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Recensione – “Il re di ferro (I re maledetti #1)” di Maurice Druon

Orbene, oggi parliamo di un romanzo scritto addirittura da un ministro della cultura. No, non Nelle vene quell’acqua d’argento di quel ganassa di Dario Franceschini (sì, il tipo che strombazza ai quattro venti che ha abbassato al 4% l’IVA degli ebook salvo poi metterlo nel culo lubrificando con ghiaia a me e tanti altri che si sono visti aumentare il prezzo dei propri ebook auto pubblicati perché #unlibroèunlibromasolosehailcodiceISBNsennòcazzivostri), sto parlando del francese di Maurice Druon.

Druon, oltre ad aver ricoperto la carica di ministro della cultura tra il 1973 e il 1974 è stato anche autore di una serie di romanzi storici, intitolata I re maledetti, che narra la caduta della dinastia capetingia in Francia e l’ascesa dei Valois.

Tra le altre cose, I re maledetti è stato adattato in una miniserie televisiva (intitolata La maledizione dei Templari perché da noi era appena uscito Il codice Da Vinci e i templari andavano di moda), ma soprattutto, è accreditata da George “Er Bretella” Martin come una delle ispirazioni per la sua famosa e machiavellica serie fantasy. Tant’è vero che il blurb in copertina lo riporta: “Questo è il vero Trono di Spade”.

Che cosa succede

Due sono gli eventi (storici) di grande importanza affrontati nel romanzo. Il primo, motore dell’intera serie, è il processo ai cavalieri templari e la susseguente condanna a morte del Gran Maestro Jacques de Molay, il quale, come ultimo gesto di spregio nei confronti dei personaggi che architettarono la fine del proprio ordine cavalleresco, lanciò in punto di morte una maledizione contro il papa Clemente V, il guardasigilli francese Nogaret, lo stesso re di Francia Filippo IV e il resto della sua famiglia.

Il secondo evento è passato alla storia come l’Affare della Tour de Nesle. Per quanto ferreo e spietato fosse Filippo IV, i suoi tre figli Luigi, Filippo e Carlo, restavano dei bambocci. Sposati in giovane età con le figlie e la cugina di Mahaut d’Artrois, in realtà almeno due dei tre erano dotati di un palco di corna non indifferenti, perché Margherita e Bianca di Borgogna (mogli rispettivamente di Luigi e Carlo) si intrallazzavano, nell’eponima torre di Nesle, con i fratelli d’Aunay. Ovviamente l’adulterio viene scoperto, e diciamo che le cose non finiscono granché bene per le persone coinvolte.

Oltre a queste due storie principali, Il re di Ferro introduce anche elementi che saranno importanti per gli altri romanzi della serie, come le macchinazioni di Isabella d’Inghilterra e Roberto d’Artrois, e la figura dei banchieri lombardi Spinello Tolomei e suo nipote Guccio Baglioni.

Che cosa ne penso

Per prima cosa, tanto di cappello. Per essere un libro pubblicato nel 1965, poteva essere scritto in prosa molto più ostica. Invece no. Pur essendo palesemente una persona di elevata cultura, Maurice Druon non gioca a fare sfoggio di ingarbugliamenti pseudo-intellettuali. Se questo romanzo fosse stato scritto da Umberto Eco, ad esempio, sarebbe stato illeggibile (come lo è Baudolino, per capirci).

Seconda cosa, anche se questo blog normalmente tratta di fantastico e in particolare di high/epic fantasy (anche se poi non è così vero perché alla fine della fiera qui comanda io e faccio il cacchio che voglio) un romanzo come questo ci sta a pennello. Certo, non abbiamo il mago che casta lightning bolt, perché, you know, i maghi non esistono nella vita reale (volendo possiamo considerare la maledizione di Jacques de Molay una forma di magia, ma anche no, ok?). Ma in Il re di ferro ci sono tutte le altre cose che, quando leggo un romanzo fantasy, mi mandano in brodo di giuggiole.

Intanto ci sono intrighi da tutte le parti. Anche la minima cosa che succede in questo romanzo, tenendo conto di quello che poi storicamente si è verificato, scatenerà una catena di eventi che avrà ripercussioni sul futuro. In Il re di ferro Isabella e Roberto d’Artrois denunciano le principesse di Francia l’una per antipatia personale e l’altro per vendicarsi di Mahaut, che ha ereditato la contea di Artrois al posto suo. Ma facendo ciò hanno messo in forse la successione al trono francese e di Navarra.

Ovvio che intrighi del genere non funzionerebbero senza personaggi almeno un po’ memorabili. E il libro ne presenta almeno due. Da una parte abbiamo il già più volte menzionato Roberto d’Artrois, esuberante, ingegnoso e vero e proprio motore di gran parte dell’azione. Dall’altra c’è il re di ferro del titolo, Filippo il Bello, del quale seguiamo un’importante realizzazione sulla mortalità, la storia, e sulla percezione che un individuo dà agli altri in rapporto a quella che ha di sé stesso.

In conclusione

In soldoni, Il re di ferro si merita l’epiteto di “il vero Trono di Spade”. A prescindere dal fatto che io consideri quel particolare periodo della storia europea estremamente interessanti, si tratta di una storia piena zeppa di intrighi, alcuni dei quali avranno effetti a lungo termine sul resto della serie e non solo sullo svolgimento della trama del presente volume. I personaggi sono interessanti, e offrono spunti di riflessione che vanno al di là dell’immediatezza delle loro vicende. E, in fin dei conti, la prosa di Druon (e pure la traduzione italiana, per una volta) non è affatto male.

Quello che mi preoccupa è la Mondadori. Nel senso che la serie è uscita anni fa mi pare per la Sperling (ma non ci scommetterei la testa) ed è poi stata ristampata negli ultimi mesi dell’anno scorso in una nuova edizione proprio da Mondadori, con tanto di blurb di GRRM, comprensibilmente per fare cassa sfruttando il successo di Game of Thrones. Ora, l’edizione originale è introvabile, anche tra i pirati dei sette mari, mentre di quella nuova sono usciti solo i primi tre volumi della serie (che, per inciso, ho acquistato in blocco), I re maledetti, La regina strangolata e I veleni della corona. Piccolo problema, almeno stando ad Amazon, non sono previste ulteriori uscite, nemmeno in formato digitale. Il che mi riempie di angoscia e mestizia.

Perché il primo romanzo della serie è un vero e proprio volta pagine, che mi ha decisamente lasciato la voglia di proseguire nella lettura (cosa che poi, colpa mia, non ho effettivamente ancora fatto per una serie di altre incombenze che sono spuntate fuori – e perché, come un pirla, mi sono detto, massì, leggiamoci una cosa leggera: Il conte di Montecristo).

Voto finale

1

La magia del Natale, ovvero: ebook gratis

Correre800x600Siccome tra poche ore si festeggerà la nascita di Babbo Natale, e mi dicono che è costume tra gli esseri umani scambiarsi dei doni, ho pensato di adeguarmi.

Perché, in fondo, nulla dice Natale come psicopatici, allucinazioni, e fughe disperate per salvarsi la vita. E, se non siete d’accordo, significa che non avete mai trascorso la vigilia con i miei parenti.

In occasione delle feste, trovate il mio ebook Correre a zero euri su Amazon. Gioite!

Nel caso non vi ricordaste (è passato in effetti del tempo dall’ultima volta che ho fatto caso alla sua esistenza, perché sono uno scrittore autopubblicato orribile), Correre è un racconto di 11.600 parole (in inglese già lo chiamerebbero novelletta, ma non stiamo a sottilizzare), e parla di un ragazzo che una sera fa un incidente d’auto e pensa “oh, le cose sono già messe male, non penso possano peggiorare ulteriormente” e invece peggiorano.

La sinossi:

È stato solo un momento di distrazione, ma tanto è bastato per causare un incidente. Poco importa che la strada di campagna, circondata da campi di granturco in apparenza infiniti, a quell’ora della notte doveva essere pressoché deserta. Nico, giovane atleta e futuro maratoneta olimpionico, sa bene che la responsabilità di ciò che è accaduto è tutta sua.
Eppure l’incidente è solo l’inizio dell’incubo. Perché quando l’autista del camioncino bianco comincia a gridare frasi sconnesse ed estrae dai rottami della sua vettura un fucile, Nico sa che c’è solo una cosa che gli rimane da fare.

L’unica cosa che gli è sempre riuscita alla perfezione.

Correre.

Non per la gloria, ma per salvarsi la vita.

Correre lo trovate su Amazon a questo link gratis da oggi fino al 28 dicembre.

Poi vi prometto solennemente che nel 2015 scriverò di più e pubblicherò altra robina. Attualmente sto lavorando a un drammone fantasy-storico ispirato alla caduta di Costantinopoli e ho il soggetto già pronto per un western violento (e a tratti anche un po’ pretenzioso). Senza contare i numerosi fantasy erotici che ho già pubblicato con uno pseudonimo che non sgamerete mai. Har har har.

Vabbè, in ogni caso, è Natale. Mangiate a scrocco. Evitate le domande della zia Violetta su quando vi laureate/trovate una ragazza/vi sposate/trovate un lavoro. Sedetevi al tavolo dei bambini. Seriamente. Gli adulti parlano di tasse e politica, i bambini di Pokèmon. Dagli adulti c’è da fare a pugni per l’alcol, dai bambini avrete una bottiglia tutta per voi. E, soprattutto, i bambini prendono sempre un sacco di cibo che alla fine non mangiano. Per cui tavolo dei bambini tutta la vita. Ah, giusto. E scaricate il mio ibucchino. È gratis.

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La Sfavillante Rubrichetta Cinematografica – Coherence (2014)

Mi rendo conto che quest’anno ho parlato molto poco di film, eppure ne ho visti abbastanza, incluso un paio che avrebbero meritato una menzione. Da Jodorowsky’s Dune al quasi fighissimo Mercenaries della Asylum (no, dico, guardate il cast), fino al miglior film dell’anno che per me è, senza partita, Boyhood di Richard Linklater.

Per cui, mentre il resto del mondo sta impanicandosi per comprare gli ultimi regali di Natale (me incluso – ma in realtà devo solo trovare la voglia di andare in una tabaccheria seria a comprare sigari cubani per mio padre), parliamo un po’ di un bel film che ho visto di recente.

Coherence, scritto e diretto da James Byrkit, è un film indipendente a bassissimo costo, girato nella casa del regista, con un cast di suoi amici (uno dei quali è Xander di Buffy), e con dialoghi quasi del tutto improvvisati. Si tratta di una pellicola cross-genere. IMDb lo chiama un thriller fantascientifico, mentre per me è un film marcatamente horror, che pone parecchia enfasi sull’elemento suspense.

In breve, di cosa parla Coherence? È la storia di un gruppo di amici nel pieno dei loro trent’anni che si incontra una sera per una cena in compagnia. Tutto inizia nel più normale dei modi, e l’unico conflitto sembra essere la presenza di un’ospite sgradita alla protagonista perché è la ex del suo attuale fidanzato. Garbatamente, quasi di passaggio, il film ci informa, per bocca di uno dei personaggi, che quella sera una cometa passerà vicinissima alla terra. Per breve tempo l’attenzione si rivolge a quel fenomeno astronomico e ad altri simili (l’evento di Tunguska), e viene messa la pulce nell’orecchio allo spettatore che, quando una cometa passa così vicina alla Terra, possono verificarsi delle non meglio precisate stranezze, ma poi la serata ritorna sui consueti binari. Fino a che la corrente non salta all’improvviso, e la casa si trova immersa in un’oscurità innaturale.

Il film procede in un crescendo di tensione e mistero, e ogni volta che si trova una risposta si aprono tre domande nuove.

Coherence mi è piaciuto, e ve lo consiglio caldamente, perché riesce a fare tanto con i ridottissimi mezzi di una pellicola a micro budget (102.000$). Tutta la prima parte del film è, in sostanza, una dimostrazione da manuale di come creare senso di tensione, suspense e pericolo imminente. Per restrizioni di budget e scelte stilistiche il film non ha che una location, la villetta, e di questo limite fa la sua forza, costringendo lo spettatore a un’ignoranza degli eventi ancora maggiore di quella dei protagonisti. Funziona perché batte sul tasto principale della paura, ossia la “paura dell’ignoto” di lovecraftiana memoria. Costringendo in questo modo il punto di vista, il film ha l’effetto di aumentare il senso di inquietudine dello spettatore. E, anche quando qualcosa succede, questa ci viene raccontata dai protagonisti. Ad esempio, quando qualcuno dice: “Fuori c’è una zona di oscurità più intensa del resto, ed è tutto buio tranne una casa in fondo alla via”, quello che in realtà il film chiede allo spettatore è di immaginarsi l’oscurità più nera del nero e la casa illuminata immersa nelle tenebre. È una mossa geniale, perché lascia allo spettatore la libertà di colmare l’ignoto con la propria fantasia. E, per com’è la situazione in quel momento, la fantasia dello spettatore a tutto penserà, fuorché a cose tranquillizzanti.

Senza voler spoilerare troppo, la seconda parte del film si incanala, più che nella fantascienza, nella fisica quantistica. La spiegazione finale non è del tutto inaspettata (quest’anno avevo già visto un film che percorreva lo stesso terreno, The One I Love) ma funziona. E, anzi, pone una domanda che personalmente non avevo mai pensato di pormi, ma che, ora che ci penso, è piuttosto affascinante: e se fossimo noi così come siamo la peggiore versione possibile di noi stessi?

Il consiglio è, ovviamente, di recuperare in qualche modo Coherence. Dico in qualche modo perché non è attualmente prevista un’uscita italiana, ma il film è disponibile on demand e, arrrr, tramite torrent. Non solo è un gran bel film horror o di fantascienza, che dir si voglia, ma è anche un magistrale esercizio di suspense e, lo ripeto, la prova che si possa ottenere molto con le poche risorse che si hanno a disposizione.

La nota finale è che ho passato i momenti in cui non cercavo di risolvere il mistero del film a tentare di capire chi fosse l’attrice protagonista. Ha una faccia famigliare che so di avere visto da qualche parte (specialmente il naso e alcune espressioni facciali) ma non mi viene dove. Se vi capitasse di guardare il film e doveste avere lo stesso senso di deja-vu, fatemelo sapere.

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Ho letto Dragonero, ma non mi ricordo niente

Oggi volevo postare la recensione di Dragonero – La maledizione di Thule, romanzo scritto da Stefano Vietti e basato sull’omonima serie a fumetti Bonelli scritta da Luca Enoch e dallo stesso Vietti. Non sono in grado di farlo per il semplice motivo che del romanzo, di cui ho terminato la lettura il tre dicembre, quindi in pratica due settimane fa, non ricordo nulla.

Assolutamente nulla.

E siccome ancora non ho l’Alzheimer o qualche forma di demenza senile, se un libro che ho concluso da una settimana non ha lasciato in me una traccia che sia una, la colpa non è mia ma del libro.

Facciamo qualche passo indietro, però, e prendiamoci un paio di paragrafi per parlare di Dragonero.

Dragonero nasce nel 2007 come primo dei romanzi grafici Bonelli e nel 2013 viene promosso a serie regolare di cui finora è stata pubblicata una ventina di volumi mensili. Io ho letto i primi quattro e, devo dire che, al di là di una partenza non proprio col botto, ho trovato il primo story arc tutto sommato niente male. Certo, è quel genere di fantasy classico che ha più il sapore di una campagna di Dungeons & Dragons che non altro, e già alla fine del secondo volume avevo capito la vera identità del cattivo, ma in fin dei conti mi è piaciuto. È quel tipo di storia classica che, a prescindere dal genere narrativo – dal western trito e ritrito di Tex all’horror perennemente anni Ottanta di Dylan Dog –, alla Bonelli piace tanto pubblicare.

Chi è Dragonero? Un personaggio Bonelli. Per cui maschio bianco eterosessuale, più di trent’anni ma meno di quaranta, tutto d’un pezzo, tendenzialmente lawful good, sa darsi da fare con le signorine ma non è un morto di figa, moderatamente tecnofobo. Nel particolare Ian Aranill, questo il suo vero nome, è uno scout imperiale appartenente a un’antica casata di cacciatori di draghi. Possiede una spada “magica”, Tagliatrice Crudele, la cui lama è diventata nera dopo essere entrata in contatto con il sangue di drago ucciso. Inoltre, durante gli eventi del romanzo a fumetti del 2007, Ian beve accidentalmente del sangue di drago e ottiene un potere che, in sostanza, è +10 al focus, ossia che gli consente, tra le altre cose, di rallentare il tempo in situazioni tese o di pericolo o individuare oggetti o creature anche al di fuori del suo campo visivo.

Ian si accompagna nei suoi viaggi ad alcuni amici, che poi sono in sostanza un party da D&D. C’è l’orco Gmorr, brutale ma bonaccione, l’elfa Sera, vegana e pacifista, Myrva, sorella di Ian e membro della Gilda dei Tecnocrati, e Alben, vecchio mago misogino. Fino a dove sono arrivato io è lampante l’assenza del nano burbero ma dal cuore d’oro, ma non dubito che farà la sua comparsa negli albi successivi.

In tutto questo, Stefano Vietti, co-papà di Dragonero assieme a Luca Enoch, scrive un romanzo, questa volta narrativo, in cui si racconta un’avventura di Ian e della sua banda. Il romanzo, Dragonero – La maledizione di Thule, viene pubblicato da Mondadori nella collana Chrysalide. E già questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. Perché Chrysalide sta alla buona narrativa come Edward Mani di Forbice sta alla masturbazione.

Che però uno dice: oh, ma Vietti comunque se la cava con le storie a fumetti, conosce il personaggio, e poi, alla fine della fiera, il suo lavoro è pur sempre scrivere, magari il risultato è qualcosa di, sì, generico, ma pur sempre accettabile.

E invece no. Come dimostra il semplice fatto che, mentre ricordo abbastanza bene il primo arco narrativo della serie a fumetti, ogni dettaglio del romanzo è uscito dalla mia testa appena dopo aver letto la parola “fine”, Dragonero – La maledizione di Thule non è un buon romanzo e non è un buon fantasy. E prima che diate la colpa a me, sappiate che le condizioni in cui ho letto il libro sono quelle standard: sui mezzi, sul divano, a letto prima di mettermi a dormire, sul cesso. Aggiungeteci che comunque tendo a ricordarmi ciò che leggo perché, you know, recensioni, e se ne esce che il problema non ce l’ho io ma il romanzo.

E credo di sapere anche qual è, questo problema. Tutto sta nella differenza di mezzo narrativo. Stefano Vietti è uno sceneggiatore di fumetti, uno bravo, uno che se la cava. Ha scritto Hammer, e ho sentito da più parti che Hammer è una figata. Però tra scrivere (bene) soggetto e sceneggiatura di un fumetto e scrivere (bene) un romanzo ce ne passa.

Dragonero romanzo fa uso del narratore onnisciente a focalizzazione interna, che, all’interno dello stesso troncone di testo, salta nella testa del personaggio di cui, al momento, viene comodo conoscere pensieri e sensazioni. Una tecnica che oggi non è più accettata come lo era venti-trent’anni fa. “Eh ma lo faceva anche Stephen King.” Lo faceva anche Stephen King vent’anni fa, ora non lo fa più.

Una narrazione del genere diviene un po’ confusa per il lettore nel momento in cui salta dalla testa di un personaggio all’altra, costringendolo ad assumere il punto di vista del personaggio in questione. Mentre in una sceneggiatura puoi dire che nel pannello uno il personaggio Ciccio si guarda intorno con sospetto perché è preoccupato ma non dà voce alla sua preoccupazione perché non si fida del tutto dei suoi compagni, mente nel pannello due Panzo è invece felice come una pasqua perché gli piace passeggiare per i boschi, in un testo narrativo, oggigiorno, è meglio evitare di entrare nella testa di un personaggio diverso senza avere, nel testo, una cesura che comunichi al lettore che il passaggio è avvenuto. Come se alle tre unità aristoteliche andasse ad aggiungersi anche l’unità di POV.

Ma il vero problema non è questo.

Non ricordo pressoché nulla – e, in ogni caso non abbastanza da scriverne una recensione vera e propria – del romanzo di Vietti per via del modo in cui è scritto. Ora, Vietti ha delle buone capacità descrittive e, nonostante La maledizione di Thule segua uno schema reimpostato e classicissimo di mille altre avventure fantasy, c’è da dire che per lo meno le descrizioni ambientali funzionano. Ma secondo me è qui che ci si ferma.

La prosa di Vietti è poco empatica, un po’ anche a causa del continuo shiftare punto di vista, ma non solo. È come se ci fosse un muro tra il lettore e il personaggio. Le emozioni che i personaggi provano vengono comunicate per iscritto al lettore senza che questi abbia l’opportunità di dedurle dal testo. “Giovannino è stanco” invece di “Giovannino ha il respiro corto, il volto rigato dal sudore e un principio di capogiro”. In una sceneggiatura per fumetto si può tranquillamente scrivere “Giovannino è stanco”, perché è poi il disegnatore a ritrarre Giovannino nell’atto di essere stanco (quindi sudato, affannato e simili), e il lettore deve interpretare la stanchezza dal disegno, in un testo narrativo è sempre meglio descrivere gli effetti che una sensazione o un’emozione hanno sul personaggio anziché sbatterla nel testo nero su bianco. Se il testo narrativo ci informa che Giovannino ansima ed è tutto sudato, noi lettori siamo costretti a interessarci a Giovannino quel tanto che basta per metterci nei suoi panni e dedurre che, stando a quello che ci dice l’autore, è stanco (o sta avendo un infarto).

Il libro ha anche il problema dei dialoghi. Se in un fumetto sono disposto ad accettare dialoghi che suonano falsi (tipo un personaggio che fa monologhi coerenti durante una scena di battaglia) per via delle costrizioni del medio, ciò non accade in un romanzo, in cui gli strumenti a servizio dell’autore sono diversi. Lo stesso dicasi per i wall of text. Se in un fumetto un personaggio parla e parla e parla è accettabile per costrizioni di spazio. Costrizioni che non esistono in un romanzo, nel quale, ad esempio, non è molto bello leggere di Iolanda che vagheggia per paragrafi e paragrafi del Mistico Ordine Monacale della Colombella Satanica. In un fumetto c’è la botta di exposition (posto che non dovrebbe esserci comunque perché la botta di exposition è brutta narrativa), in un romanzo suona malissimo. Sarebbe in quel caso meglio servirsi degli strumenti del mezzo narrativo che si sta usando e spezzettare il monologo sul Mistico Ordine Monacale della Colombella Satanica in un dialogo botta e risposta tra Iolanda e Atalarico, con il risultato che a) l’exposition è mascherata; b) il testo non è più una lezione universitaria ed è pertanto più vivace e di facile lettura.

In buona sostanza, i problemi di Dragonero – La maledizione di Thule, sono gli stessi problemi che si possono riscontrare nel romanzo di un autore esordiente che scrive la novellizzazione di una campagna di Dungeons & Dragons. La questione è che Stefano Vietti non è il primo che passa per strada, ma uno sceneggiatore affermato e di successo (e di cui ho letto roba che, alla fine della fiera, mi è piaciuta).

Cosa è successo? È stato fregato dal passaggio da un mezzo narrativo di cui aveva padronanza (la sceneggiatura per fumetto) a un altro con il quale deve ancora prendere dimestichezza (la narrativa).

Quindi la morale di questo articolo è non pensate mai che passare dallo sceneggiare serie di successo per Sergio Bonelli Editore allo scrivere un romanzo per la Mondadori sia semplice. Che penso sia qualcosa di successo a tutti noi e sul quale sia opportuno riflettere.

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Il gioco del gioco del trono

Tutto ha inizio nell’accampamento degli Stark. Nei panni del primo personaggio giocabile siamo impegnati in compiti e conversazioni di basso profilo, più per familiarizzare con i comandi e il sistema di dialogo che altro. C’è allegria nell’aria, si sbevazza e si festeggia.

Poi compare una scritta in sovrimpressione. Che avvisa il giocatore che quella è la notte delle Nozze Rosse.

Fino a ora, ci sono stati due tipi di giochi basati sulle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: quelli sviluppati già in partenza per essere giochi basati sulle Cronache, e le mod per giochi già esistenti. Di queste due categorie, i primi sono giochi terribili. I secondi, specie le mod per Crusader Kings II e Mount & Blade Warband, sono giochi divertenti, ma che soffrono i limiti del loro gioco madre, e sono inadatti a trasmettere la vera esperienza delle Cronache.

Game of Thrones – A Telltale Games Series è su un altro pianeta.

Come quasi tutti i giochi sviluppati dalla Telltale, è un’avventura grafica basata più sulle scelte del giocatore che non sulla risoluzione di puzzle. Niente capra di Lochmarne, per intenderci, solo una buona dose di narrazione. The Walking Dead è l’esempio perfetto del prodotto che è lecito aspettarsi dalla Telltale. Basato sulla serie a fumetti, il gioco racconta una storia a sé stante, che solo brevemente va a toccare l’universo di Kirkman.

Game of Thrones, invece, è basato non direttamente sulle Cronache ma sulla serie televisiva HBO (il che permette di avere nel gioco personaggi doppiati dagli attori con i quali gran parte del pubblico, anche i non lettori, ha familiarità). Come The Walking Dead, però, gli eventi narrati non sono quelli dei protagonisti della serie madre, ma è una sorta di spin-off con personaggi e storie originali.

Protagonisti di Game of Thrones sono i Forrester, una famiglia fedele agli Stark (menzionati brevemente in uno dei capitoli di Stannis in A Dance with Dragons – non mi ricordo narrato da chi, ma c’era Stannis) che, dopo le Nozze Rosse, si trovano in una posizione più che precaria. Da secoli la sopravvivenza dei Forrester è basata sulla produzione di oggetti in ferrolegno, e i Bolton, nuovi guardiani del Nord, sono intenzionati a garantire le terre dei Forrester alla famiglia Whitehill, loro rivali.

Come nelle Cronache, la narrazione del gioco è basata sui punti di vista – in questo caso consentendo al giocatore di controllare, di volta in volta, le azioni di un personaggio. I tre “personaggi POV” di questo primo episodio, Iron from Ice, sono Ethan Forrester, giovane membro del clan Forrester (e mio personale preferito) che si ritrova, inaspettatamente, a occupare una posizione di potere, Mira Forrester, la più grande delle due figlie dei Forrester, che ad Approdo del Re presta servizio come dama di compagnia della futura regina Margaery Tyrell, e Gared Tuttle, la cui famiglia serve i Forrester da generazioni (lui stesso è scudiero di Lord Forrester) e che si trova a dover rispettare un oneroso giuramento e, in seguito, a pagare per qualcosa di cui non ha colpe.

Se non dico nulla di più riguardo la trama è perché non voglio spoilerare niente, perché la storia è avvincente, e fin da subito riesce a trasportare all’interno del mondo delle Cronache, i personaggi sono interessanti (l’unico dubbio che ho è relativo a Mira Forrester e al perché e al percome una donna del nord sia finita a fare da dama di compagnia a una Tyrell di Alto Giardino), e fin da subito si presentano delle scelte in grado di dare dei grattacapi. E ovviamente, non bisogna dimenticare che siamo sempre nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. E in un gioco Telltale.

Se dal punto di vista narrativo, fin da subito, Game of Thrones è un solido 9/10, ci sono, come in tutti i giochi Telltale, quei piccoli problemi grafici. Animazioni che non vanno come dovrebbero e i personaggi che si muovono in maniera poco fluida. Ma d’altro canto uno non gioca ad avventure grafiche Telltale con in mente la grafica. Magari posso avere qualcosa da ridire sullo stile dei disegni, che qui cerca di assomigliare, anziché ai fumetti (come in The Walking Dead e The Wolf Among Us – dove aveva senso, dopotutto erano adattamenti di fumetti), alle illustrazioni stile quelle in Il mondo del Ghiaccio e del Fuoco. Il risultato, a mio avviso, è così e così.

A conti fatti, questo primo episodio di Game of Thrones – A Telltale Games Series è un eccellente inizio per un adattamento che, finalmente, rende giustizia videoludica al materiale originario. La premessa della storia e i personaggi sono interessanti e, soprattutto, fin da subito si ha quella sensazione di essere in Game of Thrones.

Il prossimo episodio, intitolato The Lost Lords, con nuovi personaggi POV, nuove guest star della serie televisiva, e le conseguenze delle scelte prese in questo episodio, dovrebbe essere disponibile tra circa quattro settimane.

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Recensione – “Mr. Mercedes” di Stephen King

Ed eccoci alla consueta recensione dell’ultimo romanzo di Stephen King, tradizione che si ripete da Notte Buia, Niente Stelle (yep, era il 2010, quattro anni fa). In attesa che Revival arrivi sul mercato italiano (marzo 2015), ho preso in mano Mr. Mercedes.

Devo fare però una piccola confessione: ho comprato e letto Mr. Mercedes più perché si tratta di un romanzo di Stephen King e io di Stephen King leggerei anche la lista della spesa, che per via della trama o di altro. Mr. Mercedes è infatti un thriller in piena regola. E ce lo ricordiamo cos’è successo l’ultima volta che Stephen King ha scritto un thriller? No, perché il risultato è stato Colorado Kid, romanzo breve (o racconto lungo, più che altro) che la stragrande maggioranza dei lettori preferisce far finta non sia mai esistito.

Sarà Mr. Mercedes quel tipo di romanzo di Stephen King? O il re dell’horror riuscirà ancora una volta a stupire tutti quanti dimostrando la propria stoffa di narratore? Non piacciono anche a voi le domande retoriche?

Che cosa succede

Bill Hodges è un poliziotto in pensione grasso e con latenti pensieri suicidi. Un giorno riceve una lettera da parte di un assassino che Bill non è mai riuscito ad assicurare alla giustizia, un uomo che, una mattina, ha rubato una Mercedes e si è andato a schiantare contro le persone in coda alla locale fiera del lavoro, facendo una strage. L’assassino, Bill deduce dal messaggio, non solo lo ha tenuto d’occhio, ma lo invita anche a mettersi in contatto con lui. Il gioco del gatto con il topo diventa ben presto una serrata corsa contro il tempo, con in ballo non più solo l’orgoglio di un poliziotto in pensione, ma la possibilità che Mr. Mercedes colpisca di nuovo.

Che cosa ne penso

A volte, quando Stephen King esce dalla sua comfort zone dell’horror soprannaturale, scrive cose bellissime. Le tre novellette in Stagioni diverse, tre capolavori assoluti, non hanno un briciolo di horror soprannaturale. Misery è più un thriller giocato sulla suspense che un horror. 11/22/63 è un romanzo di fantascienza.

Inoltre, Stephen King se la cava pure a scrivere thriller, a dispetto del già menzionato Colorado Kid. C’era un serial killer già in La Zona Morta. Il già citato Misery non è un procedurale ma era decisamente un thriller. Blaze è un piccolo gioiello di caratterizzazione. Dolores Claiborne è a tutti gli effetti la confessione di un omicidio. Maxicamionista. Perfino Joyland non era malvagio.

Qui, invece, il segno è in parte mancato. Ovvero, Mr. Mercedes è comunque un romanzo scritto bene e ben curato, che dosa i momenti di tensione e suspense combinandoli con quelli di crescita dei personaggi. Ma l’idea di fondo è che ci sia qualcosa che manchi. Non al punto di dire che Stephen King questo romanzo qua l’ha scritto così tanto per, ma di sicuro Mr. Mercedes è una storia meno ispirata rispetto a molte altre. Che poi uno dice, vabbè, con una media di due libri pubblicati all’anno ogni anno, qualche ciofeca ci può anche stare – come del resto si è già visto in passato. Il problema è un altro. Sarà forse per via di tutto quel parlare di computer, social network e cultura pop moderna che si fa nel romanzo, ma per la prima volta leggendo un libro di Stephen King ho avuto l’impressione che a scriverlo fosse un vecchietto che parla di qualcosa al di fuori della sua sfera di conoscenze. Dei “giovani d’oggi”. E non con la spocchia di quel vecchiaccio immusonito che è tutto un “voi giovinastri con la vostra musica pum-pum-pum che ai miei tempi si chiamava rumore” o “fuori dalla mia proprietà, drugat del menga”, ma pur sempre con l’awkwardness che consiste nel sapere che c’è una discreta distanza temporale tra chi scrive e ciò di cui scrive.

In pratica, Stephen King è un vecchio. Il che non è affatto un problema. Il problema nasce invece quando questa vecchiezza traspare al lettore. Ed è la prima volta che mi capita, con Stephen King, per il quale sono sempre stato pronto a sospendere l’incredulità e dire, ok, credo in quello che mi stai raccontando. E dico ciò con la morte nel mio cuore da Fedele Lettore.

C’è anche da notare che Mr. Mercedes non si colloca all’interno dell’immenso universo narrativo degli altri romanzi di Stephen King, visto che a un certo punto si parla della miniserie televisiva di IT, quando invece in altri romanzi – l’ultimo mi pare sia stato 11/22/63 – i fatti di Derry sono parte della realtà. Questo forse è un altro punto per sottolineare la distanza tra il “solito” Stephen King e l’autore di Mr. Mercedes.

Così come è importante sottolineare che un effetto negativo su come scorre la storia ce l’ha anche la traduzione italiana. Vi basti sapere che preferirei piuttosto subirmi lo starnazzare della Lipperini e seguito di altereghi che inevitabilmente contornerebbero una nuova traduzione dei vuminghi, piuttosto che sottopormi a una nuova traduzione di Giovanni Arduino. E non è solo il atto che la resa dell’inglese non fila come dovrebbe e in alcuni punti chi conosce entrambe le lingue non può fare a mano di interrompere la lettura e alzare gli occhi con un “eh?” dipinto a caratteri cubitali in volto. No. La cosa che mi è rimasta qui è quel Diana la Balenga di pagina 58. Perché ovviamente è normale immaginarsi due detective statunitensi usare termini gergali piemontesi, no? È normale come i “santa polenta” dei geni che traducono Lansdale – e che pretendono di aver ricevuto la benedizione dell’autore per l’utilizzo di termini a cazzo.

Ma, al di là di tutto, Mr. Mercedes non è un brutto romanzo. È un thriller che avrebbe potuto benissimo scrivere Michael Connelly, un libretto da leggere sui mezzi senza troppe pretese. I personaggi non sono malvagi e ho apprezzato l’approfondimento nella psiche sia di Bill Hodges che del suo avversario, il criminale noto alle cronache come Mr. Mercedes. C’è qualche coincidenza di comodo che aiuta a fare avanzare il plot, è vero, così come un po’ troppi momenti – specie durante il climax finale – in cui avrei voluto urlare “ma chiama la polizia, no?!”, ma tutto sommato ho gradito sia la parte un pochino più investigativa all’inizio che quella più tesa alla fine. Il fatto resta sempre che certe cose vanno bene in un thriller di Michael Connelly. Da Stephen King pretendo di più.

In conclusione

Mr. Mercedes è un romanzo un po’ inconsueto nella produzione di Stephen King, perché osa troppo poco. È un semplice thriller adagiato sugli allori, con un plot in apparenza solido ma che ogni tanto pecca di eccessiva coincidenzite. I due protagonisti sono solidi, soprattutto per l’attenzione alla caratterizzazione psicologica, ma non risultano del tutto simpatici o gradevoli e King deve spesso affidarsi ai coprimari per coprire queste loro lacune (e per questo ho i miei dubbi sui due sequel già in programma). A ciò va abbinata una discreta fiacchezza nella prosa, non tanto per quanto riguarda la qualità – a scrivere è pur sempre Stephen King – ma più che altro per quanto riesce a connettere con il lettore. Completa il quadro una traduzione fatta coi piedi.

In buona sostanza l’idea è che Stephen King abbia fatto come quello studente poco ispirato che fa i compiti giusto per rosicare una sufficienza. Qualcosa di buono c’è, ma si tratta di qualcosa di intrinseco nella penna di King e non del frutto del suo duro lavoro.

Che poi ci può anche stare, una volta ogni tanto. Preso in sé, Mr. Mercedes è sufficiente. Ma a malapena.

Voto finale

10

Recensione – “The Widow’s House (The Dagger and the Coin #4)” di Daniel Abraham

Con The Widow’s House la serie The Dagger and the Coin di Daniel Abraham è in dirittura d’arrivo verso la sua conclusione, pianificata con il quinto volume, The Spider’s War, previsto per l’anno prossimo. Sempre ammesso che i piani non cambino e che la serie non si allunghi in maniera indefinita.

Anyway, se ricordate, la mia reazione alla scoperta della qui presente serie di Daniel Abraham, amyketto di Giorgino Martin e che dal Cicciopanza con le bretelle è molto influenzato in stile, esecuzione e tematiche, è stata entusiasta. I primi due volumi di D&C erano il genere di fantasy che piace leggere a me, con tanti personaggi, con intrighi sì elaborati, ma non tanto da risultare difficili da seguire, sufficientemente epico ma anche leggero e divertente. Insomma, un’equilibrata via di mezzo tra la campagna di Dungeons and Dragons e i bizantinismi delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. È solo nel volume successivo, The Tyrant’s Law, che ho cominciato a lamentare una certa stanchezza. Trame e personaggi c’erano tutti, ma l’impressione era quella che Abraham li stesse muovendo qua e là per il mondo più per esigenze editoriali che di trama. D’altra parte si tratta di romanzi estremamente formulaici, per lo meno nella struttura – capitoli di tremila parole o poco più (le ho contate), ciascuno che si conclude con un cliffhanger, un colpo di scena o una frase a effetto – e questo perché Abraham è uno che con la scrittura ci mangia e caccia fuori di solito due o tre libri all’anno, in altrettante serie.

Per cui, come andrà con questo quarto agile volumetto, The Widow’s House? Scopriamolo insieme. Cioè, io già lo so, ma è una di quelle frasi fatte a effetto.

Che cosa succede

Due eventi avevano segnato il finale del volume precedente. Da una parte, Cithrin ha dato il due di picche definitivo a Geder Palliako, il che ha reso la guerra di conquista del lord reggente qualcosa di personale, al di là dell’espansione del dominio della Dea Ragno e dei suoi preti. Dall’altra parte, Marcus, Kit e ciò che rimane della sua compagnia di attori, hanno risvegliato dal suo sonno millenario nientemeno che Inys, l’ultimo dei draghi.

Spinto dalla volontà di farla pagare a Cithrin, Geder decide di invadere Briancour, dove Cithrin ha fatto ritorno dopo gli eventi del volume precedente. Nonostante l’apporto dei preti, guidati da Barsahip, abbia finora consentito ad Antea di vincere tutte le battaglie e gli assedi della guerra di conquista, la situazione ora pare abbia subito un rallentamento, perché nemmeno il potere della Dea Ragno può dove, in pratica, manca la grana per finanziare l’esercito. D’altronde questo permette a Marcus di ricongiungersi con Cithrin a Porte Oliva e, insieme a lei (e a Inys, la sua nuova arma segreta), di prepararsi all’attacco dell’esercito imperiale.

Intanto, Clara Kalliam deve bilanciare il proprio desiderio di vendetta con la necessità di proteggere la sua famiglia. E siccome due dei suoi figli, Vicarian e Jorey, sono impegnati nelle prime file dell’imminente guerra contro Briancour, il primo come voce della Dea Ragno e il secondo in qualità di Gran Maresciallo di Antea, nientemeno, bilanciare le due cose non le riesce affatto facile.

Che cosa ne penso

Nelle recensioni precedenti mi pare di aver sempre definito Abraham un mestierante, più che un artista della scrittura. Abraham, come ho già accennato nell’intro, è uno che di scrittura ci mangia, più simile a un impiegato che lavora per una grande azienda che all’idea mitica dello scrittore-artista poco interessato delle cose terrene, stile le deadline e le richieste del suo editore. Abraham pubblica più di un romanzo all’anno, partecipa ad antologie multiautore, sceneggia fumetti e così via. Ora, se devi occuparti di tutte queste cose non puoi dire “scrivo nella mia baita isolata sulle Montagne Rocciose, ascoltando musica classica e bevendo vino rosso, e sempre se e solo se ho l’ispirazione”. Proprio per niente. Quando sei un professionista stile Abraham scrivi tutti i giorni che tu ne abbia voglia o meno. E come fare quando l’ispirazione o la voglia scarseggiano? Ebbene, pare che la soluzione di Daniel Abraham sia quella di aderire a uno schema che, in teoria, dovrebbe semplificargli la stesura di un romanzo.

Ad esempio, sono straconvinto che ogni aspetto della qui presente serie The Dagger and the Coin sia stato pianificato nei minimi dettagli. O quasi. Il che significa che per ogni volume Abraham già sa che succede questo, questo e quest’altro. Sa anche che ogni capitolo inizia così e cosà e finisce con un determinato cliffhanger o una frase a effetto. È tutto preparato, e si vede. Ed è anche questa la debolezza della serie. Perché, come il volume precedente, anche il qui presente The Widow’s House dà l’idea di essere un mezzo filler.

È un libro in cui uno dei personaggi è un fottuto drago millenario che, però, non fa un accidenti di niente dall’inizio alla fine. Nelle prime pagine si limita a volare, incredulo che il suo sonno sia durato così tanto. Poi rivela a Marcus qualcosa sulla Dea Ragno (qualcosa che, comunque, si era già capito nel libro precedente – ora ne abbiamo la certezza). Poi assieme a Marcus e compagnia arriva a Porte Oliva. E tu dici, oh, figo, perché a Porte Oliva sta arrivando anche l’esercito di Antea per assediare la città. Finalmente una battaglia con un drago. E invece no. Inys viene messo k.o. da degli strumenti appositamente preparati da Geder per contrastarlo, e non si tratta nemmeno di una sorpresa, perché essendo Geder uno dei POV principali sapevamo già che stava lavorando agli aggeggi ammazzadraghi. Per cui in pratica siamo nella situazione in cui sono gli umani (in senso lato perché i personaggi della serie non sono tutti umani) a dover salvare il potente drago. Che potrebbe anche essere una interessante sovversione del cliché, se non fosse che, mi ci gioco le scarpe, nel prossimo romanzo ci sarà la scena badassa del drago in battaglia. E allora perché tutto questo casotto? Perché Abraham ha introdotto il drago nel terzo volume con l’intenzione di utilizzarlo nel climax del quinto. Il che significa che in questo volume deve vivacchiare.

Tanto è vero che perfino Cary, una degli attori itineranti, si rende conto dell’inutilità del drago quando dice:

“Calling fire from the air? […] That has to be good for something more than copperweights at a taproom.”
“You mean fighting?” Marcus said.
“For instance,” Cary said.

Clara Calliam, del canto suo, si mette in testa di seguire l’esercito guidato dal figlio fino a Porte Oliva. Ora, Clara è il mio personaggio preferito dell’intera serie. È, penso, il personaggio preferito di chiunque (Geder rimane impresso, ma per Clara si tifa, il che è leggermente diverso). Però a mio avviso anche la sua presenza nel romanzo appare piuttosto forzata. Il suo piano è sempre quello di indebolire Geder. Ok, ma come? Che utilità le dà seguire l’esercito del figlio? Le motivazioni che il libro ci fornisce sono un po’ traballanti. Da una parte Clara vuole evitare di finire di nuovo tra le grinfie dei preti che, essendo in grado di individuare le menzogne, potrebbero facilmente scoprire i suoi piani di vendetta. Ma va considerato che, agli occhi di Geder, la famiglia Kalliam è completamente riabilitata, soprattutto per via dell’amicizia che lo lega a Jory, il più giovane dei figli di Clara. D’altra parte, è Clara stessa a dire nel libro che ha seguito l’esercito perché vuole vedere il momento in cui il potere di Geder, raggiunto il picco massimo, è inevitabilmente destinato a cadere. Che può avere senso a livello psicologico, ma non molto a livello pratico. E a me Clara è sempre sembrata una donna pratica.

E allora perché ha seguito l’esercito? Per esigenze di trama. Se Clara fosse rimasta nella capitale non avrebbe mai incontrato Callon Cane e scoperto il segreto sulla sua identità (segreto che, anche qui, noi lettori già conoscevamo).

E poi c’è una cosa che io, personalmente, faccio un po’ fatica a comprendere (che poi magari sono io che sono tardo, ma vabbè), ossia il motivo per il quale i preti della dea ragno sono considerati “i cattivi”. Voglio dire, a me sembra che, a parte saper determinare chi sta mentendo e chi è sincero e avere un innato odio per i libri e la parola scritta, non siano ‘sta gran minaccia. Non sono la setta dei preti cattivi che si può trovare in qualche campagna di D&D di basso livello. Sono un ordine religioso poi non così differente dalla chiesa cattolica, ad esempio. È semmai Geder che, in nome della fede nella dea ragno – e delle sue fisime personali – dà l’avvio alla guerra di conquista. Eppure i preti sono “i cattivi”, come non manca di sottolineare Inys. Boh. Per dirla con Marcus Wester:

We’ve got a pretty consistent record of killing each other without any spiders being involved.

D’altra parte, tuttavia, va precisato che il romanzo non è comunque brutto o noioso. Il modo in cui Abraham ha l’ha strutturato rende il ritmo di lettura sempre interessante, e consente al lettore di non perdere l’attenzione. Inoltre, si dà qui per la prima volta risalto alla moneta, il Coin che è parte del titolo della serie. Non che prima i magheggi della banca non fossero importanti. Ma ora il denaro viene utilizzato come una vera e propria arma, che è senz’altro uno sviluppo più maturo rispetto al pim-pum-pam-facciamo-guerra-picchiamo-tutti.

In conclusione

The Widow’s House è un romanzo sufficiente. Ha dei pregi, ma non è particolarmente buono, e allo stesso modo ha dei difetti senza essere particolarmente pessimo. Sebbene la storia proceda, e il ritmo narrativo sia come sempre serrato, l’impressione che ne ho avuto è quella di un romanzo ben poco spettacolare. Ora, se nel caso del precedente volume, The Tyrant’s Law, punto di mezzo della serie, poteva anche starci un po’ di filler, in questo caso no, perché dopo The Widow’s House è previsto il finale della serie, e mi aspettavo per lo meno qualche fuoco d’artificio.

Invece gran parte degli eventi e delle situazioni che avrebbero potuto essere spettacolari si risolvono nel proverbiale tanto fumo e niente arrosto. C’è un drago, ma per tutto il romanzo non fa quasi nulla di rilevante e/o spettacolare. Geder passa la metà dei suoi capitoli a fare il musone per il due di picche ricevuto. Marcus, come sempre, si lascia sballottare qua e là dagli eventi. Perfino Clara, il personaggio rivelazione della serie, qui sembra muoversi senza una logica ferrea, come un pezzo impazzito su una scacchiera.

Il tutto è a servizio della trama, lo capisco. Tizio fa così e cosà perché nell’epico climax che (spero) ci riserverà il volume successivo deve succedere questo e quest’altro. Ma tutto ciò ci lascia, per l’appunto, con un romanzo che è sì di lettura agile e immediata, ma di cui purtroppo ricorderemo ben poco una volta concluso. Il che è un gran peccato, perché il mondo e i personaggi creati da Abraham meriterebbero di meglio.

Voto finale