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Recensione – “L’ombra della maledizione” di Lois McMaster Bujold

Ehi, che ne dite di una nuova recensione? E di un libro vero, questa volta. Fantasy, pure.

Più o meno cinque o sei mesetti fa inauguravo una rubrica, intitolata Scrittori con la Vagina, in cui mi proponevo di leggere fantasy scritto da autori donne sia per allargare i miei orizzonti, sia per cercare di far luce sull’attanagliante mistero che da sempre incombe su chi si occupa di letteratura, ovvero: perché se lasci da solo un uomo con una macchina da scrivere ti cava fuori un romanzo premio Nobel, mentre se lasci da sola una donna ti ritrovi un Harmony.

Il romanzo con cui mi ero cimentato nell’episodio pilota della rubrica era La corporazione dei maghi di Trudy Canavan, avventura fantasy leggera ed harrypotterosa, con buchi logici e una buona dose di stereotipi e luoghi comuni. Non di certo una partenza col botto.

Il romanzo di cui parliamo questa volta, invece, L’ombra della maledizione di Lois McMaster Bujold, a dispetto del tutolo che sa di già visto, è situato diversi scalini sopra quello della Canavan.

Che cosa succede

Dopo aver passato diciannove mesi in schiavitù sulle galee Roknari, Lupe dy Cazaril, per gli amici Caz, fa ritorno nella patria natia di Chalion da uomo distrutto, tradito, senza più possedimenti e martoriato nel fisico e anche un po’ nello spirito. Cazaril spera che l’anziana Provincara di Valenda, presso la quale aveva servito come paggio quando era molto più giovane, lo prenda a servizio nella sua corte. La Provincara, che in effetti si ricorda di Cazaril, lo assegna come tutore della Royesse Iselle, sorella del Royse Teidez. L’incarico è per la verità di basso profilo perché, nonostante l’attuale Roya di Chalion, Orico, sia senza figli, il suo fratellastro Teidez è l’immediato erede al trono e Iselle ha pertanto un ruolo di scarsa rilevanza politica.

Tutto cambia, però, quando il Roya Orico convoca Teidez e Iselle a corte, e Cazaril si trova a dover proteggere la Royesse dai pericoli che provengono non solo dai nobili assetati di potere di Chalion – tra cui molte vecchie conoscenze di Cazaril, incluse le persone responsabili per molte delle sue sventure –, ma anche da una misteriosa maledizione che sembra gravare da generazioni sulla famiglia reale, e che minaccia di fare di Iselle la sua vittima finale.

Che cosa ne penso

Se c’è un tipo di fantasy che a me piace un pochino più degli altri, è quello impregnato di politica, e L’ombra della maledizione proprio di questo genere fa parte.

Lois McMaster Bujold, famosa per il fantascientifico Ciclo dei Vor, per scrivere L’ombra della maledizione si è ispirata a un evento storico che ha segnato il corso della storia europea e anche mondiale. Già i nomi utilizzati nel romanzo dovrebbero dare l’idea, o per lo meno il sentore, della Spagna altomedievale.

La Royesse Iselle altri non è che una versione fantasy di Isabella di Castiglia, e il romanzo stesso narra una versione, ovviamente rielaborata e fantastica, delle vicende che hanno portato al suo matrimonio con Ferdinando d’Aragone e all’unificazione della penisola iberica. Nel romanzo, il Roya Orico è un’incarnazione fittizia di Enrico IV di Castiglia e Leon, il Royse Teidez rappresenta Alfonso principe delle Asturie, fratello minore di Isabella e presunto erede al trono e gran parte degli altri personaggi ha una controparte storica. Il che non significa che una conoscenza basilare della storia medievale possa precludere dal godersi il romanzo senza farsi spoilerare troppo. L’ombra della maledizione, infatti, utilizza la vera storia di come Isabella divenne regina di Castiglia e Leon più come uno spunto da cui partire che non come un riferimento preciso sul quale costruire la trama. Se la storia della Spagna medievale è quella che dà l’ispirazione alla Bujold, è anche vero che tutto il resto, caratterizzazione psicologica dei personaggi inclusa, dipende dal volere – e dal talento – dell’autrice.

Fun Fact: Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona si sono visti anche in un episodio di Da Vinci’s Demons. Visto che Da Vinci’s Demons è una serie fondamentale?

Che poi si tratta, e mi ripeto, del mio genere di fantasy preferito. Non lo sword and sorcery, non l’urban, ma il fantasy storico. Del resto, la storia è piena zeppa di eventi e personaggi memorabili. Dalla caduta di Costantinopoli a Baldovino il Lebbroso, da Mademoiselle Maupin alla maledizione di Jacques de Molay, la storia è ricca di eventi da cui prendere spunto per scrivere un romanzo. In più, se il romanzo lo scriviamo fantasy, siamo legittimati uno, a giustificare ogni inesattezza storica con la frase “tanto è fantasy”, e due, possiamo infilarci dentro i draghi. Perché ogni cosa è meglio con un drago.

L’ombra della maledizione non ha draghi, ma non ho di che lamentarmi per quanto riguarda la parte più propriamente soprannaturale e fantastica del romanzo. E la magia, presente ma non preponderante, funziona perché è sorretta da un pantheon religioso cedibile e ben strutturato. Chalion ha la propria religione, basata sul culto di cinque divinità, Padre, Made, Figlia, Figlio e Bastardo, con i propri riti e la propria mitologia, il che contribuisce ad arricchire notevolmente l’atmosfera del romanzo. Inoltre ci consente di dire impunemente dio Bastardo senza far piangere papa Francesco.

Quello che, però, definisce il romanzo è il lavoro di caratterizzazione psicologica che l’autrice ha fatto sui personaggi. Cazaril in testa, eroe senza alcuna caratteristica eroica – è sì intelligente e un soldato più che competente, ma non ha la lingua lunga di Tyrion Lannister, né la superbellezza, la superforza e il garystuismo generale di Richard Rhal, né la badasseria di Roland di Gilead – ma devoto alla propria missione e alle persone a cui tiene. E probabilmente un’altra autrice avrebbe fatto di Iselle una principessina ribellina del cazzo, magari con marcate connotazioni di strong-and-independent-woman-who-needs-no-man anacronistiche ma che strizzano l’occhio a quel pubblico femminista che innegabilmente è in crescita anche per quanto riguarda il genere fantasy. Invece Iselle è una giovane donna figlia del suo tempo, vivace, astuta e intelligente, ma anche conscia della propria posizione e del proprio ruolo.

Ora, prima di concludere con la recensione, voglio mettere le mani avanti e dire che mi sento un po’ in colpa a ghettizzare L’ombra della maledizione all’interno della categoria “romanzi fantasy scritti da donne”, anche se la rubrica Scrittori con la Vagina non è altro che una cosa ironica, pensata al massimo per trollare qualche femminista hardcore (e, di tanto in tanto, per lanciare qualche frecciatina passivo-aggressiva alle autrici di erotica Delos). Il realtà lo “scritti da donne” qui è superfluo. L’ombra della maledizione è un romanzo fantasy e basta. Un buon romanzo fantasy.

E anche, purtroppo, una mosca bianca.

In conclusione

L’ombra della maledizione è il genere di fantasy che piace a me. Un fantasy politico che affonda le proprie radici in eventi storici riconoscibili (l’ascesa al trono di Isabella di Castiglia). Certo, gli eventi storici non sono al cento percento accurati, del resto è un romanzo dotato di vita propria, non un saggio storico. E anche gli intrighi e le macchinazioni politiche non sono poi così complicati. Ma sono fatti bene, e spesso alle trame bizantine è preferibile qualcosa di più lineare, se alla fine si ottengono gli stessi risultati.

Punto di forza del romanzo sono i personaggi e l’ambientazione. In un mondo in cui il fantasy è brutto, sporco e cattivo, con gente che dice parolacce, si sbudella e scopa dalla mattina alla sera, con o senza il consenso della fanciulla coinvolta, un romanzo come L’ombra della maledizione riesce a essere adulto basandosi non sull’effetto shock, ma sulla maturità dei propri personaggi e la profondità dell’ambientazione.

Pur essendo una lettura autoconclusiva, L’ombra della maledizione ha un sequel e un prequel. Il sequel, La messaggera delle anime (vincitore di premio Hugo e premio Nebula, per dire), vede protagonista la Royina Vedova Ista, madre di Iselle e personaggio marginale nel primo romanzo, ed è interessante perché è uno dei pochi romanzi in cui la protagonista assoluta è una donna di mezz’età, e solo per questo meriterebbe una lettura. Il prequel, La messaggera delle anime L’incantesimo dello spirito, invece, è una storia a sé stante, ambientata nel passato del mondo di Chalion e in un paese menzionato solo di passaggio negli altri due volumi.

Voto finale

7

L’abbiamo capito, vi piace Murakami

L’ultimo premio Nobel per la letteratura che conosco di nome è stato Mario Vargas Llosa. L’ultimo di cui ho letto qualcosa che mi è effettivamente piacuto, quel comunistaccio di Josè Saramago.

Se mi conoscete, sapete che gli scrittori premio Nobel non sono il mio pane quotidiano. Non perché, eww, hanno vinto il Nobel, quindi sono pretenziosi, fuggite sciocchi finché potete, ma perché spesso e volentieri uno scrittore premio Nobel non scrive roba che a me va di leggere. Quella volta che Saramago ha scritto una sorta di postapocalittico (sulla carta Cecità parla del collasso della società, se non vogliamo chiamarlo postapocalittico perché, in effetti, non vi è un’apocalisse di vasta scala, di certo non possiamo non chiamarlo speculative fiction) l’ho letto e mi è piaciuto parecchio.

Va anche premesso che il premio Nobel per la letteratura per me ha perso ogni parvenza di serietà quando a vincerlo è stato Dario Fo. E il premio nobel in generale quando Obama ha vinto nel 2009.

Però.

Però.

Statemi un attimo a sentire.

No, sul serio, compagni intellettuali, prestatemi orecchio.

Non è che ogni anno dovete scassare la minchia con Murakami.

Ogni.

Fottuto.

Anno.

L’abbiamo capito, vi piace Murakami. Del resto alcune delle trame alla base dei suoi romanzi non sono male, si dilunga spesso a parlare di gatti e, soprattutto, non è uno scrittore murikano, cosa che per l’intellettuale è un must.

Ogni anno l’angoscia della gente che, e chi è [inserire nome del vincitore]? Cosa aspettano a darci il Nobel a Murakami Haruki? Buuuuu, zero stelline.

Compagni intellettuali, sul serio.

Compagni intellettuali.

Lasciamo per un attimo perdere che a me Murakami non piace affatto. Ma proprio per niente.

Lasciamo perdere che ogni anno ci sono almeno tre scrittori che hanno lo stesso livello di popolarità internazionale di Murakami e che, a mio avviso, meritano il Nobel più di lui. Ossia Joyce Carol Oates, Margaret Atwood e Cormac McCarthy. E sono solo tre scrittori che conosco IO.

Ci sono trecentosessanta milioni di scrittori al mondo. Alcuni anche meritevoli. Alcuni bravi. Alcuni il cui corpo letterario incontra i criteri di merito perdurante e/o idealismo concernente i diritti umani che l’Accademia Svedese ha fissato per l’assegnazione del premio Nobel. Ecco, magari uno di questi è più meritevole di Murakami, ma siccome è una poetessa estone che non pubblica con Feltrinelli in Italia nessuno la conosce (posto che, buuu, che intellettuali siete se non siete appassionati di poesia estone?).

Patrick Modiano non lo conosce nessuno. E ‘sticazzi non ce li mettiamo? A parte che, a partire da oggi, già lo sento, Patrick Modiano è diventato lo scrittore preferito del 95% degli intellettuali che lo conoscevano quando ancora non era popolare. È davvero così male se uno dei più importanti (il più importante?) premi letterari internazionali guardi oltre l’ombelico della celebrità di massa?

Però, per favore, basta trifolare le gonadi ogni anno con la storia del Murakami favorito. Certe cose riserviamole solo quando sono dovute. Tipo per Tatiana Maslany agli Emmy.

2

The Flash, la recensione più veloce del mondo

L’altra sera è andato in onda il primo episodio di Flash. Se fossimo ancora in estate – e possiamo esserlo, con una buona dose di negazione – The Flash sarebbe stata una di quelle serie che avrei inserito nella lista di quelle potenzialmente trash da guardare.

Il pilot, in realtà, era leakato online tempo addietro, per cui c’è anche la possibilità che qualcuno di voi lo abbia già visto da parecchio. Del canto mio, ho aspettato la premiere televisiva per un semplice motivo: sono ossessivo-compulsivo.

Come ben sapete, Flash è uno spin-off di Arrow, e io di Arrow avevo guardato giusto i primi cinque episodi mettendoci subito una croce gigante sopra, perché delle avventure del giustiziere social justice warrior we are the ninety-nine percent, sinceramente, me ne fregava poco e niente. Tuttavia, mi sono detto, se non guardo la serie madre non ha senso seguire lo spin-off (shhh, nella mia testa ha senso), così ho recuperato Arrow. E devo dire che nella seconda stagione migliora, di poco ma migliora, non fosse altro che per l’introduzione di Felicity Smoak e perché quando si picchiano ci mettono un minimo di convinzione e quel pizzico di coreografia e stunt coordination che male non fa. E anche perché a me Colton Haynes fa ridere come parla tutto impostato. Tipo, dai tempi di Teen Wolf.

Anyway, gli episodi migliori della seconda stagione di Arrow, manco a dirlo, sono quelli con special guest star Berry Allen, ossia il giovante tecnico forense che un giorno diventerà Flash.

Di Flash c’è da notare anche un’altra cosa: è la prima serie tv basata su un fumetto di cui ho letto il materiale originario prima di vedere l’adattamento. Precisiamo però che di Flash ho letto solo una ventina di numeri, tutti New 52, e che l’unica cosa che mi è rimasta bene impressa è gorilla parlanti cazzutissimi.

Il che ci porta alla serie tv. Da qualche anno a questa parte la CW, il network su cui Flash va in onda, si è parzialmente reinventata da canale che manda in onda teen drama a canale che manda in onda serie di generi diversi ma comunque rivolte a un pubblico giovane. Nel palinsesto CW ci sono ancora troiate immani, stile Beauty and the Beast e Reign, ma anche serie di successo come Arrow e uno dei miei personali guilty pleasure, The 100, di cui ho già parlato in questi lidi fino ad alienarmi lettori.

The Flash si inserisce perfettamente nel quadro generale, in quanto fin dall’episodio pilota si dimostra una serie sì supereroistica, ma anche pregna di momenti stile soap opera che sono il cringe supremo – tipo Barry Allen che è innamorato di Iris, ma Iris non solo lo vede solo come un amico (stupida donna, come si permette di non essere un premo a beneficio dell’eroe?) ma se la fa anche col detective belloccio il cui unico crimine è non essere Barry Allen e pertanto si merita odio e deprecazione.

Ma andiamo con ordine. Barry Allen è un tecnico CSI – che dovrebbe essere CSU, come in Crime Scene UNIT, ma CSI è uno show famoso per cui cicciamocelo – il cui passato è segnato dalla misteriosa morte della madre e del conseguente arresto di suo padre. A seguito di un incidente all’acceleratore di particelle dei laboratori STAR, Barry Allen viene colpito da un fulmine ed entra in coma. Solo che il fulmine che l’ha colpito non è proprio un fulmine, e Barry Allen si ritrova a essere l’uomo più veloce del mondo. A differenza del suo amyketto del cuore Oliver Queen, che compare nel pilot in un cameo, Barry Allen decide di lasciar perdere il vigilantismo e di diventare un eroe a tutti gli effetti, qualcuno che possa dare speranza agli abitanti di Central City.

E il risultato del pilot, per me, è positivo. Con un solo, piccolo ma riferito al numero di informazioni, citazioni ed elementi che gli sceneggiatori hanno ritenuto di dover riversare nella prima puntata. Come per il pilot di Gotham, anche Flash è una sorta di tacchino ripieno il giorno del ringraziamento. Solo con rimandi all’universo DC anziché cranberry sauce.

Ma per il resto per me è una serie tv consigliata. Mi è piaciuto l’attore che interpreta Barry Allen (mi aveva già convinto in Arrow, a dirla tutta), ho approvato le scene d’azione, che rendono bene l’idea dell’uomo più veloce del mondo, e ho anche apprezzato il livello di autoconsapevolezza di uno show che va in onda sulla CW (“Lightning gave me abs?”).

Più di tutto, però, ho apprezzato il tono generale dell’episodio. Che, sorpresa sorpresa, è più leggero del resto della roba DC attualmente in circolazione. Da quando Nolan se n’è uscito con la sua trilogia del Cavaliere Oscuro (che, come tutti i film di Nolan sono troppo lunghi, infarciti di spiegoni a prova di idiota, e sopravvalutati), pare che tutti i film e i telefilm basati su personaggi DC debbano essere tetri e malmostosi. Vittima illustre Man of Steel, in cui Superman distrugge Metropolis che neanche Godzilla e uccide persone perché la trama dice così. Anche Arrow ha la sua buona dose di mestizia, seppur controbilanciata da qualche momento di leggerezza. In Flash non è solo qualche momento, è il tono generale. Come se qualcuno se ne fosse uscito con questa pazza idea che le storie di supereroi possono essere anche divertenti, pazzesco no?

In buona sostanza, a differenza della serie che l’ha originato, The Flash è partito con il piede giusto. Grant Gustin è sorprendentemente azzeccato nel ruolo di Barry Allen/Flash, e tra i coprimari ci sono alcuni attori niente male (Tom Cavanagh, che interpreta Harrison Wells, il capoccia dei laboratori STAR, e Jesse L. Martin, il detective West), l’azione c’è ed è sorprendentemente ben realizzata (Flash non picchia come Green Arrow, ma la scena dell’inseguimento in auto vale tutti i combattimenti Green Arrow vs. Deathstroke), inoltre, la serie è leggera e divertente. Che per me è una ventata di fresca novità nel tenebroso panorama degli adattamenti DC.

Ora, se solo riuscissero a trovare il budget per un certo gorilla parlante spaccaculi…

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Gotham senza Batman, Gordon senza baffi

Quest’estate avevo scritto un post su The 100 preannunciando che sarebbe stato solo il primo di una serie su i telefilm da guardare nel corso della stagione. Nel post indicavo anche di quale serie avrebbero parlato i potenziali episodi successivi. Poi niente. Non perché sono la persona più pigra del settore 2814 (e lo sono), ma perché, una dopo l’altra, le serie televisive che avevo programmato di guardare quest’estate si sono rivelate, ad andar bene, un sonoro meh e, nella maggioranza dei casi, una vera e propria schifezza.

The Leftovers, una schifezza prugnosa che non vale la pena guardare. The Last Ship, military porn con la Sandra Bullock dei poveri. Extant, carino ma poi mi è passata la voglia. The Strain, idem. Perfino Penny Dreadful, del quale ho visto per intero la prima stagione, è partito alla grande per poi finire in un eh, whatever.

Rendetevi conto, quest’estate mi sono ritrovato a recuperare Arrow (del quale sparlerò più sotto) e Orange Is the New Black (che pensavo fosse Tumblr: La Serie, e in parte lo è stato, ma alla fin della fiera è una gran bella serie, tanto di cappello a Netflix). E grazie a Cthulhu per Tyrant e Project Runway, almeno due cose con cui occupare le serate le ho avute.

Ma ora è settembre e la nuova stagione è cominciata. Ritornano i telefilmini bellini bellini. The Good Wife, Modern Family, The Middle… err… beh, per ora solo loro tre perché il resto comincia più tardi. Ma ci sono anche altri nuovi show, tra i quali una tonnellata di capeshit.

Supereroi – o derivati – provenienti un po’ da tutte le parti. Se la Marvel affiancherà Agent Carter ad Agents of S.H.I.E.L.D., oltre a un buon numero di serie Netfilx (Daredevil, Luke Cage, Jessica Jones, Iron Fist – alcune delle quali di dubbio interesse, a dire il vero, ma staremo a vedere) previste per il 2015, la DC oltre al già avviato Arrow, schiera Flash, Constantine e Gotham.

E proprio di Gotham parliamo qui oggi.

Gotham parla di una città, Gotham City, prima che un noto vigilante mascherato facesse la sua comparsa per combattere il crimine dilagante.

È l’omicidio di Thomas e Martha Wayne a dare il via all’azione, con Jim Gordon, qui non ancora commissario baffuto ma semplice detective dal sopralabbro glabro, che promette al giovane Bruce Wayne che troverà l’assassino dei suoi genitori e farà giustizia. Una promessa che, Gordon scoprirà ben presto, non è poi così semplice da mantenere, perché, mano a mano che le indagini vanno avanti, l’omicidio dei coniugi Wayne sembra sempre meno una rapina finita male e assume sempre più i connotati di qualcosa di losco, le cui radici sono ben piantate nei giochi di potere della criminalità gothamita.

Ora, quando si produce una serie televisiva da un materiale originario tanto amato quanto ben impresso nella coscienza collettiva come Batman, bisogna procedere con i piedi di piombo. Specialmente quando la serie in questione è Batman ma senza Batman. E l’adattamento della Fox, sotto questo aspetto, è un successo solo a metà.

Lasciamo per un attimo perdere il canone. Per due motivi. Il primo è che Batman è nato nel 1939 e che ogni singolo aspetto della sua vita ha subito trecentosessanta retconnessioni. Joe Chill, l’uomo responsabile dell’omicidio dei Wayne, un giorno è un sicario, il giorno dopo è un miniboss locale, e il giorno dopo ancora è semplicemente uno che voleva rubare le perle di Martha Wayne per comprarsi l’alcol. Oswald Cobblepot all’inizio è un generico ladro e poi il membro di una delle più antiche e prominenti famiglie di Gotham. E non si potrebbe parlare di retcon senza menzionare Jason Todd, che però non compare né comparirà nella serie televisiva, quindi lasciamolo da parte.

Il secondo rischio degli adattamenti è che i fan del materiale originario avranno qualcosa da ridire. Anzi, non è neanche un rischio, è una certezza. Se poi si considera che i lettori di fumetti tendono a essere iperprotettivi nei confronti dei loro personaggi e della loro amata continuity – fino a raggiungere il livello di bambini frignoni, in realtà – adattare Batman senza Batman si prospetta una missione tutt’altro che semplice. C’è gente che si lamenterà perché l’incarnazione televisiva di Selina Kyle è più vecchia di Bruce Wayne. O che la detective Montoya era una novellina durante le prime apparizioni di Batman e che qui invece è già una navigata detective della major crimes division. O che le perle della collana di Martha Wayne erano 32 e non 30 come chiaramente mostra la serie televisiva. Insomma, tragedie.

Lo spirito è un bel chissenefrega, siamo un universo a sé stante e facciamo come ci pare. E così è. Non fosse per tre o quattro storture.

Il fatto è che il pilot di Gotham assomiglia a un buffet di personaggi della Batman Family. Solo nel primo episodio vediamo, oltre a Gordon e Bullock, che sono il focus della serie per cui ci sta, Bruce Wayne, Oswald Cobblepot, Edward Nygma, Selina Kyle, e una bambina che, stando a quanto annunciato, dovrebbe essere Pamela Isley (non si chiama Pamela Isley ma la sua casa è piena di piante per cui è senz’altro lei). Edward Nygma compare per dare un’informazione a Gordon e Bullock e fare un sorriso creepy. E gli va anche di lusso, perché Selina Kyle non ha una sola linea di dialogo e le parti in cui compare potrebbero benissimo essere tagliate senza che nulla di valore sia perduto.

Il risultato è che il pilot appare inutilmente affollato. Capisco che tutto ciò è stato fatto per dare allo spettatore un assaggino di quello che c’è da aspettarsi nel corso della stagione, un buffet per l’appunto, ma il risultato finale è un po’ troppo caotico. E con tutto il materiale pubblicitario che è stato fatto girare, introdurre certi personaggi “classici” anche in un secondo tempo sarebbe stato perfettamente fattibile.

Ciò non toglie che ci sono molti altri aspetti di Gotham – la maggioranza, in verità – che mi sono piaciuti e parecchio. Apprezzo, ad esempio, che la serie non si sia sottratta dal mostrare, seppur velatamente, una Gotham simile a quella di Frank Miller in Year One, ossia una città di poliziotti dal grilletto facile dove prima si spara e poi si grida “Fermo, polizia!”. E mi è piaciuta l’atmosfera generale della città, che ha molta più personalità della Gotham di Christoper Nolan – anche se meno della goticissima Gotham di Tim Burton.

Gli attori sono, a mio avviso, un altro punto forte della serie. Garantito che non c’è nessuna performance “da Oscar”, il livello è più che buono. Il Bruce Wayne di David Mazouz dà le paste a Christian Bale, George Clooney e Val Kilmer, e il tipo ha solo tredici anni, per dire.

Ma, come accade anche per il fumetto, i veri gioielli sono i cattivi, qui nelle persone di Oswald Cobblepot, Fish Mooney e Carmine Falcone. Carmine Falcone è il tuo boss mafioso italoamericano di fiducia, solo che qui è interpretato da John Dolman di The Wire, che fa proprio un bel lavoro.

Per Jada Pinkett Smith e Robin Lord Taylor, che vestono rispettivamente i panni di Fish Mooney e Oswald Cobblepot, ho un solo aggettivo: ME-RA-VI-GLIO-SI. Si tra tutti e due fanno a gara di overacting che nemmeno Daenerys Targaryen quando parla valyriano in Game of Thrones, ma è uno spettacolo decisamente da guardare. Entrambi sono esagerati e caricaturali, ma non abbastanza da risultare ridicoli.

Del canto suo, Ben McKenzie è un po’ messo in ombra dai suoi coprimari, non per mancanze sue, ma perché tra Bullock, Cobblepot, Fish Mooney e il macellaio gigante stile Max Max vs. Silent Hill c’è sempre qualcuno a rubargli la scena. Il problema è che Gotham non è una serie corale, Jim Gordon dovrebbe esserne il protagonista, e dice tanto che di lui mi sia rimasta impressa solo la scena in cui è in canotta bianca – e solo perché mi rifiuto di credere che non sia un rimando a Ryan di OC.

In buona sostanza Gotham è il tipo di serie che, fosse uscita quest’estate, vi avrei consigliato senza se e senza ma nella rubrichetta finita a schifio. È un programma che si guarda con piacere, con la giusta atmosfera a metà tra il dark e il divertente – di sicuro meglio del tono che sembra essere stato scelto per l’universo cinematografico democristiano, quella porcheria di Man of Steel in testa – e che, sì, mette un po’ troppa carne al fuoco però nello stesso tempo promette bene.

Per il paragone con Arrow c’è tempo, anche se finora Gotham mi sembra sia partita meglio. Certo, non ci vuole molto a essere meglio di Arrow. Basta non riempire ogni puntata di fottuti flashback dell’isola che mando sempre avanti veloce perché chissenefrega.

Se avessi una lista di desideri per Gotham sarebbe, lo confesso, molto breve. Composta solo di un nome e di una storyline, che vanno pure a braccetto tra loro.

Il nome è Sofia Falcone Gigante, figlia del boss Falcone, e la storyline è Ia singola migliore storyline di Batman ever, ossia Il lungo Halloween. Ora, se Sofia Falcone Gigante è praticamente certo farà almeno una comparsata, del resto suo padre è il main villain della serie, per Il lungo Halloween è un po’ più difficile. Non solo perché è l’origin story di Due Facce, ma anche e soprattutto perché è una storia di e con Batman. E Batman in Gotham non c’è. I fumettari piangeranno lacrime di sdegno, eppure secondo me le possibilità di riadattarla omettendo il cavaliere oscuro (no, non Silvio, Batman) ci sono.

Quindi, per tirare le somme, a me Gotham è piaciuto. La mia conoscenza entry level di Batman, i film e qualche fumetto, mi ha dato una mano a capire chi è cosa, ma suppongo di essermi perso centordici easter egg qua e là. Ma magari è il livello di conoscenza ideale, chissà. Settimana prossima vedremo come andrà con l’episodio due, in cui Selina Kyle parlerà e… MOAR COBBLEPOT!

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Recensione – “Morning Glories: For a Better Future (Morning Glories #1)” di Nick Spencer

Dunque, nell’ultimo post che ho scritto, centordici giorni fa, avevo più o meno spiegato perché le recensioni si sono prese questo bel periodo di latitanza dal blog. Il fatto è che negli ultimi mesi, per motivi sia personali che, per certi versi, professionali, ho messo da parte la lettura di libri per concetrarmi quasi esclusivamente sui fumetti, genere con cui, se si eccettuano The Walking Dead, La Torre Nera e alcune storyline particolarmente famose di Batman, non mi trovavo a essere particolarmente famigliare.

Ehi, ma ora ho recuperato. DC e Marvel, per lo più (ho dato un’occasione anche a Tex, ma il duro del selvaggio west che dice “corvaccio vestito a festa” non fa decisamente per me). Alcune cose notevoli, ma la maggior parte sul mediocre, a essere sincero.

Poi c’è la gemma che ha la mia completa e totale ammirazione, e allora ho pensato, anche se i miei lettori hanno letto recensioni di libri, alcuni dei quali scritti da Terry Goodkind, per quattro anni (tre anni e undici mesi in realtà, il quarto compleanno è il 10 ottobre prossimo, per l’occasione festa di piazza con salamelle e cover band di Orietta Berti), di sicuro possono gestire una recensione di un buon fumetto.

Perché è questo ciò che è For a Better Future, il primo trade paperback di Morning Glories, serie di Nick Spencer per Image Comics.

Che cosa succede

Cominciamo con il rispondere a quella che so di per certo sarà una domanda che vi state già facendo. Io For a Better Future l’ho letto in inglese. Perché ormai preferisco così (e perché si risparmia). Voi però, se non masticate l’anglosassone, potete procurarvelo anche nella lingua di Dante, Manzoni e Fabio Volo, perché la serie è distribuita in Italia da Panini Comics.

Ok, ora che ci siamo levati la questione dell’edizione italiana dalle balle, di che cos’è che parla Morning Glories.

Morning Glories è la storia di sei studenti sedicenni (hehe, allitterazione) che frequentano l’esclusiva Morning Glory Academy. Non fosse che la Morning Glory Academy è ben diversa dal tipicolo liceo americano per ragazzi benestanti. Dovreste aver presente Hogwarts, in cui gli studenti possono essere attaccati da un troll, trasformati in animali, usati come esche viventi in competizioni sportive infra-accademiche di dubbia legalità, o perfino stuprati dai centauri. Ecco, la Morning Glory Academy è perfino peggio. Nel senso che fin dalle prime pagine del libro vediamo una studentessa impiegare un sofisticato sistema esplosivo, ed è solo una distrazione per coprire la fuga di qualcun altro.

E con l’arrivo dei nostri sei protagonisti, Casey la bionda, Ike il fighetto, Zoe la promiscua, Hunter il bravo ragazzo un po’ sfigatello, Jade la teenager depressa special snowflake, e Jun il… beh, il giappo, la cappa di mistero che circonda la Morning Glory Academy non fa che farsi più asfissiante. Uno dopo l’altro, i sei nuovi arrivati sono testimoni di situazioni sconcertanti e misteri impossibili, e quando uno di loro viene rapito, i ragazzi capiscono che, se vogliono sopravvivere alla scuola, è il caso che facciano fronte comune contro Miss Daramount e il resto del personale docente, incluso il misterioso Headmaster.

Che cosa ne penso

Come anticipato all’inizio, Morning Glories mi è decisamente piaciuto. È un po’ una versione di Lost a fumetti, se Lost fosse ambientato in una scuola per adolescenti. Fin dalle prime pagine, Morning Glories impila mistero su mistero, presentando al lettore una galleria di eventi bizzarri e, all’occorrenza, raccapriccianti. Basta poco a capire che i sei protagonisti non si sono ritrovati alla Morning Glory Academy per un caso, ma che sono accumunati da qualcosa di ben preciso. Eppure, come è giusto che sia in una serie in stato embrionale (allo stato attuale, Morning Glories conta quaranta volumi, il qui presente For a Better Future è una raccolta dei primi sei) le domande sono ben più delle risposte e, anzi, ogni volta che sembra di trovare una risposta a qualcuna di esse, in realtà non si fanno che generare nuovi interrogativi. Spero solo che non faccia la fine di Lost (LINDELOOOOOOOF!!!).

Ho apprezzato parecchio, e l’ho trovato estremamente interessante e divertente, il modo in cui i ragazzi sono costretti a giocare d’astuzia contro il corpo insegnanti.

I personaggi, al di là della banale descrizione che ne ho fatto poc’anzi, che è generica apposta per evitarvi spoiler, hanno tutti una loro distinta personaltà, e in poche pagine riescono a far sentire la propria voce. Casey e Hunter sembrano avere un ruolo di primo piano, ma in realtà ciascuno dei sei albi qui raccolti punta l’occhio su uno dei ragazzi in particolare.

Ecco, l’unica cosa di negativo (più o meno) che posso dire di Morning Glories è che i disegni di Joe Eisma sono piuttosto sciapi, se comparati al resto, che per me è eccezionale. Non è che siano male, mostrano quello che devono mostrare e sono complementari al testo, il loro lavoro lo fanno. È solo che sono poco ricercati, e fanno apparire il tutto, sebbene solo a una prima, distratta occhiata, più dozzinale di quanto non sia.

In conclusione

Questa è una prima volta per il qui presente blog, per cui tenetevi forte, sto per consigliarvi l’acquisto di un fumetto, una forma letteraria con la quale un intellettuale di pregio come me non dovrebbe MAI E POI MAI venire associato. Tant’è vero che una volta recuperato tutto l’Ultimate Universe della Marvel dovrò andare a purificarmi rileggendo per l’ennesima volta un capolavoro di vera e superiore letteratura quale Infinite Jest e sorbendo copiosa tisana al bergamotto, giusto per levarmi quello sgradevole retrogusto di letteratura popolare dalla bocca. Ew.

Ma va anche detto che Morning Glories è una figata pazzesca. Figata pazzesca è un termine tecnico che usiamo noi recensori.

La storia è un mistero dopo l’altro, e intendo misteri veri, non quelle cose che si leggono in Batman, Mr. Wold’s Greatest Detective di ‘sta cippa. Di carne al fuoco ce n’è veramente tanta e le intere 190 pagine di For a Better Future si leggono tutte d’un fiato e alla fine se ne desidera di più. Attualmente sono tra le pagine del secondo trade paperback, All Will Be Free, e devo dire che la qualità è ancora eccellente.

Certo, l’unica nota sottotono è l’arte che, se rapportata alla narrativa appare leggermente inadeguata, ma si tratta più di uno spaccare il capello in quattro da parte mia che di un vero e proprio problema.

Ebbene sì, Morning Glories: For a Better Future si ciccia cinque stelline, perché la serie parte davvero bene e mi aspetto, anzi esigo, che il resto mantenga la medesima qualità.

Voto finale

1

Un aggiornamento

Salve, gente. Dato che alcuni di voi si erano recentemente interessati alla mia sparizione, lasciate che vi rincuori. No, il qui presente blog non è stato abbandonato. Semplicemente, non ho scritto niente perché non ho niente da scrivere.

Ok, il post su Jodorowsky’s Dune non l’ho scritto perché ho il culo di piombo.

Il fatto è che mi sto dedicando al momento a un altro progetto che sta sottraendo tempo agli altri miei interessi abituali, blog in testa. Dato che questo blog non ha mai avuto una scaletta settimanale di post prefissati (né mai ce l’avrà, perché il giorno che mi ritroverò a scrivere un post perché devo e non perché voglio è il giorno che chiudo la baracca), mi sono ritrovato nella fastidiosa situazione di non aver nulla di interessante da dire.

In ogni caso, conto di ritornare in carreggiata a settembre, anche se non immediatamente con le recensioni di romanzi fantasy che ci piacciono tanto. Il che un po’ mi rode perché devo (ancora) finire il romanzo della Bujold che è un bel romanzo che pochi conoscono, e un po’ di pubblicità se la meriterebbe.

Visto? Ora mi sento in colpa.

Per ora, comunque, ci aggiorniamo a settembre. Che poi sarebbe domani.

(No, non aspettatevi un post pure domani.)

(E, sul serio, guardatevi Jorodowsky’s Dune, che ne vale la pena.)

12

Due cose su Kindle Unlimited

Avete mai acquistato una rivista tramite Amazon? Io sì, Fantasy & Science Fiction, la versione in lingua inglese, non quella “cosa” che esce anche in Italia.

Ecco, le riviste su Amazon non le acquisti veramente. Paghi l’abbonamento e poi rimangono nel tuo dispositivo Kindle per un mese. Il mese successivo la vecchia copia scompare e al suo posto compare quella nuova. Che tu abbia finito di leggerla o meno. Che tu voglia rileggerla o meno.

È un po’ come quando sei a tavola, stai finendo di cenare, e mentre ancora stai tagliando la bistecca tua madre già ha cominciato a sparecchiare intorno a te e mettere i piatti nel lavandino.

C’era un racconto che mi piaceva, nel numero di Fantasy & Science Fiction che avevo acquistato. L’autore era David Gerrold (quello di The Trouble with Tribbles), ma il titolo non me lo ricordo. E non me lo ricordo perché allo scadere del mese il numero di F&SF su cui la storia era pubblicata è scomparso dalla mia libreria digitale.

Ecco, è lo stesso motivo per cui, per ora, mi riservo il diritto di essere diffidente nei confronti del servizio Kindle Unlimited di Amazon, quello che, pagando un abbonamento di 9,99€ al mese, ti consente di leggere tutti gli ebook che vuoi.

Da una parte è indubbiamente un buon servizio per lettori forti – anche se bisogna vedere quali e quanti ebook rientrano nella libreria del servizio, per adesso pare che siano pochi, motivo per cui non mi pare il caso essere tra gli early adopters.

D’altro canto, però, è un’ennesima svalutazione del libro, che tuttavia sembra i lettori siano disposti ad accettare di buon grado. Nel senso, già Amazon, quando compri un ebook, non ti dà il file per il quale hai pagato, ma solo il permesso di leggerlo e immagazzinarlo su uno specifico dispositivo proprietario, ora vuole anche prestarteli a tempo determinato. Non so se l’idea mi piace.

Come non mi va molto a genio l’idea che il pagamento per l’autore scatti dopo che il cliente ha letto il 10% del libro. Sì, il primo dieci percento circa di un qualsiasi romanzo, novelletta o racconto è sempre stato cruciale, perché serve ad agganciare il lettore. Però Amazon i soldi se li prende comunque, non vedo perché l’autore no, sinceramente.

Per cui, come lettore il servizio Kindle Unlimited non mi interessa granché, perché trovo odioso il fatto di dover comprare un libro e poi non poterlo leggere quando cazzo pare a me, con i miei ritmi. Come scrittore tendenzialmente sospenderei il giudizio, ma ‘sta cosa del pagamento che scatta una volta letto il 10% mi pare una gabola per fregare l’autore.

Poi, vabbè, io ero uno di quelli che è stato per anni diffidente nei confronti degli ebook e ora che sono passato al digitale con il mio amato tablet non riesco neanche più a leggere i libri cartacei perché li trovo di una scomodità inenarrabile, per cui non sono esattamente Capitan Coerenza. Prendete ciò che dico con le pinze, come sempre.

Sta di fatto, però, che ora come ora essere eccitati per Kindle Unlimited mi sembra come essere eccitati per i Flipbak Mondadori*.

Andate in pace.

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* Pregate che al Berlu non venga mai sul serio in mente di fare di Marina il suo successore, perché metti caso che vince le elezioni e tratta l’Italia come ha trattato la Mondadori, siamo ancora più spacciati del solito.

4

Il tappezziere e l’uomo alla porta

Un giorno ti piacciono gli horror, quelli con i mostri Universal, gli zombie e altre creature soprannaturali. Poi maturi quel tanto che basta. I mostri Universal, gli zombie e altre creature soprannaturali ti piacciono ancora, ma a essi vanno ad affiancarsi anche altri orrori.

Morte, solitudine, incertezza, alienazione. Non hanno le zanne di un vampiro o l’incedere lento e inesorabile di uno zombie, ma fanno indubbiamente paura.

I due racconti brevi di cui voglio parlare in questo post sono storie dell’orrore in cui tutta via il soprannaturale non fa la benché minima comparsa. Per utilizzare una definizione comune ma di cui personalmente non sono fan, sono due storie di orrore quotidiano.

Joyce Carol Oates è una delle più famose e prolifiche scrittrici statunitensi. Ha vinto o è stata nominata ai maggiori premi letterari, dal Pulitzer al National Book Award, ma ha anche scritto e pubblicato con successo storie horror e fantasy.

Dove stai andando, dove sei stata? (in originale Where are you going, where have you been? titolo ispirato al testo di una canzone di Bob Dylan) è forse il racconto più famoso della Oates. Scritto nel 1966, è ispirato al serial killer Charles Schmidt, di cui la Oates era venuta a conoscenza tramite un articolo di giornale.

Dove stai andando, dove sei stata? è la storia di Connie, una quindicenne disinibita ai ferri corti con la madre. Una sera, mentre è di nascosto fuori a cena con un ragazzo, Connie nota un altro ragazzo al volante di una decappottabile dorata. Anche il ragazzo della decappottabile dorata si accorge di lei, e le rivolge un commento vagamente allusivo.

I problemi cominciano quando, una domenica d’estate, i genitori di Connie la lasciano da sola a casa, e il ragazzo della decappottabile dorata fa il suo ritorno. Questa volta, però, non si limita a fare commenti su Connie, ma vuole direttamente che lei esca di casa e venga a fare un giro in auto con lui e il suo amico Ellie.

Da quel momento in poi, il tono e l’atmosfera della storia subiscono un brusco cambiamento. L’alone ribelle che circondava Connie sparisce e a esso subentra un senso di ineluttabile pericolo. Il ragazzo della decappottabile dorata è una minaccia, e Connie lo percepisce con assoluta chiarezza. Eppure non ne ha la certezza, dopotutto le sta solo chiedendo di venire a fare un giro in auto con lui, una cosa che Connie lo spirito libero avrà senz’altro già fatto più di una volta.

L’abilità di Joyce Carol Oates, e la ragione per cui questo racconto breve è così famoso, è proprio quella di saper infondere nel lettore un senso di minaccia incombente e soffocante utilizzando soltanto il dialogo e il punto di vista limitato di Connie. E si tratta di una storia dell’orrore anche se di orrore vero e proprio (ossia soprannaturale) non ve ne è affatto.

Vale, in Dove stai andando, dove sei stata?, la famosissima “legge” di Lovecraft, per il quale “la paura più grande è quella dell’ignoto” (l’incipit di L’orrore soprannaturale nella letteratura, per intenderci). Solo che qui l’ignoto non è cosmico, come nelle storie di HPL, ma relativo al futuro del protagonista e unico punto di vista della storia.

Dove stai andando, dove sei stata? ha svariate interpretazioni, alcune sono riletture femministe o anti-femministe della storia di Connie, altre la inquadrano come una spietata critica dell’America degli anni Sessanta. Ma, al di là di tutti i significati reconditi in mutua contraddizione che è possibile appiccicarci, il racconto di Joyce Carol Oates resta pur sempre (e soprattutto) una storia dell’orrore.

Meno famoso della Oates è William Gay, esponente di quel Southern Gothic di William Faulkner, Truman Capote, Harper Lee, Cormac McCarthy e, soprattutto, Flannery O’Connor, e autore di The Paperhanger. Scrittore sin dall’età di quindici anni, ma la cui prima pubblicazione risale al 1998, William Gay è stato autore di tre romanzi e due raccolte di racconti. The Paperhanger è contenuto in una di queste, I Hate to See That Evening Sun Go Down.

La storia di The Paperhanger ruota intorno alla sparizione di una bambina e sulle conseguenze che l’evento ha sul matrimonio e poi sulle vite stesse dei suoi genitori, un dottore pachistano e sua moglie. Ma è anche la storia di un miracolo messo in scena dal tappezziere da cui il racconto prende il titolo, che era presente in casa del medico pachistano il giorno della scomparsa della bambina.

La prosa di William Gay è raffinata senza essere opulenta e, a differenza della Oates, il tono generale di The Paperhanger è più improntato al macabro e al cinico che non all’angosciante. Ma si tratta soltanto di un altro modo per suscitare orrore descrivendo un evento che potrebbe accadere nella vita quotidiana di un qualsiasi genitore.

La differenza tra, ad esempio, un’apocalisse zombie e quanto descritto in The Paperhanger non sta nell’imprevedibilità dell’evento, né nel gusto del macabro che entrambi gli scenari evocano, bensì nella totale realtà (o, per lo meno, verosimiglianza) dello scenario del racconto di William Gay. Del resto, chiedete a un genitore se teme di più un’apocalisse zombie o la scomparsa del proprio figlio.

In tutto questo, che cosa si può imparare, dal punto di vista dello scrittore più che del lettore, da questa accoppiata di racconti?

Prima di tutto, che non è così difficile inquadrare uno scritto in un genere. Where Are You Going, Where Have You Been? e The Paperhanger sono indubbiamente racconti dell’orrore, eppure sfuggono a una rigida classificazione di genere. In nessuno di essi è presente un elemento soprannaturale che è un po’ la condizione sine qua non dell’horror. Ma non sono neanche thriller, al di là dell’innegabile suspense che li caratterizza entrambi. In un racconto c’è una ragazza che parla con un uomo alla porta (uomo che potrebbe o meno essere una seria minaccia), nell’altro c’è una donna che chiede un miracolo per ritrovare la figlia scomparsa. Non ci sono gli elementi canonici del thriller. E l’assenza di una facile inquadratura di genere, invece di rendere il racconto più appetibile, paradossalmente lo azzoppa. È literary fiction? È horror? È thriller? Ma, soprattutto, in quale categoria lo carico sul Kindle Store? (D’accordo, questo è più un problema mio che di Oates e Gay, ma capite l’antifona.)

C’è da immagazzinare anche una magistrale lezione di stile, perché sia Joyce Carol Oates sia William Gay hanno una magistrale padronanza della parola scritta, seppure in modi diversi da loro. Non è facile generare nel lettore il senso di ansia e incombenza proprio della suspense, eppure entrambi ci riescono egregiamente, nello spazio confinato di un racconto breve per di più.

Ma la lezione più importante che si può portare a casa è che l’orrore non deve essere necessariamente demoni, zombie e vampiri. In other news, il cielo è blu e ad andare sui mezzi pubblici ad agosto c’è puzza di ascelle commosse. Ma questo non significa che demoni, zombie e vampiri abbiano minore dignità letteraria rispetto agli orrori quotidiani di Oates e Gay. Tutt’altro.

Quando ho scritto La visitatrice, ero reduce dalla lettura di La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum, quella sì una barbarica storia dell’orrore non soprannaturale (e, ancora peggio, basata su un evento realmente accaduto), ed era la prima volta che scrivevo un racconto che voleva essere horror ma in cui mancava un marcato elemento soprannaturale. Poi sono un po’ tornato sui miei passi e ho aggiunto qualche ombra di non-del-tutto-soprannaturale-ma-decisamente-non-del-tutto-naturale nel finale. E vabbè, ero giovane e inesperto. Sta di fatto che, sempre secondo me (quindi prendetela con le pinze), La visitatrice è ancora il racconto migliore che ho scritto. Proprio perché è un racconto in cui l’orrore si trova nella plausibilità (oddio…) della storia più che nell’ignoto del soprannaturale.

Si tratta di un tipo di horror pretenzioso, perché avvicina il genere alla literary fiction e quindi alla letteratura “seria”? No, direi proprio di no. È soltanto un’altra faccia della stessa medaglia. Anzi, quanti racconti di zombie in cui il morto vivente è utilizzato per rappresentare la deriva morale della società contemporanea, quanti “è l’uomo o la creatura a essere il vero mostro?”, quanti vampiri metafora della sessualità sono stati scritti (e vengono scritti anche mentre state leggendo questo post, cosa ancora più tragica: da autori che magari non hanno idea dell’assoluta banalità di ciò che stanno scrivendo)? E non è forse più pretenzioso servirsi di un mostro Universal per fare da cassa di risonanza a una morale preconfezionata, che non raccontare storie che toccano tangenzialmente la literary fiction, ma sono oneste e fanno del loro meglio per scavare negli abissi dell’animo umano?

Ma, siriusli, certi racconti sono un casino da inserire nelle categorie di Amazon. Mi lamenterei col mio rappresentante sindacale, se ne avessi uno.