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Un aggiornamento

Salve, gente. Dato che alcuni di voi si erano recentemente interessati alla mia sparizione, lasciate che vi rincuori. No, il qui presente blog non è stato abbandonato. Semplicemente, non ho scritto niente perché non ho niente da scrivere.

Ok, il post su Jodorowsky’s Dune non l’ho scritto perché ho il culo di piombo.

Il fatto è che mi sto dedicando al momento a un altro progetto che sta sottraendo tempo agli altri miei interessi abituali, blog in testa. Dato che questo blog non ha mai avuto una scaletta settimanale di post prefissati (né mai ce l’avrà, perché il giorno che mi ritroverò a scrivere un post perché devo e non perché voglio è il giorno che chiudo la baracca), mi sono ritrovato nella fastidiosa situazione di non aver nulla di interessante da dire.

In ogni caso, conto di ritornare in carreggiata a settembre, anche se non immediatamente con le recensioni di romanzi fantasy che ci piacciono tanto. Il che un po’ mi rode perché devo (ancora) finire il romanzo della Bujold che è un bel romanzo che pochi conoscono, e un po’ di pubblicità se la meriterebbe.

Visto? Ora mi sento in colpa.

Per ora, comunque, ci aggiorniamo a settembre. Che poi sarebbe domani.

(No, non aspettatevi un post pure domani.)

(E, sul serio, guardatevi Jorodowsky’s Dune, che ne vale la pena.)

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Due cose su Kindle Unlimited

Avete mai acquistato una rivista tramite Amazon? Io sì, Fantasy & Science Fiction, la versione in lingua inglese, non quella “cosa” che esce anche in Italia.

Ecco, le riviste su Amazon non le acquisti veramente. Paghi l’abbonamento e poi rimangono nel tuo dispositivo Kindle per un mese. Il mese successivo la vecchia copia scompare e al suo posto compare quella nuova. Che tu abbia finito di leggerla o meno. Che tu voglia rileggerla o meno.

È un po’ come quando sei a tavola, stai finendo di cenare, e mentre ancora stai tagliando la bistecca tua madre già ha cominciato a sparecchiare intorno a te e mettere i piatti nel lavandino.

C’era un racconto che mi piaceva, nel numero di Fantasy & Science Fiction che avevo acquistato. L’autore era David Gerrold (quello di The Trouble with Tribbles), ma il titolo non me lo ricordo. E non me lo ricordo perché allo scadere del mese il numero di F&SF su cui la storia era pubblicata è scomparso dalla mia libreria digitale.

Ecco, è lo stesso motivo per cui, per ora, mi riservo il diritto di essere diffidente nei confronti del servizio Kindle Unlimited di Amazon, quello che, pagando un abbonamento di 9,99€ al mese, ti consente di leggere tutti gli ebook che vuoi.

Da una parte è indubbiamente un buon servizio per lettori forti – anche se bisogna vedere quali e quanti ebook rientrano nella libreria del servizio, per adesso pare che siano pochi, motivo per cui non mi pare il caso essere tra gli early adopters.

D’altro canto, però, è un’ennesima svalutazione del libro, che tuttavia sembra i lettori siano disposti ad accettare di buon grado. Nel senso, già Amazon, quando compri un ebook, non ti dà il file per il quale hai pagato, ma solo il permesso di leggerlo e immagazzinarlo su uno specifico dispositivo proprietario, ora vuole anche prestarteli a tempo determinato. Non so se l’idea mi piace.

Come non mi va molto a genio l’idea che il pagamento per l’autore scatti dopo che il cliente ha letto il 10% del libro. Sì, il primo dieci percento circa di un qualsiasi romanzo, novelletta o racconto è sempre stato cruciale, perché serve ad agganciare il lettore. Però Amazon i soldi se li prende comunque, non vedo perché l’autore no, sinceramente.

Per cui, come lettore il servizio Kindle Unlimited non mi interessa granché, perché trovo odioso il fatto di dover comprare un libro e poi non poterlo leggere quando cazzo pare a me, con i miei ritmi. Come scrittore tendenzialmente sospenderei il giudizio, ma ‘sta cosa del pagamento che scatta una volta letto il 10% mi pare una gabola per fregare l’autore.

Poi, vabbè, io ero uno di quelli che è stato per anni diffidente nei confronti degli ebook e ora che sono passato al digitale con il mio amato tablet non riesco neanche più a leggere i libri cartacei perché li trovo di una scomodità inenarrabile, per cui non sono esattamente Capitan Coerenza. Prendete ciò che dico con le pinze, come sempre.

Sta di fatto, però, che ora come ora essere eccitati per Kindle Unlimited mi sembra come essere eccitati per i Flipbak Mondadori*.

Andate in pace.

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* Pregate che al Berlu non venga mai sul serio in mente di fare di Marina il suo successore, perché metti caso che vince le elezioni e tratta l’Italia come ha trattato la Mondadori, siamo ancora più spacciati del solito.

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Il tappezziere e l’uomo alla porta

Un giorno ti piacciono gli horror, quelli con i mostri Universal, gli zombie e altre creature soprannaturali. Poi maturi quel tanto che basta. I mostri Universal, gli zombie e altre creature soprannaturali ti piacciono ancora, ma a essi vanno ad affiancarsi anche altri orrori.

Morte, solitudine, incertezza, alienazione. Non hanno le zanne di un vampiro o l’incedere lento e inesorabile di uno zombie, ma fanno indubbiamente paura.

I due racconti brevi di cui voglio parlare in questo post sono storie dell’orrore in cui tutta via il soprannaturale non fa la benché minima comparsa. Per utilizzare una definizione comune ma di cui personalmente non sono fan, sono due storie di orrore quotidiano.

Joyce Carol Oates è una delle più famose e prolifiche scrittrici statunitensi. Ha vinto o è stata nominata ai maggiori premi letterari, dal Pulitzer al National Book Award, ma ha anche scritto e pubblicato con successo storie horror e fantasy.

Dove stai andando, dove sei stata? (in originale Where are you going, where have you been? titolo ispirato al testo di una canzone di Bob Dylan) è forse il racconto più famoso della Oates. Scritto nel 1966, è ispirato al serial killer Charles Schmidt, di cui la Oates era venuta a conoscenza tramite un articolo di giornale.

Dove stai andando, dove sei stata? è la storia di Connie, una quindicenne disinibita ai ferri corti con la madre. Una sera, mentre è di nascosto fuori a cena con un ragazzo, Connie nota un altro ragazzo al volante di una decappottabile dorata. Anche il ragazzo della decappottabile dorata si accorge di lei, e le rivolge un commento vagamente allusivo.

I problemi cominciano quando, una domenica d’estate, i genitori di Connie la lasciano da sola a casa, e il ragazzo della decappottabile dorata fa il suo ritorno. Questa volta, però, non si limita a fare commenti su Connie, ma vuole direttamente che lei esca di casa e venga a fare un giro in auto con lui e il suo amico Ellie.

Da quel momento in poi, il tono e l’atmosfera della storia subiscono un brusco cambiamento. L’alone ribelle che circondava Connie sparisce e a esso subentra un senso di ineluttabile pericolo. Il ragazzo della decappottabile dorata è una minaccia, e Connie lo percepisce con assoluta chiarezza. Eppure non ne ha la certezza, dopotutto le sta solo chiedendo di venire a fare un giro in auto con lui, una cosa che Connie lo spirito libero avrà senz’altro già fatto più di una volta.

L’abilità di Joyce Carol Oates, e la ragione per cui questo racconto breve è così famoso, è proprio quella di saper infondere nel lettore un senso di minaccia incombente e soffocante utilizzando soltanto il dialogo e il punto di vista limitato di Connie. E si tratta di una storia dell’orrore anche se di orrore vero e proprio (ossia soprannaturale) non ve ne è affatto.

Vale, in Dove stai andando, dove sei stata?, la famosissima “legge” di Lovecraft, per il quale “la paura più grande è quella dell’ignoto” (l’incipit di L’orrore soprannaturale nella letteratura, per intenderci). Solo che qui l’ignoto non è cosmico, come nelle storie di HPL, ma relativo al futuro del protagonista e unico punto di vista della storia.

Dove stai andando, dove sei stata? ha svariate interpretazioni, alcune sono riletture femministe o anti-femministe della storia di Connie, altre la inquadrano come una spietata critica dell’America degli anni Sessanta. Ma, al di là di tutti i significati reconditi in mutua contraddizione che è possibile appiccicarci, il racconto di Joyce Carol Oates resta pur sempre (e soprattutto) una storia dell’orrore.

Meno famoso della Oates è William Gay, esponente di quel Southern Gothic di William Faulkner, Truman Capote, Harper Lee, Cormac McCarthy e, soprattutto, Flannery O’Connor, e autore di The Paperhanger. Scrittore sin dall’età di quindici anni, ma la cui prima pubblicazione risale al 1998, William Gay è stato autore di tre romanzi e due raccolte di racconti. The Paperhanger è contenuto in una di queste, I Hate to See That Evening Sun Go Down.

La storia di The Paperhanger ruota intorno alla sparizione di una bambina e sulle conseguenze che l’evento ha sul matrimonio e poi sulle vite stesse dei suoi genitori, un dottore pachistano e sua moglie. Ma è anche la storia di un miracolo messo in scena dal tappezziere da cui il racconto prende il titolo, che era presente in casa del medico pachistano il giorno della scomparsa della bambina.

La prosa di William Gay è raffinata senza essere opulenta e, a differenza della Oates, il tono generale di The Paperhanger è più improntato al macabro e al cinico che non all’angosciante. Ma si tratta soltanto di un altro modo per suscitare orrore descrivendo un evento che potrebbe accadere nella vita quotidiana di un qualsiasi genitore.

La differenza tra, ad esempio, un’apocalisse zombie e quanto descritto in The Paperhanger non sta nell’imprevedibilità dell’evento, né nel gusto del macabro che entrambi gli scenari evocano, bensì nella totale realtà (o, per lo meno, verosimiglianza) dello scenario del racconto di William Gay. Del resto, chiedete a un genitore se teme di più un’apocalisse zombie o la scomparsa del proprio figlio.

In tutto questo, che cosa si può imparare, dal punto di vista dello scrittore più che del lettore, da questa accoppiata di racconti?

Prima di tutto, che non è così difficile inquadrare uno scritto in un genere. Where Are You Going, Where Have You Been? e The Paperhanger sono indubbiamente racconti dell’orrore, eppure sfuggono a una rigida classificazione di genere. In nessuno di essi è presente un elemento soprannaturale che è un po’ la condizione sine qua non dell’horror. Ma non sono neanche thriller, al di là dell’innegabile suspense che li caratterizza entrambi. In un racconto c’è una ragazza che parla con un uomo alla porta (uomo che potrebbe o meno essere una seria minaccia), nell’altro c’è una donna che chiede un miracolo per ritrovare la figlia scomparsa. Non ci sono gli elementi canonici del thriller. E l’assenza di una facile inquadratura di genere, invece di rendere il racconto più appetibile, paradossalmente lo azzoppa. È literary fiction? È horror? È thriller? Ma, soprattutto, in quale categoria lo carico sul Kindle Store? (D’accordo, questo è più un problema mio che di Oates e Gay, ma capite l’antifona.)

C’è da immagazzinare anche una magistrale lezione di stile, perché sia Joyce Carol Oates sia William Gay hanno una magistrale padronanza della parola scritta, seppure in modi diversi da loro. Non è facile generare nel lettore il senso di ansia e incombenza proprio della suspense, eppure entrambi ci riescono egregiamente, nello spazio confinato di un racconto breve per di più.

Ma la lezione più importante che si può portare a casa è che l’orrore non deve essere necessariamente demoni, zombie e vampiri. In other news, il cielo è blu e ad andare sui mezzi pubblici ad agosto c’è puzza di ascelle commosse. Ma questo non significa che demoni, zombie e vampiri abbiano minore dignità letteraria rispetto agli orrori quotidiani di Oates e Gay. Tutt’altro.

Quando ho scritto La visitatrice, ero reduce dalla lettura di La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum, quella sì una barbarica storia dell’orrore non soprannaturale (e, ancora peggio, basata su un evento realmente accaduto), ed era la prima volta che scrivevo un racconto che voleva essere horror ma in cui mancava un marcato elemento soprannaturale. Poi sono un po’ tornato sui miei passi e ho aggiunto qualche ombra di non-del-tutto-soprannaturale-ma-decisamente-non-del-tutto-naturale nel finale. E vabbè, ero giovane e inesperto. Sta di fatto che, sempre secondo me (quindi prendetela con le pinze), La visitatrice è ancora il racconto migliore che ho scritto. Proprio perché è un racconto in cui l’orrore si trova nella plausibilità (oddio…) della storia più che nell’ignoto del soprannaturale.

Si tratta di un tipo di horror pretenzioso, perché avvicina il genere alla literary fiction e quindi alla letteratura “seria”? No, direi proprio di no. È soltanto un’altra faccia della stessa medaglia. Anzi, quanti racconti di zombie in cui il morto vivente è utilizzato per rappresentare la deriva morale della società contemporanea, quanti “è l’uomo o la creatura a essere il vero mostro?”, quanti vampiri metafora della sessualità sono stati scritti (e vengono scritti anche mentre state leggendo questo post, cosa ancora più tragica: da autori che magari non hanno idea dell’assoluta banalità di ciò che stanno scrivendo)? E non è forse più pretenzioso servirsi di un mostro Universal per fare da cassa di risonanza a una morale preconfezionata, che non raccontare storie che toccano tangenzialmente la literary fiction, ma sono oneste e fanno del loro meglio per scavare negli abissi dell’animo umano?

Ma, siriusli, certi racconti sono un casino da inserire nelle categorie di Amazon. Mi lamenterei col mio rappresentante sindacale, se ne avessi uno.

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Recensione – “Cesare. Il creatore che ha distrutto #3” di Fuyumi Soryo

Ed eccoci di nuovo alla recensione di un libro per pigri. Non sprizzate gioia da tutti i pori? Beh, anche se così non fosse, ci sono ancora sette volumi pubblicati da leggere, più un numero imprecisato di volumi ancora da pubblicare, con ere geologiche di attesa tra l’uno e l’altro, e io ho intenzione di leggerli tutti.

E, sì, di affliggere voi con le recensioni di ognuno.

Chi è il vostro blogger letterario snob preferito, eh?

La scheda del libro

チェーザレ 3―破壊の創造者 3 di Fuyumi Soryo
Pubblicato in Italia da Edizioni Star Comics, in Giappone da Kodansha Ltd.
Anno 2007
240 pagine
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Mentre Cesare si trova a Firenze per finalizzare alcuni affari con i Medici, Angelo, rimasto solo all’università, ha modo di fraternizzare sia con Micheletto che con Niccolò Machiavelli, all’epoca uno studente (o forse un infiltrato del Magnifico?) nel gruppo dei domenicani.

Il ritorno di Cesare a Pisa è segnato da un duro scontro con il gruppo degli studenti francesi e dagli ultimi intrecci che riguardano l’apertura di una fabbrica tessile nel quartiere disagiato della città, finanziata con i soldi dei Borgia, ma di proprietà dei Medici.

Quali sono i veri obiettivi di Cesare Borgia? E, soprattutto, ora che Angelo è coinvolto nei suoi piani e non è più un osservatore, finirà per bruciarsi?

Che cosa ne penso

Limitandosi alle immagini, uno potrebbe anche farsi un’idea sbagliata del Cesare Borgia di Fuyumi Soryo. Il giovane ragazzo efebico dal volto simmetrico e i lineamenti perfetti è troppo belloccio per sembrare anche solo lontanamente pericoloso. Ma non bisogna lo stesso dimenticarsi che, al di là del disegno raffinato, c’è pur sempre un personaggio storico che è passato ai posteri per la crudeltà (ancorché vagamente romantica) delle sue gesta.

Fino a ora, nel fumetto, Cesare Borgia era stato un sedicenne affascinante, intelligente e carismatico, con una famiglia potente alle spalle che gli fa sia da scudo che da ancora. In questo terzo volume qualcosa comincia a cambiare. Le descrizioni quasi nozionistiche della vita quotidiana o delle sottigliezze della politica rinascimentale occupano oramai una porzione quasi irrisoria della storia, e anche le disquisizioni su monarchia, repubblica e libertà, che caratterizzano le posizioni etiche contrapposte sulle quali si ritrovano Cesare e Angelo, passano in secondo piano.

Al di là del lungo – e anche un po’ divertente, suvvia – scontro con Henri, il capo degli studenti francesi, questo terzo volume è dedicato ai piani che Cesare Borgia ha messo in moto, e il cui fine ultimo, dopo traversi passaggi, è quello di avvantaggiare suo padre Rodrigio nella corsa al papato, senza tuttavia esporre il nome dei Borgia.

E questo è esattamente ciò che mi aspettavo da un racconto sulle “origini” di Cesare Borgia, una storia che lo presentasse come lo stratega manipolatore che la storia ricorda.

In questo terzo volume ho ritrovato ciò che mi aspettavo all’inizio della serie, e che la Soryo ha tardato a mostrarmi. Ora che i primi due volumi hanno posto, forse con meno tatto del dovuto, e certamente con meno grazia narrativa, i pezzi sulla scacchiera, dal volume tre in poi ci si può focalizzare su ciò che rende Cesare Borgia un personaggio talmente affascinante da dedicargli un’accurata biografia a fumetti. È questa la strada che la Soryo sembra intenzionata a percorrere, e spero rimanga in carreggiata, perché questo è il Cesare che volevo leggere sin dall’inizio.

In conclusione

Finalmente la serie sembra aver raggiunto il suo potenziale, devolvendo più tempo alle macchinazioni di Cesare Borgia e, sullo sfondo, agli intrighi vaticani. E lo ha fatto senza tralasciare gli elementi che l’avevano in ogni caso caratterizzata fino a questo punto.

Il disegno è sempre di altissimo livello, e l’accuratezza storica è notevole, specialmente per un’opera di fiction. Restano anche i dibattiti di filosofia politica e quell’azione, un po’ fine a sé stessa ma pur sempre d’intrattenimento, che contrappone gli studenti dei vari gruppi universitari.

In sostanza, in questo terzo volume, rimane tutto quanto c’era di buono nei primi due, e in più si aggiunge una trama orizzontale che ha molte potenzialità. Il tono ormai è quello giusto, e spero che la serie continui su questi binari.

Voto finale

5

Sconfiggere il pesce rosso

Quando ho sottoscritto l’abbonamento a Fastweb c’è stato un disguido tecnico – in pratica, stando ai loro archivi, il mio nuovo indirizzo di casa non esisteva – che ha fatto sì che restassi trenta giorni senza internet. Ma proprio senza senza, una situazione da anni Novanta (i miei anni novanta, per lo meno). Trenta giorni che andavano da metà ottobre a metà novembre.

Ora, novembre è il mese più temuto da ogni scrittore, perché è quello in cui si svolge il NaNoWriMo, ossia la maratona scrittevole il cui obiettivo è portare a termine un romanzo di almeno 50k parole nell’arco di trenta giorni.

Non avendo niente di meglio da fare – niente internet, ricordate? – ho deciso di partecipare anch’io al NaNoWriMo. E ho scritto. E ho scritto. E ho scritto. A testa china, per tredici giorni. Ventiquattromilacentosessantanove parole.

Poi, il quattordicesimo giorno, Egli è arrivato.

No, non Gesù. Internet.

Il mio wordcount è precipitato a zero. E tale è rimasto fino alla fine del NaNoWriMo.

Non mi ricordo quale scrittore – ma forse era quel gran simpaticone di Franzen – diceva che è impossibile scrivere un romanzo su un computer con una connessione a internet. E a mio avviso è terribilmente vero. Internet è un buco nero che risucchia l’attenzione, specie per chi, come me – e probabilmente quel gran simpaticone di Franzen – ha lo span di attenzione di un pesce rosso.

Non è dello stesso avviso Cory Doctorow (verrà il giorno in cui io e Doctrow ci ritroveremo d’accordo su qualcosa, ma non è questo), che in un articolo per Locus Magazine, Writing in the Age of Distraction, scrive che internet non è l’acerrimo nemico degli scrittori con lo span di attenzione di un pesce rosso, e ci sono altri accorgimenti che si possono utilizzare per bilanciarsi tra scrittura e distrazioni.

Ovvero:

  • Sessioni di lavoro brevi e regolari.
  • Fermarsi una volta raggiunto esattamente il quantitativo di parole desiderato, anche se si è a metà frase, soprattutto se si è a metà frase, per avere un punto da cui ripartire il giorno dopo.
  • Non fare ricerca mentre si scrive.
  • Niente feng shui dello scrittore, è una perdita di tempo.
  • Utilizzare un word processor antidistrazione.
  • Spegnere tutti i device di comunicazione.

Ora, come tutte le liste di consigli di scrittura, alcuni sono buoni (word processor antidistrazione, fare ricerca prima o dopo, mai durante), alcuni ovvi (mettere in muto il cellulare e spegnere Skype), altri che mi sembrano controproducenti (troncare a metà una frase solo perché ho scritto 800 parole, col rischio di dimenticarmi che cosa volevo dire l’indomani).

Del canto mio, ammetto che non sono la persona più indicata a dare consigli di scrittura. Non sono come Doctorow o altri scrittori che sfornano un romanzo all’anno, il novanta percento di quello che ho scritto non è stato pubblicato, e dubito mai lo sarà, ma sono un esperto per quanto riguarda lo span di attenzione da pesce rosso. Mi sforzo di scrivere un po’ tutti i giorni (romanzi e racconti, le 1300 parole di questo post non contano, ad esempio) e non sempre ce la faccio. Ci sono tuttavia delle volte in cui, seguendo alcuni accorgimenti, riesco a scrivere anche tremila parole al giorno. Che non so voi, ma per me sono tante.

Il primo consiglio – alla faccia di Doctorow – è proprio quello di staccare internet. E intendo proprio fisicamente. Non basta chiudere il browser e far finta che la linea non ci sia. Non basta nemmeno spegnere il wi-fi dal modem o dal portatile. Ciò che con me funziona – e, sì, sentitevi liberi di ridere o scuotere la testa sconsolati, come volete – è staccare fisicamente il modem, chiuderlo a chiave in cantina e andare a riprenderlo solo una volta raggiunto un quantitativo di parole che reputo sufficiente. Non lo faccio sempre – soprattutto perché pare sia sconveniente andare in giro per il condominio in pigiama e/o mutande – ma quelle poche volte che lo faccio ottengo il risultato che mi ero prefissato.

Senza internet viene anche facile non interrompere la scrittura per fare delle ricerche. Ogni tanto, lavorando sul fantasy, devo fermarmi perché mi sono dimenticato come si chiama questo o quel capo di abbigliamento, o questa o quella parte della spada, o questo o quel piatto medievale. Il che mi porta ad andare su Wikipedia (inglese, perché sull’italiana c’è poco e quel poco che c’è è fatto col culo) cercare il nome dell’abito, cibo o arma che mi serviva e poi gugolare finché non trovo una traduzione italiana soddisfacente. Se invece di questa trafila mi limitassi a scrivere XXX e rimandassi le ricerche a dopo la sessione di scrittura, non perderei il filo di ciò che sto scrivendo. Ma nemmeno non avere internet attaccato è una garanzia di successo – e lo sa bene chi ogni tanto riceve i miei sms con domande quali Uptown Girl è di Billy Joel o Billy Idol?. Storia vera.

Un’altra cosa che faccio, più spesso di quanto mi piaccia ammettere, in realtà, è, nei momenti di maretta, staccarmi dal computer e mettermi a camminare. Che fa anche bene agli occhi, tra parentesi. Mentre cammino parlo da solo raccontandomi quello che devo scrivere dal punto di vista del personaggio di cui sto scrivendo. Lo so che sembra idiota, ma, credetemi, aiuta.

Anche il word processor che si usa può fare la differenza. Quasi tutti i word processor di base sono dotati di una funzione che consente di visualizzare solo la pagina su cui si sta scrivendo, senza la miriade di menu e icone tutt’intorno. Con Open Office Writer, ad esempio, basta andare in Visualizza → Schermo Intero o, in alternativa, schiacciare Ctrl+Shift+J. Ma ci sono anche svariati word processor che sono stati concepiti con una funzione antidistrazione in mente. Una volta ne avevo provato uno che ricordava i computer in Fallout, di cui però non ricordo il nome. Adesso uso Focus Writer, che è gratuito e ha un’interfaccia comodissima da utilizzare e che non si può ridurre a icona a meno di non altabbarrlo.

Trattare la scrittura come un lavoro sarebbe l’ideale, ma non è sempre possibile, per ovvi motivi. Ma prendere la regolarità e la costanza di un lavoro e ridurla in dimensioni è pur sempre d’aiuto.

Scrivere un numero prefissato di parole al giorno (senza essere anali, nel senso psicologico del termine, come dice Doctorow) aiuta ad avere un obiettivo da portare a termine, e quindi a essere soddisfatti del proprio lavoro, e nello stesso tempo a vedere i risultati di ciò che si è scritto nel lungo periodo. Ottocento parole al giorno, ad esempio, sono abbastanza per sentirsi soddisfatti e avere la prima stesura di un racconto completa in dodici-tredici giorni di lavoro.

Anche la competizione può aiutare a scrivere di più. Competizione contro sé stessi o contro altri. Ad esempio, uh, ho appena scritto cinquecento parole, vediamo se riesco ad arrivare a ottocento; uh, sono arrivato a ottocento, vediamo se tocco le mille. Oppure ogni tanto mando un messaggio a qualche amyketto scrittevole bullandomi delle parole appena scritte, e in genere ne ricevo in cambio l’informazione che il succitato amyketto scrittevole ha scritto il doppio di me (e pure fatto il bucato, pulito casa e salvato l’umanità dall’invasione dei gamberi-mantide alieni) e questo non può che spingere il mio ego a ordinarmi di andare avanti a scrivere. Perché, certo, chiunque può fare il bucato, pulire casa e salvare l’umanità dall’invasione dei gamberi-mantide alieni, ma scrivere più parole di me? Giammai.

Credetemi, i consigli qui sopra sono tutti più che valevoli. Il fatto che provengano da qualcuno che è infinitamente pigro e che di rado porta a termine ciò che comincia (ehi, questo post l’ho finito però) non deve essere da deterrente alla loro validità. Facciamo che è il tipico caso di fate ciò che dico non quello che faccio all’italiana, occhei?

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Recensione – “Cesare. Il creatore che ha distrutto #2″ di Fuyumi Soryo

Lo so cosa state pensando. Ehi, questo non è fantasy, è un fumetto. E tu recensisci libri fantasy, non fumetti. Smettila di perdere tempo con questa roba e comincia a leggere il nuovo libro di Terry Goodkind, fila.

E probabilmente avreste ragione, nel senso che una recensione chilometrica del non-mi-ricordo-quale romanzo della Spada della Verità mi porterebbe molte più visite della recensione di un libro per pigri. Ma la vita è dura e colma di delusioni, per cui sappiate che la recensione di un romanzo di Goodkind non è in previsione nel futuro immediato di questo blog.

Ciò detto, perché mi ostino a leggere e recensire i fumetti della Soryo? Beh, perché alla fine della fiera sono letture piacevoli, quel periodo storico è sempre stato a mio avviso uno dei più interessanti, e perché, come dicevo nella scorsa recensione, ho comprato in blocco i primi quattro volumi. Esatto, ho speso venti Euro per non pagarne due di spese di spedizione.

E, sotto sotto, sono ancora convinto che ne sia valsa la pena.

La scheda del libro

チェーザレ 1―破壊の創造者 2 di Fuyumi Soryo
Pubblicato in Italia da Edizioni Star Comics, in Giappone da Kodansha Ltd.
Anno 2007
176 pagine
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Avevamo lasciato Cesare e Angelo nel mezzo della loro esplorazione dei quartieri bassi di Pisa, dove ben presto, grazie alla solita stupidità di Angelo, vengono aggrediti da un gruppo di mendicanti.

Salvati da Micheletto, i due fanno ritorno all’università, dove Cesare è impegnato a intessere le sue trame per avvantaggiare i Borgia nella corsa verso il papato di suo padre Rodrigo. I suoi intrighi lo portano prima dall’arcivescovo di Pisa Raffaele Riario, fidato subalterno di Giuliano della Rovere, principale avversario di Rodrigo Borgia, e poi dai Medici di Firenze. Nel mentre abbiamo anche l’incontro con celebri personaggi storici e perfino un flashback sul primo incontro tra Cesare e Micheletto.

Che cosa ne penso

Come il volume precedente, Cesare numero due è oltre l’eccellente per quanto riguarda la realizzazione grafica, e a malapena sufficiente sul versante narrativo. C’è per lo meno un miglioramento, nel senso che l’exposition è molto meno invasiva di quanto non lo fosse nel volume d’esordio. Resta tuttavia il fatto che questo secondo volume è ancora privo di quella che definirei una storia. O meglio, succedono delle cose, ma si tratta, per così dire, di un posizionamento di pedine sulla scacchiera per quella che immagino sarà una trama di lungo periodo, manca ancora un arco narrativo che leghi il volume e lo renda una lettura soddisfacente anche preso al di fuori della cornice della serie.

Mi pare di aver capito che l’approccio scelto dalla Soryo sia quello dell’accuratezza storica a discapito della struttura narrativa. E non posso certo biasimarla, dato che il periodo storico di cui tratta il suo lavoro è senza dubbio il più interessante per chi volesse scrivere di intrighi politici e scontri militari.

Negli anni che vanno dal 1494 al 1559, la penisola italiana è stata il teatro di una serie di guerre, principalmente tra gli Asburgo e i Valois, che hanno tuttavia coinvolto una moltitudine di nazioni, anche lontane dal teatro del Mediterraneo. È stato il periodo storico in cui sono vissuti personaggi del calibro di Cesare, Rodrigo e Lucrezia Borgia, ma anche l’imperatore Massimiliano I e il suo erede Carlo V, che essendo anche re di Spagna governava in pratica su mezza Europa, Enrico VIII in Inghilterra, i Medici a Firenze, Caterina Sforza, e i sultani Ottomani, freschi di conquista di Costantinopoli. Per non parlare di personaggi passati alla storia che poco o niente hanno a che spartire con la politica, tipo Leonardo Da Vinci, Cristoforo Colombo, Niccolò Machiavelli, Ezio Auditore e Girolamo Savonarola. Uh, e l’Inquisizione spagnola. Non ve l’aspettavate vero?

Le guerre d’Italia hanno visto susseguirsi monarchi più o meno competenti, intrighi, complotti, alleanze e contro-alleanze, con una buona dose di tradimenti. In pratica, in quel periodo l’Europa era una versione live di Game of Thrones.

Ed è quindi comprensibile che Fuyumi Soryo abbia preferito dare al suo lavoro un’impronta più storicamente accurata che non votarla al mero intrattenimento. Cesare è un fumetto che aspira ad avere un valore letterario, non qualcosa da godersi a cervello spento, come tanti dei lavori di intrattenimento ambientati nello stesso periodo, dai molteplici romanzi storici, ad Assassin’s Creed, a serie tv che vanno dal retard di Da Vinci’s Demons al leggermente meno retard di The Borgias e The Tudors. Da qui la necessità di mantenersi quanto più possibile fedele alla realtà dei fatti. Il problema è che non sempre la vita vera è dotata di quella forza emotiva che fa buon dramma, e che invece è il pane quotidiano di chi scrive storie. Tuttavia, al di là dell’inserimento del fittizio Angelo da Canossa, che però ha la funzione di accompagnare il lettore, anch’egli estraneo, nella scoperta di Cesare Borgia e del mondo che lo circonda, la Soryo si mantiene il più fedele possibile al resoconto storico. Un autore di The Borgias si sarebbe preso molte più libertà (per non parlare di un autore di Da Vinci’s Demons), la Soryo no. Il che è encomiabile, anche se non ideale se guardato solo dal punto di vista di chi sta leggendo Cesare per la storia.

In conclusione

Come il precedente volume, di Cesare numero due salta subito agli occhi la raffinatezza del disegno. Ogni singolo pannello è un’opera d’arte, e ciò è specialmente vero per quelli che raffigurano paesaggi e interni di edifici storici. A un certo punto, ad esempio, si incontrano tre visuali del duomo di Pisa talmente belle e ricche di dettagli da mozzare il fiato.

Il rovescio della medaglia è che l’aspetto narrativo del fumetto ancora non è del tutto soddisfacente. È un passo avanti rispetto all’exposition del volume precedente, e c’è da notare che gli intrighi politici del Vaticano entrano in scena e si apprestano a fare la parte del leone, ma siamo ancora privi di una struttura narrativa di impatto, che vada a braccetto con la bellezza superlativa dei disegni.

Il che è un peccato, perché il periodo in cui la vicenda ha luogo è uno dei più interessanti della storia europea, e le possibilità sono pressoché infinite.

Voto finale

10

Recensione – “La via dei re (Le cronache della Folgoluce #1)” di Brandon Sanderson

Brandon Sanderson è un altro di quelle macchinette sfornalibri stile Daniel Abraham che mi fanno un’impressione indicibile nonostante io sia cresciuto a pane e libri a cadenza annuale di Stephen King.

L’anno scorso, ad esempio, Sanderson se n’è uscito con Memoria di luce, l’ultimo volume della Ruota del Tempo, cominciata da Robert Jordan e continuata da Sanderson dopo la sua scomparsa. Memoria di luce conta 912 pagine nell’edizione originale per un totale di 353.906 parole. Ma non solo. Nello stesso anno, Sanderson ha anche cacciato fuori il romanzo per giovani lettori Steelheart, 386 misere paginette. E The Rithmatist, 374 pagine. E Infinity Blade: Redemption, che rientra tra i lavori brevi di Sanderson e conta solo 200 pagine. E il racconto breve Mitosis, 35 pagine. E il racconto River of Souls per l’antologia Unfettered curata da Shawn Speakman. E il racconto Shadows for Silence in the Forests of Hell per l’antologia Dangerous Women curata da George R.R. Martin.

Per darvi un’idea.

Io era da un po’ che volevo leggere qualcosa di Sanderson, ma in tutta franchezza Mistborn, la sua serie più famosa, non mi ispirava granché. Ho scelto di partire dalle Cronache della Folgoluce, invece, per due semplici motivi. Primo è una serie lunga, dieci volumi pianificati, due scritti e uno in lavorazione, e si prospetta sufficientemente epico. Secondo, i libri sono consistenti (per ora superano entrambi le mille pagine) ma usciranno a uno-due anni di distanza l’uno dall’altro perché Sanderson ha altre duecento serie da gestire, cosa che, sempre ammesso che non decida di mollare la serie al volume due (cosa che faccio spesso), mi darà un po’ di respiro tra un libro e l’altro.

Tra l’altro, non so se vi ricordate, ma La via dei re è abbastanza famosino anche da noi perché la Fanucci l’aveva venduto alla cifra sfacciata di trenta Euro. Parleremo anche della Fanucci e dell’edizione italiana, ma solo un pochino, e più tardi.

Per adesso concentriamoci sul romanzo.

La scheda del libro

The Way of Kings. The Stormlight Archives #1 di Brandon Sanderson
Pubblicato in Italia da Fanucci, in USA da Tor Books
Anno 2010
1146 pagine
Il libro su Amazon

Che cosa succede

La via dei re è il vostro fantasy standard post Tolkeniano, solo ambientato in un mondo alternativo che sembra il risultato da un trip da acido. Oltre a esserci il solito continente con i soliti X regni abitati da civiltà più o meno umane o umanoidi, la caratteristica fondamentale di Roshar, il mondo delle Cronache della Folgoluce, è la presenza di altempeste, ossia forti uragani che spazzano la terra con cadenza periodica. Inoltre, a contribuire al senso di allucinazione da sostanza stupefacente, il mondo è disseminato da spren, creature simili a fate che compaiono in presenza di forti emozioni o stati d’animo (spren del dolore, spren dell’orgoglio), o di fenomeni naturali (spren del vento).

Il romanzo segue le vicende di tre principali punti di vista, Kaladin, Dalinar e Shallan, introducendone però anche altri nel corso dei capitoli e durante il prologo e gli interludi sparsi qua e là.

Tutto si apre con l’assassino Szeth-figlio-figlio-Vallano, assassino shin mandato a uccidere re Gavilar di Aletkhar. Dell’omicidio vengono incolpati i Parshendi, popolazione con il quale re Gavilar stava stringendo accordi di pace, e sull’onda della retribuzione si scatena una lunga e costosa guerra tra i luminobili di Aletkhar e i Parshendi che si combatte sullo sfondo delle Pianure Infrante.

Kaladin è un giovane popolano di Aletkhar addestrato come chirurgo, con un passato da soldato e un presente da schiavo. All’inizio del romanzo viene venduto all’esercito del luminobile Sadeas e viene assegnato al Ponte Quattro, una delle tante squadre di pontieri incaricati di precedere l’avanguardia dell’esercito durante le sortite per trasportare e sistemare i ponti da disporre tra i crepacci delle Pianure Infrante, di modo da consentire i passaggi delle armate. Kaladin comprende ben presto che i pontieri altro non sono che carne da macello, e a lui, piegato nel corpo e nella mente, sta bene così. Tuttavia, man mano che il suo rapporto con gli altri membri del Ponte Quattro si fa più profondo, i vecchi istinti, quello militare e quello di sopravvivenza, tornano a farsi sentire.

Dalinar è un luminobile di Aletkhar, fratello del defunto re Gavilar, zio dell’attuale sovrano e, insieme a Sadeas, uno dei suoi più fidati consiglieri. Ma è anche un uomo che teme di stare diventando pazzo. Ogni volta che un’altempesta spazza le Pianure Infrante, infatti, Dalinar ha delle violente crisi che gli causano delle misteriose visioni. A ciò va ad aggiungersi che qualcuno sta cercando di assassinare il re proprio come era accaduto con suo padre, e non solo Dalinar non sembra essere in grado di fare luce sulla cospirazione, ma finisce anche nella lista dei sospettati.

Shallan, dall’altra parte del continente, è una giovane nobile minore con velleità artistiche e scarsa abilità di porre un filtro tra ciò che pensa e ciò che dice. Raggiunta la città di Kharbranth, Shallan si reca dalla luminobile Jasnah, sorella del re degli Alethi e nipote di Dalinar, una rinomata studiosa, con l’obiettivo di diventare una sua apprendista. In realtà il suo è tutto un piano escogitato per salvare le terre della sua famiglia dai debiti contratti da suo padre. Un piano che tuttavia Shallan, affascinata da Jasnah e dalle sue ricerche, esita a mettere in atto.

Che cosa ne penso

La via dei re è un libro lungo. Molto lungo. Pure troppo, direbbe qualcuno. Se le 1146 pagine che il romanzo conta fossero anni, La via dei re durerebbe dalla nascita dell’Impero Romano allinizio della Seconda Crociata. E se all’inizio la questione lunghezza non pesa, perché va a beneficio sia della caratterizzazione dei personaggi sia dell’ambientazione, arrivati alla metà del romanzo comincia a farsi sentire e, ogni volta che ci si trova davanti all’ennesimo capitolo di centordici pagine, si comincia a mormorare Sanderson per favore taglia.

La lunghezza di un romanzo non è un problema. Il problema è la prolissità, e La via dei re è prolisso. Eliminando il novanta percento dei flashback di Kaladin e tagliando qua e la le lunghe fumose discussioni filosofiche che impegnano sia Shallan che Dalinar, descrivendo ex post qualcuna delle battaglie cui partecipa il Ponte Quattro, il libro sarebbe stato senza dubbio più digeribile, senza perdere molto in materia di contenuti.

Per il resto, La via dei re non è un romanzo fantasy particolarmente innovativo, ma alla fine della fiera è comunque una lettura piacevole. Non direi che scorre perché, no, non scorre, però per lo meno si fa leggere senza mai ammazzarti di noia. Diciamo che, per come vanno i fantasy di stampo classico, La via dei re è situato un gradino sopra alle novellizzazioni di Dungeons & Dragons (inclusi nella categoria sono tutti quei romanzi che sono palesemente resoconti di campagne DnD che l’autore ha giocato assieme ai suoi amici), e il genere di fantasy classico che a me piace senza se e senza ma (The Dragon’s Path di Daniel Abraham, ad esempio).

Con un cast così vasto, pure all’interno di un ristretto numero di punti di vista, è difficile e per certi versi anche ingiusto dare un giudizio complessivo sui personaggi. Alcuni mi sono piaciuti, altri per niente, altri mi hanno perfino fatto interrogare la competenza di Sanderson. Su Dalinar non ho nulla di negativo da dire. Non l’ho amato, ma non l’ho nemmeno odiato. Ho apprezzato alcune delle scene che l’hanno visto protagonista (i tentativi di unire i luminobili in un unico esercito, il rapporto con i suoi due figli, la badassosità generale in battaglia e durante l’epilogo della sua vicenda), un po’ meno altre (gli intrecci amorosi con la cognata). Tra tutti il personaggio che mi ha davvero colpito è l’assassino Szeth, così potente eppure costretto ad asservirsi completamente di volta in volta a un padrone differente. Peccato che a lui siano riservati solo una manciata di capitoli, anche se pare che in uno dei prossimi volumi della serie sarà lui a fare la parte del leone.

Viceversa, Kaladin e Shallan non mi hanno convinto del tutto. Shallan ha una ridicola tendenza a battibeccare con frasi che dovrebbero essere ironiche ma non farebbero ridere nemmeno chi va a guardare i film di Checco Zalone.

Ad esempio, proprio all’inizio della sua storia, quando Shallan raggiunge Kharbranth dopo un lungo viaggio via nave:

Il capitano sorrise, con quelle sopracciglia che parevano strisce di luce emanate dai suoi occhi. «Dev’essere il vostro bel viso ad averci portato questo vento favorevole. I ventospren stessi sono stati ammaliati da voi, Luminosità Shallan, e ci hanno condotto qui!»
[…]
«Bene» disse Shallan al capitano, arrossendo ma ancora desiderosa di parlare. «Stavo solo pensando questo. Voi dite che la mia bellezza ha indotto i venti a portarci a Kharbanth con rapidità. Ma questo non implicherebbe forse che negli altri viaggi dovremmo incolpare la mia mancanza di bellezza per essere giunti tardi?»

«Be’… ehm…»
«Dunque, in realtà,» proseguì Shallan «in realtà mi state dicendo che sono bella precisamente un sesto del tempo.»

«Sciocchezze! Signorinetta, siete simile a un’alba mattutina!»
«Simile a un’alba? Con questo intendete troppo cremisi» diede un piccolo strattone ai suoi lunghi capelli rossi «e destinata a far brontolare gli uomini quando mi vedono?»

Lui rise, e diversi altri marinai nelle vicinanze si unirono a quell’ilarità. «D’accordo allora,» disse il capitano Tozbeck «voi siete simile a un fiore.»
Shallan fece una smorfia. «Sono allergica ai fiori.»

Oh, per l’amor di dio, tappati quella bocca.

Vedete che intendo? E questa… cosa che tutto è fuorché arguzia va avanti per parecchio. Senza migliorare. Sanderson lo sa che è irritante, perché che Shallan apra la bocca senza filtrare i propri pensieri è trattato come un suo difetto, ma ciò non significa che farmi accapponare la pelle ogni volta che Shallan fa una battuta che si dovrebbe supporre ironica e sfacciata sia consentito.

E poi Kaladin. Oh, Kaladin. Diciamo solo che potremmo anche chiamarlo Kaladin Stu. Esatto.

Kaladin ha diciannove anni e lunghi capelli neri riccioluti. Kaladin è un esperto combattente, un chirurgo più che competente e un buon comandante. Kaladin non abbandona mai i feriti in battaglia, anche a costo di disobbedire agli ordini dei suoi superiori. Kaladin prende una squadra di pontieri senza speranza e li trasforma in una vera e propria leggenda vivente. Kaladin sopravvive a un’altempesta. Kaladin è il fottuto predestinato. Tempo uno o due libri e Kaladin si attrezzerà per camminare sulle acque e moltiplicare pani e pesci.

All’inizio del romanzo, Kaladin sembrava un eroe tragico. Era uno schiavo e tutti quelli che conosceva sono morti. Poi, quasi come se Sanderson si fosse sparato 10cc di retard, Kaladin sboccia in un vero e proprio Gary Stu. Con tutta la struggenza del caso. Già perché nonostante Kaladin sappia fare tutto meglio di chiunque altro, i soldati occhichiari (ossia di casta elevata) lo odiano e gliene combinano una dietro l’altra. Il Ponte Quattro salta la cena. Il Ponte Quattro viene mandato a raccogliere oggetti di valore nei crepacci delle Pianure Infrante anziché a pulire latrine. Il Ponte Quattro viene assegnato perennemente alla raccolta di oggetti nei crepacci. Il Ponte Quattro viene messo di fisso alla testa dell’esercito, dove le frecce parshendi colpiscono con maggiore intensità. Oh povero Ponte Quattro. Oh povero Kaladin.

A ciò si vanno ad aggiungere i flashback di cui ho parlato prima. Che rendono la storia di Kaladin ancora più struggente e patetica. E lui ancora più insopportabile.

A prescindere dalle lacune in alcuni dei personaggi, Sanderson si riconferma un autore dalla potente immaginazione, se non altro per la creatività con la quale è delineato il mondo di Roshar. Il concetto di un luogo costantemente spazzato da tempeste simili a uragani in cui la vegetazione stessa si evoluta per convivere con essi è senza dubbio affascinante. Anche nelle piccole cose Sanderson mostra di avere un talento per il world building. Mi è ad esempio rimasta impressa quella religione, menzionata en passant durante un capitolo d’interludio, in cui esistono due divinità, una reale e l’altra fasulla ma potente, e i credenti devono esternare la loro fede nella divinità fasulla per darle una sorta di contentino e non suscitare la sua ira, mentre in privato venerano l’altra divinità.

Ciò detto, ho trovato per lo meno due cose che mi hanno fatto storcere il naso.

Nella cultura Aletkhar vi è una netta demarcazione tra uomini e donne. Gli uomini sono votati alla guerra e alla disciplina militare, e governano la nazione, mentre le donne sono depositarie della cultura, e sono le uniche in grado di leggere e scrivere. Non di rado un nobile affida tutta la sua corrispondenza, anche quella più riservata, all’abilità delle sue scrivane. Trovo tutto ciò abbastanza stupido. Non fosse altro che un re non è semplicemente uno che marcia in battaglia alla testa del suo esercito. Un re è ha la responsabilità di un’intera nazione, ed essa non si limita alla sola politica militare. Come è possibile avere un regno stabile con un sovrano che non scrive e non legge? Come ci si regola con gli altri aspetti della vita statale che non dipendono dalla guerra?

Poi abbiamo il sistema magico.

Sanderson è anche noto per le sue tre leggi, la prima delle quali riguarda proprio la magia:

La capacità dell’autore di risolvere in modo soddisfacente i conflitti fra personaggi tramite la magia è direttamente proporzionale al modo in cui il lettore è messo in grado di comprendere il funzionamento della suddetta magia nel contesto della narrazione.

In pratica Sanderson classifica i sistemi magici in uno spettro che va dalla hard magic alla soft magic, dove l’hard magic è un tipo di magia le cui caratteristiche sono ben definite e la soft magic un tipo di magia dai confini più fumosi. Mentre la soft magic è più spettacolare e fornisce al lettore un maggiore sense of wonder, ma d’altro canto si presta a risoluzioni tramite deus ex machina, l’hard magic, essendo meglio regolata, rende i conflitti più chiaramente risolvibili e quindi la lettura più comprensibile.

Ora, c’è chi preferisce un tipo e chi l’altro. Brandon Sandrson chiaramente ha un occhio di riguardo per l’hard magic, perché tutto ciò che riguarda anche vagamente magia e superstizione e spiegato nei minimi dettagli. Per il sottoscritto, tuttavia, il sistema magico creato da Sanderson per Le cronache della Folgoluce suona estremamente nozionistico, burocratico e, in ultima analisi, noioso. Come se avesse succhiato via tutto il divertimento. Ci sono le Stratolame, le Stratopiastre, gli Animutanti, questo questo e quest’altro. E badate, Stratolame, Stratopiastre, Animutanti e compagnia sono congegni magici estremamente fighi, ma per come li presenta Sanderson suonano eccitanti come fare la coda alla posta.

In conclusione

Per come gira il fantasy, La via dei re non è un romanzo malvagio. Ha i suoi buoni momenti, una buona ambientazione e svariate scene interessanti, ma anche parecchi punti deboli.

I personaggi avrebbero potuto essere un ciccino meglio architettati, a partire da Kaladin, protagonista principale del romanzo, la cui garystuaggine prende pian piano il sopravvento sull’eroe tragico che avrebbe potuto (e dovuto) essere, fino a Shallan, il cui tratto fondamentale di personalità è trattato in maniera amatoriale e quasi imbarazzante. C’è un solo personaggio che mi è piaciuto senza se e senza ma, Szeth, ma lo si vede solo in una sparuta manciata di capitoli ed è poco influente a livello di trama, per lo meno per ora.

Al di là di qualche piccolo difetto, il mondo in cui il romanzo è ambientato una visita la vale. Sanderson ha una buona vena creativa e il dettaglio con cui parecchi aspetti dell’ambientazione sono delineati è ammirevole.

Non sono al cento percento convinto che La via dei re possa definirsi una buona partenza per una serie ambiziosa come Le cronache della Folgoluce pare vogliano essere. Senza dubbio mette abbastanza carne al fuoco e gli eventi dall’inizio alla fine del romanzo sono mutati a sufficienza per giustificare la lettura del seguito. Ma resta pur sempre un libro che, per tutta l’acclamazione popolare che gli ho sentito rivolgere, si è comunque rivelato meno di ciò che mi aspettassi.

Tuttavia, se ho tenuto duro e proseguito la lettura per più di un mese – io che non ritengo sia un crimine abbandonare un brutto libro, anzi tutt’altro – un motivo ci deve essere.

Uh, a momenti mi dimenticavo di lamentarmi dell’edizione italiana. Che abbonda di pronomi dimostrativi a discapito della scorrevolezza del testo. E che costava trenta Euro. Trenta Euro per un romanzo. Suvvia…

Voto finale

7

Personaggi prima, donne poi

Ieri sera ero impegnato in una mini-maratona per recuperare i quattro/cinque episodi di The 100 che mi mancavano per concludere la prima stagione. Di The 100 ho già parlato qualche post più sotto, è una serie televisiva fantascientifica postapocalittica mirata per un pubblico di giovani adulti che tuttavia, al di là di un’eccessiva enfasi sui triangoli amorosi, si è rivelata uno spettacolo interessante anche per chi da una serie tv esige qualcosa di più sostanzioso.

Guardando The 100 mi sono ritrovato a pensare che, debolezze di sceneggiatura a parte, la protagonista, Clarke, è uno dei personaggi femminili migliori che mi sia capitato di vedere – e perfino leggere – da un bel po’ di tempo.

C’è un vecchio adagio che dice che per scrivere un personaggio femminile come si deve, si debba prima scrivere un personaggio maschile e poi cambiare i pronomi. Che non è propriamente vero, ma è la concezione che va per la maggiore, anche se non in questi termini.

Il primo aggettivo che mi viene da associare a Clarke di The 100 è “competente”. È in possesso di basilari nozioni di survivalismo, conosce l’anatomia umana ed è in grado di svolgere alcune basilari operazioni chirurgiche anche in condizioni di precaria sussistenza, inoltre sa utilizzare armi bianche ed è portata per il combattimento con armi da fuoco.

Con tutte queste abilità, Clarke è una Mary Sue, dunque?

Beh, no. Una caratteristica della Mary Sue è la sua infallibilità, e Clarke è tutt’altro che infallibile. Più volte nel corso della serie prende decisioni che si rivelano sbagliate, sia nel breve che nel lungo periodo. Decisioni che non sempre considereremmo popolari, ma che, bisogna ricordare, avvengono in un contesto in cui è necessario sopravvivere a tutti i costi. Clarke tortura un prigioniero per estorcergli informazioni, e ordina perfino la morte di uno dei cento sopravvissuti.

Insomma, Clarke è un personaggio dotato di pregi e difetti. È prima di tutto un personaggio e poi una donna, la chiave è questa. E non è una cosa da poco, in un mondo, quello dell’intrattenimento per giovani adulti, in cui l’eroina è in genere l’emblema della purezza e della virtù e, nei rari casi in cui è dotata di difetti, questi servono solo a renderla adorabilmente imperfetta.

Ora, io non so se la Clarke di The 100 versione telefilmica abbia molto a che spartire con la Clarke della versione cartacea, ma intratteniamo per un attimo l’ipotesi che i due personaggi siano identici, è Clarke un rinoceronte bianco, unico o rarissimo nel suo essere un personaggio femminile credibile e realistico?

Sorprendentemente la risposta è no. È vero che, se guardiamo alla narrativa per giovani lettori, mirata specialmente a un pubblico di ragazze, la maggioranza delle protagoniste femminili fa cadere le braccia. È vero. Ma ci sono anche svariate eccezioni. Lyra Belacqua di La bussola d’oro, Hermione Granger di Harry Potter (anche se il protagonista e punto focale della storia rimane sempre Harry), e soprattutto, Katniss Everdeen, che penso sia la ragazza immagine della categoria, assieme all’esercito delle sue cloni, generate dopo il successo planetario di Hunger Games.

Questo per dire, anche in un campo minato come la letteratura per young adult ci sono degli eccellenti esempi di protagoniste femminili.

E allora perché spopolano romanzi del cazzo con protagoniste del cazzo stile Obsidian? Un romanzo talmente orribile che perfino io, IO che bloggo di romanzi orribili ho dovuto rinunciare a leggerlo e recensirlo tanto mi faceva schifo? O perché, dall’altra parte, esiste gente come Francesco Falconi che, in Muses, è convinto di aver creato un personaggio femminile forte e indipendente, quando invece ha solo creato una ribellina del cazzo, banalizzando per altro stupro e violenza famigliare, riducendoli a mezzi per giustificare la ribellinità della sua protagonista del cazzo? (Sì, Muses di Francesco Falconi mi ha fatto lo stesso effetto di Obsidian, ma dopo averne lette molte meno pagine, direi che i complimenti sono d’obbligo.)

Mi fa strano che, in un mondo letterario come quello del fantasy in cui pare che il reato peggiore immaginabile sia quello non non rappresentare equamente uomini e donne nei romanzi e le accuse di sessismo rivolte dalla critica femminista a scrittori di sesso maschile sono all’ordine del giorno, ecco, mi fa strano che in un mondo del genere si vendano un fottio di paranormal romance. Ma proprio tanti, eh. Romanzi in cui l’unico obiettivo della protagonista femminile è quello di essere un premio per il protagonista maschile. E invece se nel nuovo Star Wars la proporzione personaggi maschili/femminili non è 1:1 allora scatta l’insurrezione popolare e il boicottaggio (protesta che, a mio avviso, riduce anch’essa il personaggio femminile a mero oggetto, e pertanto è sullo stesso livello del paranormal romance con la giovane palpitante in cerca d’amore vampiresco, ma tant’è).

E, dall’altra parte dello spettro, mi fa altrettanto strano che molti scrittori – qui, c’è da dirlo, prevalentemente uomini – utilizzino davvero la regola aurea di poco prima, per cui un personaggio femminile credibile è un personaggio scritto al maschile e a cui poi sono stati cambiati i pronomi. C’è ad esempio la convinzione che un personaggio femminile, per essere forte, debba essere o ipersessualizzato, oppure fisicamente forte. Ma in realtà una donna forte e indipendente può essere un guerriero senza tuttavia indossare mai un’armatura o maneggiare una spada. È un’errata concezione quella secondo cui donna forte uguale donna fisicamente forte. Brienne di Tarth, che tutti conosciamo da Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, non è una donna forte a causa della sua possanza fisica, ma in virtù di ciò che è disposta a fare, ad esempio, per mantenere la parola data e, quindi, conservare il suo onore.

D’altro canto posso mettermi benissimo nei panni di uno scrittore penemunito che commette un errore del genere. Del resto viene più facile scrivere ciò con cui si ha famigliarità, e non per tutti è facile immedesimarsi in una donna. Non tutti gli scrittori di genere hanno la sensibilità di Stephen King, è un dato di fatto. È per questo che, nel mio piccolo, tutti i miei protagonisti sono uomini. Mi viene più facile. Probabilmente quando pubblicherò un racconto (o un romanzo, perché porre limiti alla fantasia) con un protagonista donna, verrò aspramente cazziato.

Ma se posso scusare un uomo per non riuscire a immedesimarsi in una donna – pur essendo la scrittura anche esercizio di immedesimazione – non posso fare altrettanto per una scrittrice donna che scrive personaggi femminili deboli e che pur essendo protagoniste della loro stessa storia, alla fine della fiera sono solo dei premi per il personaggio maschile.

E questo anche se le struggenti storie d’amore paranormale sono letture da cesso e non romanzi che vanno presi sul serio.