la sua famosa e machiavellica serie fantasy. Tant’è vero che il blurb in copertina lo riporta: “Questo è il vero Trono di Spade”.

Che cosa succede

Due sono gli eventi (storici) di grande importanza affrontati nel romanzo. Il primo, motore dell’intera serie, è il processo ai cavalieri templari e la susseguente condanna a morte del Gran Maestro Jacques de Molay, il quale, come ultimo gesto di spregio nei confronti dei personaggi che architettarono la fine del proprio ordine cavalleresco, lanciò in punto di morte una maledizione contro il papa Clemente V, il guardasigilli francese Nogaret, lo stesso re di Francia Filippo IV e il resto della sua famiglia.

Il secondo evento è passato alla storia come l’Affare della Tour de Nesle. Per quanto ferreo e spietato fosse Filippo IV, i suoi tre figli Luigi, Filippo e Carlo, restavano dei bambocci. Sposati in giovane età con le figlie e la cugina di Mahaut d’Artrois, in realtà almeno due dei tre erano dotati di un palco di corna non indifferenti, perché Margherita e Bianca di Borgogna (mogli rispettivamente di Luigi e Carlo) si intrallazzavano, nell’eponima torre di Nesle, con i fratelli d’Aunay. Ovviamente l’adulterio viene scoperto, e diciamo che le cose non finiscono granché bene per le persone coinvolte.

Oltre a queste due storie principali, Il re di Ferro introduce anche elementi che saranno importanti per gli altri romanzi della serie, come le macchinazioni di Isabella d’Inghilterra e Roberto d’Artrois, e la figura dei banchieri lombardi Spinello Tolomei e suo nipote Guccio Baglioni.

Che cosa ne penso

Per prima cosa, tanto di cappello. Per essere un libro pubblicato nel 1965, poteva essere scritto in prosa molto più ostica. Invece no. Pur essendo palesemente una persona di elevata cultura, Maurice Druon non gioca a fare sfoggio di ingarbugliamenti pseudo-intellettuali. Se questo romanzo fosse stato scritto da Umberto Eco, ad esempio, sarebbe stato illeggibile (come lo è Baudolino, per capirci).

Seconda cosa, anche se questo blog normalmente tratta di fantastico e in particolare di high/epic fantasy (anche se poi non è così vero perché alla fine della fiera qui comanda io e faccio il cacchio che voglio) un romanzo come questo ci sta a pennello. Certo, non abbiamo il mago che casta lightning bolt, perché, you know, i maghi non esistono nella vita reale (volendo possiamo considerare la maledizione di Jacques de Molay una forma di magia, ma anche no, ok?). Ma in Il re di ferro ci sono tutte le altre cose che, quando leggo un romanzo fantasy, mi mandano in brodo di giuggiole.

Intanto ci sono intrighi da tutte le parti. Anche la minima cosa che succede in questo romanzo, tenendo conto di quello che poi storicamente si è verificato, scatenerà una catena di eventi che avrà ripercussioni sul futuro. In Il re di ferro Isabella e Roberto d’Artrois denunciano le principesse di Francia l’una per antipatia personale e l’altro per vendicarsi di Mahaut, che ha ereditato la contea di Artrois al posto suo. Ma facendo ciò hanno messo in forse la successione al trono francese e di Navarra.

Ovvio che intrighi del genere non funzionerebbero senza personaggi almeno un po’ memorabili. E il libro ne presenta almeno due. Da una parte abbiamo il già più volte menzionato Roberto d’Artrois, esuberante, ingegnoso e vero e proprio motore di gran parte dell’azione. Dall’altra c’è il re di ferro del titolo, Filippo il Bello, del quale seguiamo un’importante realizzazione sulla mortalità, la storia, e sulla percezione che un individuo dà agli altri in rapporto a quella che ha di sé stesso.

In conclusione

In soldoni, Il re di ferro si merita l’epiteto di “il vero Trono di Spade”. A prescindere dal fatto che io consideri quel particolare periodo della storia europea estremamente interessanti, si tratta di una storia piena zeppa di intrighi, alcuni dei quali avranno effetti a lungo termine sul resto della serie e non solo sullo svolgimento della trama del presente volume. I personaggi sono interessanti, e offrono spunti di riflessione che vanno al di là dell’immediatezza delle loro vicende. E, in fin dei conti, la prosa di Druon (e pure la traduzione italiana, per una volta) non è affatto male.

Quello che mi preoccupa è la Mondadori. Nel senso che la serie è uscita anni fa mi pare per la Sperling (ma non ci scommetterei la testa) ed è poi stata ristampata negli ultimi mesi dell’anno scorso in una nuova edizione proprio da Mondadori, con tanto di blurb di GRRM, comprensibilmente per fare cassa sfruttando il successo di Game of Thrones. Ora, l’edizione originale è introvabile, anche tra i pirati dei sette mari, mentre di quella nuova sono usciti solo i primi tre volumi della serie (che, per inciso, ho acquistato in blocco), I re maledetti, La regina strangolata e I veleni della corona. Piccolo problema, almeno stando ad Amazon, non sono previste ulteriori uscite, nemmeno in formato digitale. Il che mi riempie di angoscia e mestizia.

Perché il primo romanzo della serie è un vero e proprio volta pagine, che mi ha decisamente lasciato la voglia di proseguire nella lettura (cosa che poi, colpa mia, non ho effettivamente ancora fatto per una serie di altre incombenze che sono spuntate fuori – e perché, come un pirla, mi sono detto, massì, leggiamoci una cosa leggera: Il conte di Montecristo).

Voto finale

1

La magia del Natale, ovvero: ebook gratis

Correre800x600Siccome tra poche ore si festeggerà la nascita di Babbo Natale, e mi dicono che è costume tra gli esseri umani scambiarsi dei doni, ho pensato di adeguarmi.

Perché, in fondo, nulla dice Natale come psicopatici, allucinazioni, e fughe disperate per salvarsi la vita. E, se non siete d’accordo, significa che non avete mai trascorso la vigilia con i miei parenti.

In occasione delle feste, trovate il mio ebook Correre a zero euri su Amazon. Gioite!

Nel caso non vi ricordaste (è passato in effetti del tempo dall’ultima volta che ho fatto caso alla sua esistenza, perché sono uno scrittore autopubblicato orribile), Correre è un racconto di 11.600 parole (in inglese già lo chiamerebbero novelletta, ma non stiamo a sottilizzare), e parla di un ragazzo che una sera fa un incidente d’auto e pensa “oh, le cose sono già messe male, non penso possano peggiorare ulteriormente” e invece peggiorano.

La sinossi:

È stato solo un momento di distrazione, ma tanto è bastato per causare un incidente. Poco importa che la strada di campagna, circondata da campi di granturco in apparenza infiniti, a quell’ora della notte doveva essere pressoché deserta. Nico, giovane atleta e futuro maratoneta olimpionico, sa bene che la responsabilità di ciò che è accaduto è tutta sua.
Eppure l’incidente è solo l’inizio dell’incubo. Perché quando l’autista del camioncino bianco comincia a gridare frasi sconnesse ed estrae dai rottami della sua vettura un fucile, Nico sa che c’è solo una cosa che gli rimane da fare.

L’unica cosa che gli è sempre riuscita alla perfezione.

Correre.

Non per la gloria, ma per salvarsi la vita.

Correre lo trovate su Amazon a questo link gratis da oggi fino al 28 dicembre.

Poi vi prometto solennemente che nel 2015 scriverò di più e pubblicherò altra robina. Attualmente sto lavorando a un drammone fantasy-storico ispirato alla caduta di Costantinopoli e ho il soggetto già pronto per un western violento (e a tratti anche un po’ pretenzioso). Senza contare i numerosi fantasy erotici che ho già pubblicato con uno pseudonimo che non sgamerete mai. Har har har.

Vabbè, in ogni caso, è Natale. Mangiate a scrocco. Evitate le domande della zia Violetta su quando vi laureate/trovate una ragazza/vi sposate/trovate un lavoro. Sedetevi al tavolo dei bambini. Seriamente. Gli adulti parlano di tasse e politica, i bambini di Pokèmon. Dagli adulti c’è da fare a pugni per l’alcol, dai bambini avrete una bottiglia tutta per voi. E, soprattutto, i bambini prendono sempre un sacco di cibo che alla fine non mangiano. Per cui tavolo dei bambini tutta la vita. Ah, giusto. E scaricate il mio ibucchino. È gratis.

2

La Sfavillante Rubrichetta Cinematografica – Coherence (2014)

Mi rendo conto che quest’anno ho parlato molto poco di film, eppure ne ho visti abbastanza, incluso un paio che avrebbero meritato una menzione. Da Jodorowsky’s Dune al quasi fighissimo Mercenaries della Asylum (no, dico, guardate il cast), fino al miglior film dell’anno che per me è, senza partita, Boyhood di Richard Linklater.

Per cui, mentre il resto del mondo sta impanicandosi per comprare gli ultimi regali di Natale (me incluso – ma in realtà devo solo trovare la voglia di andare in una tabaccheria seria a comprare sigari cubani per mio padre), parliamo un po’ di un bel film che ho visto di recente.

Coherence, scritto e diretto da James Byrkit, è un film indipendente a bassissimo costo, girato nella casa del regista, con un cast di suoi amici (uno dei quali è Xander di Buffy), e con dialoghi quasi del tutto improvvisati. Si tratta di una pellicola cross-genere. IMDb lo chiama un thriller fantascientifico, mentre per me è un film marcatamente horror, che pone parecchia enfasi sull’elemento suspense.

In breve, di cosa parla Coherence? È la storia di un gruppo di amici nel pieno dei loro trent’anni che si incontra una sera per una cena in compagnia. Tutto inizia nel più normale dei modi, e l’unico conflitto sembra essere la presenza di un’ospite sgradita alla protagonista perché è la ex del suo attuale fidanzato. Garbatamente, quasi di passaggio, il film ci informa, per bocca di uno dei personaggi, che quella sera una cometa passerà vicinissima alla terra. Per breve tempo l’attenzione si rivolge a quel fenomeno astronomico e ad altri simili (l’evento di Tunguska), e viene messa la pulce nell’orecchio allo spettatore che, quando una cometa passa così vicina alla Terra, possono verificarsi delle non meglio precisate stranezze, ma poi la serata ritorna sui consueti binari. Fino a che la corrente non salta all’improvviso, e la casa si trova immersa in un’oscurità innaturale.

Il film procede in un crescendo di tensione e mistero, e ogni volta che si trova una risposta si aprono tre domande nuove.

Coherence mi è piaciuto, e ve lo consiglio caldamente, perché riesce a fare tanto con i ridottissimi mezzi di una pellicola a micro budget (102.000$). Tutta la prima parte del film è, in sostanza, una dimostrazione da manuale di come creare senso di tensione, suspense e pericolo imminente. Per restrizioni di budget e scelte stilistiche il film non ha che una location, la villetta, e di questo limite fa la sua forza, costringendo lo spettatore a un’ignoranza degli eventi ancora maggiore di quella dei protagonisti. Funziona perché batte sul tasto principale della paura, ossia la “paura dell’ignoto” di lovecraftiana memoria. Costringendo in questo modo il punto di vista, il film ha l’effetto di aumentare il senso di inquietudine dello spettatore. E, anche quando qualcosa succede, questa ci viene raccontata dai protagonisti. Ad esempio, quando qualcuno dice: “Fuori c’è una zona di oscurità più intensa del resto, ed è tutto buio tranne una casa in fondo alla via”, quello che in realtà il film chiede allo spettatore è di immaginarsi l’oscurità più nera del nero e la casa illuminata immersa nelle tenebre. È una mossa geniale, perché lascia allo spettatore la libertà di colmare l’ignoto con la propria fantasia. E, per com’è la situazione in quel momento, la fantasia dello spettatore a tutto penserà, fuorché a cose tranquillizzanti.

Senza voler spoilerare troppo, la seconda parte del film si incanala, più che nella fantascienza, nella fisica quantistica. La spiegazione finale non è del tutto inaspettata (quest’anno avevo già visto un film che percorreva lo stesso terreno, The One I Love) ma funziona. E, anzi, pone una domanda che personalmente non avevo mai pensato di pormi, ma che, ora che ci penso, è piuttosto affascinante: e se fossimo noi così come siamo la peggiore versione possibile di noi stessi?

Il consiglio è, ovviamente, di recuperare in qualche modo Coherence. Dico in qualche modo perché non è attualmente prevista un’uscita italiana, ma il film è disponibile on demand e, arrrr, tramite torrent. Non solo è un gran bel film horror o di fantascienza, che dir si voglia, ma è anche un magistrale esercizio di suspense e, lo ripeto, la prova che si possa ottenere molto con le poche risorse che si hanno a disposizione.

La nota finale è che ho passato i momenti in cui non cercavo di risolvere il mistero del film a tentare di capire chi fosse l’attrice protagonista. Ha una faccia famigliare che so di avere visto da qualche parte (specialmente il naso e alcune espressioni facciali) ma non mi viene dove. Se vi capitasse di guardare il film e doveste avere lo stesso senso di deja-vu, fatemelo sapere.

7

Ho letto Dragonero, ma non mi ricordo niente

Oggi volevo postare la recensione di Dragonero – La maledizione di Thule, romanzo scritto da Stefano Vietti e basato sull’omonima serie a fumetti Bonelli scritta da Luca Enoch e dallo stesso Vietti. Non sono in grado di farlo per il semplice motivo che del romanzo, di cui ho terminato la lettura il tre dicembre, quindi in pratica due settimane fa, non ricordo nulla.

Assolutamente nulla.

E siccome ancora non ho l’Alzheimer o qualche forma di demenza senile, se un libro che ho concluso da una settimana non ha lasciato in me una traccia che sia una, la colpa non è mia ma del libro.

Facciamo qualche passo indietro, però, e prendiamoci un paio di paragrafi per parlare di Dragonero.

Dragonero nasce nel 2007 come primo dei romanzi grafici Bonelli e nel 2013 viene promosso a serie regolare di cui finora è stata pubblicata una ventina di volumi mensili. Io ho letto i primi quattro e, devo dire che, al di là di una partenza non proprio col botto, ho trovato il primo story arc tutto sommato niente male. Certo, è quel genere di fantasy classico che ha più il sapore di una campagna di Dungeons & Dragons che non altro, e già alla fine del secondo volume avevo capito la vera identità del cattivo, ma in fin dei conti mi è piaciuto. È quel tipo di storia classica che, a prescindere dal genere narrativo – dal western trito e ritrito di Tex all’horror perennemente anni Ottanta di Dylan Dog –, alla Bonelli piace tanto pubblicare.

Chi è Dragonero? Un personaggio Bonelli. Per cui maschio bianco eterosessuale, più di trent’anni ma meno di quaranta, tutto d’un pezzo, tendenzialmente lawful good, sa darsi da fare con le signorine ma non è un morto di figa, moderatamente tecnofobo. Nel particolare Ian Aranill, questo il suo vero nome, è uno scout imperiale appartenente a un’antica casata di cacciatori di draghi. Possiede una spada “magica”, Tagliatrice Crudele, la cui lama è diventata nera dopo essere entrata in contatto con il sangue di drago ucciso. Inoltre, durante gli eventi del romanzo a fumetti del 2007, Ian beve accidentalmente del sangue di drago e ottiene un potere che, in sostanza, è +10 al focus, ossia che gli consente, tra le altre cose, di rallentare il tempo in situazioni tese o di pericolo o individuare oggetti o creature anche al di fuori del suo campo visivo.

Ian si accompagna nei suoi viaggi ad alcuni amici, che poi sono in sostanza un party da D&D. C’è l’orco Gmorr, brutale ma bonaccione, l’elfa Sera, vegana e pacifista, Myrva, sorella di Ian e membro della Gilda dei Tecnocrati, e Alben, vecchio mago misogino. Fino a dove sono arrivato io è lampante l’assenza del nano burbero ma dal cuore d’oro, ma non dubito che farà la sua comparsa negli albi successivi.

In tutto questo, Stefano Vietti, co-papà di Dragonero assieme a Luca Enoch, scrive un romanzo, questa volta narrativo, in cui si racconta un’avventura di Ian e della sua banda. Il romanzo, Dragonero – La maledizione di Thule, viene pubblicato da Mondadori nella collana Chrysalide. E già questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. Perché Chrysalide sta alla buona narrativa come Edward Mani di Forbice sta alla masturbazione.

Che però uno dice: oh, ma Vietti comunque se la cava con le storie a fumetti, conosce il personaggio, e poi, alla fine della fiera, il suo lavoro è pur sempre scrivere, magari il risultato è qualcosa di, sì, generico, ma pur sempre accettabile.

E invece no. Come dimostra il semplice fatto che, mentre ricordo abbastanza bene il primo arco narrativo della serie a fumetti, ogni dettaglio del romanzo è uscito dalla mia testa appena dopo aver letto la parola “fine”, Dragonero – La maledizione di Thule non è un buon romanzo e non è un buon fantasy. E prima che diate la colpa a me, sappiate che le condizioni in cui ho letto il libro sono quelle standard: sui mezzi, sul divano, a letto prima di mettermi a dormire, sul cesso. Aggiungeteci che comunque tendo a ricordarmi ciò che leggo perché, you know, recensioni, e se ne esce che il problema non ce l’ho io ma il romanzo.

E credo di sapere anche qual è, questo problema. Tutto sta nella differenza di mezzo narrativo. Stefano Vietti è uno sceneggiatore di fumetti, uno bravo, uno che se la cava. Ha scritto Hammer, e ho sentito da più parti che Hammer è una figata. Però tra scrivere (bene) soggetto e sceneggiatura di un fumetto e scrivere (bene) un romanzo ce ne passa.

Dragonero romanzo fa uso del narratore onnisciente a focalizzazione interna, che, all’interno dello stesso troncone di testo, salta nella testa del personaggio di cui, al momento, viene comodo conoscere pensieri e sensazioni. Una tecnica che oggi non è più accettata come lo era venti-trent’anni fa. “Eh ma lo faceva anche Stephen King.” Lo faceva anche Stephen King vent’anni fa, ora non lo fa più.

Una narrazione del genere diviene un po’ confusa per il lettore nel momento in cui salta dalla testa di un personaggio all’altra, costringendolo ad assumere il punto di vista del personaggio in questione. Mentre in una sceneggiatura puoi dire che nel pannello uno il personaggio Ciccio si guarda intorno con sospetto perché è preoccupato ma non dà voce alla sua preoccupazione perché non si fida del tutto dei suoi compagni, mente nel pannello due Panzo è invece felice come una pasqua perché gli piace passeggiare per i boschi, in un testo narrativo, oggigiorno, è meglio evitare di entrare nella testa di un personaggio diverso senza avere, nel testo, una cesura che comunichi al lettore che il passaggio è avvenuto. Come se alle tre unità aristoteliche andasse ad aggiungersi anche l’unità di POV.

Ma il vero problema non è questo.

Non ricordo pressoché nulla – e, in ogni caso non abbastanza da scriverne una recensione vera e propria – del romanzo di Vietti per via del modo in cui è scritto. Ora, Vietti ha delle buone capacità descrittive e, nonostante La maledizione di Thule segua uno schema reimpostato e classicissimo di mille altre avventure fantasy, c’è da dire che per lo meno le descrizioni ambientali funzionano. Ma secondo me è qui che ci si ferma.

La prosa di Vietti è poco empatica, un po’ anche a causa del continuo shiftare punto di vista, ma non solo. È come se ci fosse un muro tra il lettore e il personaggio. Le emozioni che i personaggi provano vengono comunicate per iscritto al lettore senza che questi abbia l’opportunità di dedurle dal testo. “Giovannino è stanco” invece di “Giovannino ha il respiro corto, il volto rigato dal sudore e un principio di capogiro”. In una sceneggiatura per fumetto si può tranquillamente scrivere “Giovannino è stanco”, perché è poi il disegnatore a ritrarre Giovannino nell’atto di essere stanco (quindi sudato, affannato e simili), e il lettore deve interpretare la stanchezza dal disegno, in un testo narrativo è sempre meglio descrivere gli effetti che una sensazione o un’emozione hanno sul personaggio anziché sbatterla nel testo nero su bianco. Se il testo narrativo ci informa che Giovannino ansima ed è tutto sudato, noi lettori siamo costretti a interessarci a Giovannino quel tanto che basta per metterci nei suoi panni e dedurre che, stando a quello che ci dice l’autore, è stanco (o sta avendo un infarto).

Il libro ha anche il problema dei dialoghi. Se in un fumetto sono disposto ad accettare dialoghi che suonano falsi (tipo un personaggio che fa monologhi coerenti durante una scena di battaglia) per via delle costrizioni del medio, ciò non accade in un romanzo, in cui gli strumenti a servizio dell’autore sono diversi. Lo stesso dicasi per i wall of text. Se in un fumetto un personaggio parla e parla e parla è accettabile per costrizioni di spazio. Costrizioni che non esistono in un romanzo, nel quale, ad esempio, non è molto bello leggere di Iolanda che vagheggia per paragrafi e paragrafi del Mistico Ordine Monacale della Colombella Satanica. In un fumetto c’è la botta di exposition (posto che non dovrebbe esserci comunque perché la botta di exposition è brutta narrativa), in un romanzo suona malissimo. Sarebbe in quel caso meglio servirsi degli strumenti del mezzo narrativo che si sta usando e spezzettare il monologo sul Mistico Ordine Monacale della Colombella Satanica in un dialogo botta e risposta tra Iolanda e Atalarico, con il risultato che a) l’exposition è mascherata; b) il testo non è più una lezione universitaria ed è pertanto più vivace e di facile lettura.

In buona sostanza, i problemi di Dragonero – La maledizione di Thule, sono gli stessi problemi che si possono riscontrare nel romanzo di un autore esordiente che scrive la novellizzazione di una campagna di Dungeons & Dragons. La questione è che Stefano Vietti non è il primo che passa per strada, ma uno sceneggiatore affermato e di successo (e di cui ho letto roba che, alla fine della fiera, mi è piaciuta).

Cosa è successo? È stato fregato dal passaggio da un mezzo narrativo di cui aveva padronanza (la sceneggiatura per fumetto) a un altro con il quale deve ancora prendere dimestichezza (la narrativa).

Quindi la morale di questo articolo è non pensate mai che passare dallo sceneggiare serie di successo per Sergio Bonelli Editore allo scrivere un romanzo per la Mondadori sia semplice. Che penso sia qualcosa di successo a tutti noi e sul quale sia opportuno riflettere.