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Gotham senza Batman, Gordon senza baffi

Quest’estate avevo scritto un post su The 100 preannunciando che sarebbe stato solo il primo di una serie su i telefilm da guardare nel corso della stagione. Nel post indicavo anche di quale serie avrebbero parlato i potenziali episodi successivi. Poi niente. Non perché sono la persona più pigra del settore 2814 (e lo sono), ma perché, una dopo l’altra, le serie televisive che avevo programmato di guardare quest’estate si sono rivelate, ad andar bene, un sonoro meh e, nella maggioranza dei casi, una vera e propria schifezza.

The Leftovers, una schifezza prugnosa che non vale la pena guardare. The Last Ship, military porn con la Sandra Bullock dei poveri. Extant, carino ma poi mi è passata la voglia. The Strain, idem. Perfino Penny Dreadful, del quale ho visto per intero la prima stagione, è partito alla grande per poi finire in un eh, whatever.

Rendetevi conto, quest’estate mi sono ritrovato a recuperare Arrow (del quale sparlerò più sotto) e Orange Is the New Black (che pensavo fosse Tumblr: La Serie, e in parte lo è stato, ma alla fin della fiera è una gran bella serie, tanto di cappello a Netflix). E grazie a Cthulhu per Tyrant e Project Runway, almeno due cose con cui occupare le serate le ho avute.

Ma ora è settembre e la nuova stagione è cominciata. Ritornano i telefilmini bellini bellini. The Good Wife, Modern Family, The Middle… err… beh, per ora solo loro tre perché il resto comincia più tardi. Ma ci sono anche altri nuovi show, tra i quali una tonnellata di capeshit.

Supereroi – o derivati – provenienti un po’ da tutte le parti. Se la Marvel affiancherà Agent Carter ad Agents of S.H.I.E.L.D., oltre a un buon numero di serie Netfilx (Daredevil, Luke Cage, Jessica Jones, Iron Fist – alcune delle quali di dubbio interesse, a dire il vero, ma staremo a vedere) previste per il 2015, la DC oltre al già avviato Arrow, schiera Flash, Constantine e Gotham.

E proprio di Gotham parliamo qui oggi.

Gotham parla di una città, Gotham City, prima che un noto vigilante mascherato facesse la sua comparsa per combattere il crimine dilagante.

È l’omicidio di Thomas e Martha Wayne a dare il via all’azione, con Jim Gordon, qui non ancora commissario baffuto ma semplice detective dal sopralabbro glabro, che promette al giovane Bruce Wayne che troverà l’assassino dei suoi genitori e farà giustizia. Una promessa che, Gordon scoprirà ben presto, non è poi così semplice da mantenere, perché, mano a mano che le indagini vanno avanti, l’omicidio dei coniugi Wayne sembra sempre meno una rapina finita male e assume sempre più i connotati di qualcosa di losco, le cui radici sono ben piantate nei giochi di potere della criminalità gothamita.

Ora, quando si produce una serie televisiva da un materiale originario tanto amato quanto ben impresso nella coscienza collettiva come Batman, bisogna procedere con i piedi di piombo. Specialmente quando la serie in questione è Batman ma senza Batman. E l’adattamento della Fox, sotto questo aspetto, è un successo solo a metà.

Lasciamo per un attimo perdere il canone. Per due motivi. Il primo è che Batman è nato nel 1939 e che ogni singolo aspetto della sua vita ha subito trecentosessanta retconnessioni. Joe Chill, l’uomo responsabile dell’omicidio dei Wayne, un giorno è un sicario, il giorno dopo è un miniboss locale, e il giorno dopo ancora è semplicemente uno che voleva rubare le perle di Martha Wayne per comprarsi l’alcol. Oswald Cobblepot all’inizio è un generico ladro e poi il membro di una delle più antiche e prominenti famiglie di Gotham. E non si potrebbe parlare di retcon senza menzionare Jason Todd, che però non compare né comparirà nella serie televisiva, quindi lasciamolo da parte.

Il secondo rischio degli adattamenti è che i fan del materiale originario avranno qualcosa da ridire. Anzi, non è neanche un rischio, è una certezza. Se poi si considera che i lettori di fumetti tendono a essere iperprotettivi nei confronti dei loro personaggi e della loro amata continuity – fino a raggiungere il livello di bambini frignoni, in realtà – adattare Batman senza Batman si prospetta una missione tutt’altro che semplice. C’è gente che si lamenterà perché l’incarnazione televisiva di Selina Kyle è più vecchia di Bruce Wayne. O che la detective Montoya era una novellina durante le prime apparizioni di Batman e che qui invece è già una navigata detective della major crimes division. O che le perle della collana di Martha Wayne erano 32 e non 30 come chiaramente mostra la serie televisiva. Insomma, tragedie.

Lo spirito è un bel chissenefrega, siamo un universo a sé stante e facciamo come ci pare. E così è. Non fosse per tre o quattro storture.

Il fatto è che il pilot di Gotham assomiglia a un buffet di personaggi della Batman Family. Solo nel primo episodio vediamo, oltre a Gordon e Bullock, che sono il focus della serie per cui ci sta, Bruce Wayne, Oswald Cobblepot, Edward Nygma, Selina Kyle, e una bambina che, stando a quanto annunciato, dovrebbe essere Pamela Isley (non si chiama Pamela Isley ma la sua casa è piena di piante per cui è senz’altro lei). Edward Nygma compare per dare un’informazione a Gordon e Bullock e fare un sorriso creepy. E gli va anche di lusso, perché Selina Kyle non ha una sola linea di dialogo e le parti in cui compare potrebbero benissimo essere tagliate senza che nulla di valore sia perduto.

Il risultato è che il pilot appare inutilmente affollato. Capisco che tutto ciò è stato fatto per dare allo spettatore un assaggino di quello che c’è da aspettarsi nel corso della stagione, un buffet per l’appunto, ma il risultato finale è un po’ troppo caotico. E con tutto il materiale pubblicitario che è stato fatto girare, introdurre certi personaggi “classici” anche in un secondo tempo sarebbe stato perfettamente fattibile.

Ciò non toglie che ci sono molti altri aspetti di Gotham – la maggioranza, in verità – che mi sono piaciuti e parecchio. Apprezzo, ad esempio, che la serie non si sia sottratta dal mostrare, seppur velatamente, una Gotham simile a quella di Frank Miller in Year One, ossia una città di poliziotti dal grilletto facile dove prima si spara e poi si grida “Fermo, polizia!”. E mi è piaciuta l’atmosfera generale della città, che ha molta più personalità della Gotham di Christoper Nolan – anche se meno della goticissima Gotham di Tim Burton.

Gli attori sono, a mio avviso, un altro punto forte della serie. Garantito che non c’è nessuna performance “da Oscar”, il livello è più che buono. Il Bruce Wayne di David Mazouz dà le paste a Christian Bale, George Clooney e Val Kilmer, e il tipo ha solo tredici anni, per dire.

Ma, come accade anche per il fumetto, i veri gioielli sono i cattivi, qui nelle persone di Oswald Cobblepot, Fish Mooney e Carmine Falcone. Carmine Falcone è il tuo boss mafioso italoamericano di fiducia, solo che qui è interpretato da John Dolman di The Wire, che fa proprio un bel lavoro.

Per Jada Pinkett Smith e Robin Lord Taylor, che vestono rispettivamente i panni di Fish Mooney e Oswald Cobblepot, ho un solo aggettivo: ME-RA-VI-GLIO-SI. Si tra tutti e due fanno a gara di overacting che nemmeno Daenerys Targaryen quando parla valyriano in Game of Thrones, ma è uno spettacolo decisamente da guardare. Entrambi sono esagerati e caricaturali, ma non abbastanza da risultare ridicoli.

Del canto suo, Ben McKenzie è un po’ messo in ombra dai suoi coprimari, non per mancanze sue, ma perché tra Bullock, Cobblepot, Fish Mooney e il macellaio gigante stile Max Max vs. Silent Hill c’è sempre qualcuno a rubargli la scena. Il problema è che Gotham non è una serie corale, Jim Gordon dovrebbe esserne il protagonista, e dice tanto che di lui mi sia rimasta impressa solo la scena in cui è in canotta bianca – e solo perché mi rifiuto di credere che non sia un rimando a Ryan di OC.

In buona sostanza Gotham è il tipo di serie che, fosse uscita quest’estate, vi avrei consigliato senza se e senza ma nella rubrichetta finita a schifio. È un programma che si guarda con piacere, con la giusta atmosfera a metà tra il dark e il divertente – di sicuro meglio del tono che sembra essere stato scelto per l’universo cinematografico democristiano, quella porcheria di Man of Steel in testa – e che, sì, mette un po’ troppa carne al fuoco però nello stesso tempo promette bene.

Per il paragone con Arrow c’è tempo, anche se finora Gotham mi sembra sia partita meglio. Certo, non ci vuole molto a essere meglio di Arrow. Basta non riempire ogni puntata di fottuti flashback dell’isola che mando sempre avanti veloce perché chissenefrega.

Se avessi una lista di desideri per Gotham sarebbe, lo confesso, molto breve. Composta solo di un nome e di una storyline, che vanno pure a braccetto tra loro.

Il nome è Sofia Falcone Gigante, figlia del boss Falcone, e la storyline è Ia singola migliore storyline di Batman ever, ossia Il lungo Halloween. Ora, se Sofia Falcone Gigante è praticamente certo farà almeno una comparsata, del resto suo padre è il main villain della serie, per Il lungo Halloween è un po’ più difficile. Non solo perché è l’origin story di Due Facce, ma anche e soprattutto perché è una storia di e con Batman. E Batman in Gotham non c’è. I fumettari piangeranno lacrime di sdegno, eppure secondo me le possibilità di riadattarla omettendo il cavaliere oscuro (no, non Silvio, Batman) ci sono.

Quindi, per tirare le somme, a me Gotham è piaciuto. La mia conoscenza entry level di Batman, i film e qualche fumetto, mi ha dato una mano a capire chi è cosa, ma suppongo di essermi perso centordici easter egg qua e là. Ma magari è il livello di conoscenza ideale, chissà. Settimana prossima vedremo come andrà con l’episodio due, in cui Selina Kyle parlerà e… MOAR COBBLEPOT!

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Recensione – “Morning Glories: For a Better Future (Morning Glories #1)” di Nick Spencer

Dunque, nell’ultimo post che ho scritto, centordici giorni fa, avevo più o meno spiegato perché le recensioni si sono prese questo bel periodo di latitanza dal blog. Il fatto è che negli ultimi mesi, per motivi sia personali che, per certi versi, professionali, ho messo da parte la lettura di libri per concetrarmi quasi esclusivamente sui fumetti, genere con cui, se si eccettuano The Walking Dead, La Torre Nera e alcune storyline particolarmente famose di Batman, non mi trovavo a essere particolarmente famigliare.

Ehi, ma ora ho recuperato. DC e Marvel, per lo più (ho dato un’occasione anche a Tex, ma il duro del selvaggio west che dice “corvaccio vestito a festa” non fa decisamente per me). Alcune cose notevoli, ma la maggior parte sul mediocre, a essere sincero.

Poi c’è la gemma che ha la mia completa e totale ammirazione, e allora ho pensato, anche se i miei lettori hanno letto recensioni di libri, alcuni dei quali scritti da Terry Goodkind, per quattro anni (tre anni e undici mesi in realtà, il quarto compleanno è il 10 ottobre prossimo, per l’occasione festa di piazza con salamelle e cover band di Orietta Berti), di sicuro possono gestire una recensione di un buon fumetto.

Perché è questo ciò che è For a Better Future, il primo trade paperback di Morning Glories, serie di Nick Spencer per Image Comics.

Che cosa succede

Cominciamo con il rispondere a quella che so di per certo sarà una domanda che vi state già facendo. Io For a Better Future l’ho letto in inglese. Perché ormai preferisco così (e perché si risparmia). Voi però, se non masticate l’anglosassone, potete procurarvelo anche nella lingua di Dante, Manzoni e Fabio Volo, perché la serie è distribuita in Italia da Panini Comics.

Ok, ora che ci siamo levati la questione dell’edizione italiana dalle balle, di che cos’è che parla Morning Glories.

Morning Glories è la storia di sei studenti sedicenni (hehe, allitterazione) che frequentano l’esclusiva Morning Glory Academy. Non fosse che la Morning Glory Academy è ben diversa dal tipicolo liceo americano per ragazzi benestanti. Dovreste aver presente Hogwarts, in cui gli studenti possono essere attaccati da un troll, trasformati in animali, usati come esche viventi in competizioni sportive infra-accademiche di dubbia legalità, o perfino stuprati dai centauri. Ecco, la Morning Glory Academy è perfino peggio. Nel senso che fin dalle prime pagine del libro vediamo una studentessa impiegare un sofisticato sistema esplosivo, ed è solo una distrazione per coprire la fuga di qualcun altro.

E con l’arrivo dei nostri sei protagonisti, Casey la bionda, Ike il fighetto, Zoe la promiscua, Hunter il bravo ragazzo un po’ sfigatello, Jade la teenager depressa special snowflake, e Jun il… beh, il giappo, la cappa di mistero che circonda la Morning Glory Academy non fa che farsi più asfissiante. Uno dopo l’altro, i sei nuovi arrivati sono testimoni di situazioni sconcertanti e misteri impossibili, e quando uno di loro viene rapito, i ragazzi capiscono che, se vogliono sopravvivere alla scuola, è il caso che facciano fronte comune contro Miss Daramount e il resto del personale docente, incluso il misterioso Headmaster.

Che cosa ne penso

Come anticipato all’inizio, Morning Glories mi è decisamente piaciuto. È un po’ una versione di Lost a fumetti, se Lost fosse ambientato in una scuola per adolescenti. Fin dalle prime pagine, Morning Glories impila mistero su mistero, presentando al lettore una galleria di eventi bizzarri e, all’occorrenza, raccapriccianti. Basta poco a capire che i sei protagonisti non si sono ritrovati alla Morning Glory Academy per un caso, ma che sono accumunati da qualcosa di ben preciso. Eppure, come è giusto che sia in una serie in stato embrionale (allo stato attuale, Morning Glories conta quaranta volumi, il qui presente For a Better Future è una raccolta dei primi sei) le domande sono ben più delle risposte e, anzi, ogni volta che sembra di trovare una risposta a qualcuna di esse, in realtà non si fanno che generare nuovi interrogativi. Spero solo che non faccia la fine di Lost (LINDELOOOOOOOF!!!).

Ho apprezzato parecchio, e l’ho trovato estremamente interessante e divertente, il modo in cui i ragazzi sono costretti a giocare d’astuzia contro il corpo insegnanti.

I personaggi, al di là della banale descrizione che ne ho fatto poc’anzi, che è generica apposta per evitarvi spoiler, hanno tutti una loro distinta personaltà, e in poche pagine riescono a far sentire la propria voce. Casey e Hunter sembrano avere un ruolo di primo piano, ma in realtà ciascuno dei sei albi qui raccolti punta l’occhio su uno dei ragazzi in particolare.

Ecco, l’unica cosa di negativo (più o meno) che posso dire di Morning Glories è che i disegni di Joe Eisma sono piuttosto sciapi, se comparati al resto, che per me è eccezionale. Non è che siano male, mostrano quello che devono mostrare e sono complementari al testo, il loro lavoro lo fanno. È solo che sono poco ricercati, e fanno apparire il tutto, sebbene solo a una prima, distratta occhiata, più dozzinale di quanto non sia.

In conclusione

Questa è una prima volta per il qui presente blog, per cui tenetevi forte, sto per consigliarvi l’acquisto di un fumetto, una forma letteraria con la quale un intellettuale di pregio come me non dovrebbe MAI E POI MAI venire associato. Tant’è vero che una volta recuperato tutto l’Ultimate Universe della Marvel dovrò andare a purificarmi rileggendo per l’ennesima volta un capolavoro di vera e superiore letteratura quale Infinite Jest e sorbendo copiosa tisana al bergamotto, giusto per levarmi quello sgradevole retrogusto di letteratura popolare dalla bocca. Ew.

Ma va anche detto che Morning Glories è una figata pazzesca. Figata pazzesca è un termine tecnico che usiamo noi recensori.

La storia è un mistero dopo l’altro, e intendo misteri veri, non quelle cose che si leggono in Batman, Mr. Wold’s Greatest Detective di ‘sta cippa. Di carne al fuoco ce n’è veramente tanta e le intere 190 pagine di For a Better Future si leggono tutte d’un fiato e alla fine se ne desidera di più. Attualmente sono tra le pagine del secondo trade paperback, All Will Be Free, e devo dire che la qualità è ancora eccellente.

Certo, l’unica nota sottotono è l’arte che, se rapportata alla narrativa appare leggermente inadeguata, ma si tratta più di uno spaccare il capello in quattro da parte mia che di un vero e proprio problema.

Ebbene sì, Morning Glories: For a Better Future si ciccia cinque stelline, perché la serie parte davvero bene e mi aspetto, anzi esigo, che il resto mantenga la medesima qualità.

Voto finale

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Un aggiornamento

Salve, gente. Dato che alcuni di voi si erano recentemente interessati alla mia sparizione, lasciate che vi rincuori. No, il qui presente blog non è stato abbandonato. Semplicemente, non ho scritto niente perché non ho niente da scrivere.

Ok, il post su Jodorowsky’s Dune non l’ho scritto perché ho il culo di piombo.

Il fatto è che mi sto dedicando al momento a un altro progetto che sta sottraendo tempo agli altri miei interessi abituali, blog in testa. Dato che questo blog non ha mai avuto una scaletta settimanale di post prefissati (né mai ce l’avrà, perché il giorno che mi ritroverò a scrivere un post perché devo e non perché voglio è il giorno che chiudo la baracca), mi sono ritrovato nella fastidiosa situazione di non aver nulla di interessante da dire.

In ogni caso, conto di ritornare in carreggiata a settembre, anche se non immediatamente con le recensioni di romanzi fantasy che ci piacciono tanto. Il che un po’ mi rode perché devo (ancora) finire il romanzo della Bujold che è un bel romanzo che pochi conoscono, e un po’ di pubblicità se la meriterebbe.

Visto? Ora mi sento in colpa.

Per ora, comunque, ci aggiorniamo a settembre. Che poi sarebbe domani.

(No, non aspettatevi un post pure domani.)

(E, sul serio, guardatevi Jorodowsky’s Dune, che ne vale la pena.)

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Due cose su Kindle Unlimited

Avete mai acquistato una rivista tramite Amazon? Io sì, Fantasy & Science Fiction, la versione in lingua inglese, non quella “cosa” che esce anche in Italia.

Ecco, le riviste su Amazon non le acquisti veramente. Paghi l’abbonamento e poi rimangono nel tuo dispositivo Kindle per un mese. Il mese successivo la vecchia copia scompare e al suo posto compare quella nuova. Che tu abbia finito di leggerla o meno. Che tu voglia rileggerla o meno.

È un po’ come quando sei a tavola, stai finendo di cenare, e mentre ancora stai tagliando la bistecca tua madre già ha cominciato a sparecchiare intorno a te e mettere i piatti nel lavandino.

C’era un racconto che mi piaceva, nel numero di Fantasy & Science Fiction che avevo acquistato. L’autore era David Gerrold (quello di The Trouble with Tribbles), ma il titolo non me lo ricordo. E non me lo ricordo perché allo scadere del mese il numero di F&SF su cui la storia era pubblicata è scomparso dalla mia libreria digitale.

Ecco, è lo stesso motivo per cui, per ora, mi riservo il diritto di essere diffidente nei confronti del servizio Kindle Unlimited di Amazon, quello che, pagando un abbonamento di 9,99€ al mese, ti consente di leggere tutti gli ebook che vuoi.

Da una parte è indubbiamente un buon servizio per lettori forti – anche se bisogna vedere quali e quanti ebook rientrano nella libreria del servizio, per adesso pare che siano pochi, motivo per cui non mi pare il caso essere tra gli early adopters.

D’altro canto, però, è un’ennesima svalutazione del libro, che tuttavia sembra i lettori siano disposti ad accettare di buon grado. Nel senso, già Amazon, quando compri un ebook, non ti dà il file per il quale hai pagato, ma solo il permesso di leggerlo e immagazzinarlo su uno specifico dispositivo proprietario, ora vuole anche prestarteli a tempo determinato. Non so se l’idea mi piace.

Come non mi va molto a genio l’idea che il pagamento per l’autore scatti dopo che il cliente ha letto il 10% del libro. Sì, il primo dieci percento circa di un qualsiasi romanzo, novelletta o racconto è sempre stato cruciale, perché serve ad agganciare il lettore. Però Amazon i soldi se li prende comunque, non vedo perché l’autore no, sinceramente.

Per cui, come lettore il servizio Kindle Unlimited non mi interessa granché, perché trovo odioso il fatto di dover comprare un libro e poi non poterlo leggere quando cazzo pare a me, con i miei ritmi. Come scrittore tendenzialmente sospenderei il giudizio, ma ‘sta cosa del pagamento che scatta una volta letto il 10% mi pare una gabola per fregare l’autore.

Poi, vabbè, io ero uno di quelli che è stato per anni diffidente nei confronti degli ebook e ora che sono passato al digitale con il mio amato tablet non riesco neanche più a leggere i libri cartacei perché li trovo di una scomodità inenarrabile, per cui non sono esattamente Capitan Coerenza. Prendete ciò che dico con le pinze, come sempre.

Sta di fatto, però, che ora come ora essere eccitati per Kindle Unlimited mi sembra come essere eccitati per i Flipbak Mondadori*.

Andate in pace.

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* Pregate che al Berlu non venga mai sul serio in mente di fare di Marina il suo successore, perché metti caso che vince le elezioni e tratta l’Italia come ha trattato la Mondadori, siamo ancora più spacciati del solito.

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Il tappezziere e l’uomo alla porta

Un giorno ti piacciono gli horror, quelli con i mostri Universal, gli zombie e altre creature soprannaturali. Poi maturi quel tanto che basta. I mostri Universal, gli zombie e altre creature soprannaturali ti piacciono ancora, ma a essi vanno ad affiancarsi anche altri orrori.

Morte, solitudine, incertezza, alienazione. Non hanno le zanne di un vampiro o l’incedere lento e inesorabile di uno zombie, ma fanno indubbiamente paura.

I due racconti brevi di cui voglio parlare in questo post sono storie dell’orrore in cui tutta via il soprannaturale non fa la benché minima comparsa. Per utilizzare una definizione comune ma di cui personalmente non sono fan, sono due storie di orrore quotidiano.

Joyce Carol Oates è una delle più famose e prolifiche scrittrici statunitensi. Ha vinto o è stata nominata ai maggiori premi letterari, dal Pulitzer al National Book Award, ma ha anche scritto e pubblicato con successo storie horror e fantasy.

Dove stai andando, dove sei stata? (in originale Where are you going, where have you been? titolo ispirato al testo di una canzone di Bob Dylan) è forse il racconto più famoso della Oates. Scritto nel 1966, è ispirato al serial killer Charles Schmidt, di cui la Oates era venuta a conoscenza tramite un articolo di giornale.

Dove stai andando, dove sei stata? è la storia di Connie, una quindicenne disinibita ai ferri corti con la madre. Una sera, mentre è di nascosto fuori a cena con un ragazzo, Connie nota un altro ragazzo al volante di una decappottabile dorata. Anche il ragazzo della decappottabile dorata si accorge di lei, e le rivolge un commento vagamente allusivo.

I problemi cominciano quando, una domenica d’estate, i genitori di Connie la lasciano da sola a casa, e il ragazzo della decappottabile dorata fa il suo ritorno. Questa volta, però, non si limita a fare commenti su Connie, ma vuole direttamente che lei esca di casa e venga a fare un giro in auto con lui e il suo amico Ellie.

Da quel momento in poi, il tono e l’atmosfera della storia subiscono un brusco cambiamento. L’alone ribelle che circondava Connie sparisce e a esso subentra un senso di ineluttabile pericolo. Il ragazzo della decappottabile dorata è una minaccia, e Connie lo percepisce con assoluta chiarezza. Eppure non ne ha la certezza, dopotutto le sta solo chiedendo di venire a fare un giro in auto con lui, una cosa che Connie lo spirito libero avrà senz’altro già fatto più di una volta.

L’abilità di Joyce Carol Oates, e la ragione per cui questo racconto breve è così famoso, è proprio quella di saper infondere nel lettore un senso di minaccia incombente e soffocante utilizzando soltanto il dialogo e il punto di vista limitato di Connie. E si tratta di una storia dell’orrore anche se di orrore vero e proprio (ossia soprannaturale) non ve ne è affatto.

Vale, in Dove stai andando, dove sei stata?, la famosissima “legge” di Lovecraft, per il quale “la paura più grande è quella dell’ignoto” (l’incipit di L’orrore soprannaturale nella letteratura, per intenderci). Solo che qui l’ignoto non è cosmico, come nelle storie di HPL, ma relativo al futuro del protagonista e unico punto di vista della storia.

Dove stai andando, dove sei stata? ha svariate interpretazioni, alcune sono riletture femministe o anti-femministe della storia di Connie, altre la inquadrano come una spietata critica dell’America degli anni Sessanta. Ma, al di là di tutti i significati reconditi in mutua contraddizione che è possibile appiccicarci, il racconto di Joyce Carol Oates resta pur sempre (e soprattutto) una storia dell’orrore.

Meno famoso della Oates è William Gay, esponente di quel Southern Gothic di William Faulkner, Truman Capote, Harper Lee, Cormac McCarthy e, soprattutto, Flannery O’Connor, e autore di The Paperhanger. Scrittore sin dall’età di quindici anni, ma la cui prima pubblicazione risale al 1998, William Gay è stato autore di tre romanzi e due raccolte di racconti. The Paperhanger è contenuto in una di queste, I Hate to See That Evening Sun Go Down.

La storia di The Paperhanger ruota intorno alla sparizione di una bambina e sulle conseguenze che l’evento ha sul matrimonio e poi sulle vite stesse dei suoi genitori, un dottore pachistano e sua moglie. Ma è anche la storia di un miracolo messo in scena dal tappezziere da cui il racconto prende il titolo, che era presente in casa del medico pachistano il giorno della scomparsa della bambina.

La prosa di William Gay è raffinata senza essere opulenta e, a differenza della Oates, il tono generale di The Paperhanger è più improntato al macabro e al cinico che non all’angosciante. Ma si tratta soltanto di un altro modo per suscitare orrore descrivendo un evento che potrebbe accadere nella vita quotidiana di un qualsiasi genitore.

La differenza tra, ad esempio, un’apocalisse zombie e quanto descritto in The Paperhanger non sta nell’imprevedibilità dell’evento, né nel gusto del macabro che entrambi gli scenari evocano, bensì nella totale realtà (o, per lo meno, verosimiglianza) dello scenario del racconto di William Gay. Del resto, chiedete a un genitore se teme di più un’apocalisse zombie o la scomparsa del proprio figlio.

In tutto questo, che cosa si può imparare, dal punto di vista dello scrittore più che del lettore, da questa accoppiata di racconti?

Prima di tutto, che non è così difficile inquadrare uno scritto in un genere. Where Are You Going, Where Have You Been? e The Paperhanger sono indubbiamente racconti dell’orrore, eppure sfuggono a una rigida classificazione di genere. In nessuno di essi è presente un elemento soprannaturale che è un po’ la condizione sine qua non dell’horror. Ma non sono neanche thriller, al di là dell’innegabile suspense che li caratterizza entrambi. In un racconto c’è una ragazza che parla con un uomo alla porta (uomo che potrebbe o meno essere una seria minaccia), nell’altro c’è una donna che chiede un miracolo per ritrovare la figlia scomparsa. Non ci sono gli elementi canonici del thriller. E l’assenza di una facile inquadratura di genere, invece di rendere il racconto più appetibile, paradossalmente lo azzoppa. È literary fiction? È horror? È thriller? Ma, soprattutto, in quale categoria lo carico sul Kindle Store? (D’accordo, questo è più un problema mio che di Oates e Gay, ma capite l’antifona.)

C’è da immagazzinare anche una magistrale lezione di stile, perché sia Joyce Carol Oates sia William Gay hanno una magistrale padronanza della parola scritta, seppure in modi diversi da loro. Non è facile generare nel lettore il senso di ansia e incombenza proprio della suspense, eppure entrambi ci riescono egregiamente, nello spazio confinato di un racconto breve per di più.

Ma la lezione più importante che si può portare a casa è che l’orrore non deve essere necessariamente demoni, zombie e vampiri. In other news, il cielo è blu e ad andare sui mezzi pubblici ad agosto c’è puzza di ascelle commosse. Ma questo non significa che demoni, zombie e vampiri abbiano minore dignità letteraria rispetto agli orrori quotidiani di Oates e Gay. Tutt’altro.

Quando ho scritto La visitatrice, ero reduce dalla lettura di La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum, quella sì una barbarica storia dell’orrore non soprannaturale (e, ancora peggio, basata su un evento realmente accaduto), ed era la prima volta che scrivevo un racconto che voleva essere horror ma in cui mancava un marcato elemento soprannaturale. Poi sono un po’ tornato sui miei passi e ho aggiunto qualche ombra di non-del-tutto-soprannaturale-ma-decisamente-non-del-tutto-naturale nel finale. E vabbè, ero giovane e inesperto. Sta di fatto che, sempre secondo me (quindi prendetela con le pinze), La visitatrice è ancora il racconto migliore che ho scritto. Proprio perché è un racconto in cui l’orrore si trova nella plausibilità (oddio…) della storia più che nell’ignoto del soprannaturale.

Si tratta di un tipo di horror pretenzioso, perché avvicina il genere alla literary fiction e quindi alla letteratura “seria”? No, direi proprio di no. È soltanto un’altra faccia della stessa medaglia. Anzi, quanti racconti di zombie in cui il morto vivente è utilizzato per rappresentare la deriva morale della società contemporanea, quanti “è l’uomo o la creatura a essere il vero mostro?”, quanti vampiri metafora della sessualità sono stati scritti (e vengono scritti anche mentre state leggendo questo post, cosa ancora più tragica: da autori che magari non hanno idea dell’assoluta banalità di ciò che stanno scrivendo)? E non è forse più pretenzioso servirsi di un mostro Universal per fare da cassa di risonanza a una morale preconfezionata, che non raccontare storie che toccano tangenzialmente la literary fiction, ma sono oneste e fanno del loro meglio per scavare negli abissi dell’animo umano?

Ma, siriusli, certi racconti sono un casino da inserire nelle categorie di Amazon. Mi lamenterei col mio rappresentante sindacale, se ne avessi uno.

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Recensione – “Cesare. Il creatore che ha distrutto #3” di Fuyumi Soryo

Ed eccoci di nuovo alla recensione di un libro per pigri. Non sprizzate gioia da tutti i pori? Beh, anche se così non fosse, ci sono ancora sette volumi pubblicati da leggere, più un numero imprecisato di volumi ancora da pubblicare, con ere geologiche di attesa tra l’uno e l’altro, e io ho intenzione di leggerli tutti.

E, sì, di affliggere voi con le recensioni di ognuno.

Chi è il vostro blogger letterario snob preferito, eh?

La scheda del libro

チェーザレ 3―破壊の創造者 3 di Fuyumi Soryo
Pubblicato in Italia da Edizioni Star Comics, in Giappone da Kodansha Ltd.
Anno 2007
240 pagine
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Mentre Cesare si trova a Firenze per finalizzare alcuni affari con i Medici, Angelo, rimasto solo all’università, ha modo di fraternizzare sia con Micheletto che con Niccolò Machiavelli, all’epoca uno studente (o forse un infiltrato del Magnifico?) nel gruppo dei domenicani.

Il ritorno di Cesare a Pisa è segnato da un duro scontro con il gruppo degli studenti francesi e dagli ultimi intrecci che riguardano l’apertura di una fabbrica tessile nel quartiere disagiato della città, finanziata con i soldi dei Borgia, ma di proprietà dei Medici.

Quali sono i veri obiettivi di Cesare Borgia? E, soprattutto, ora che Angelo è coinvolto nei suoi piani e non è più un osservatore, finirà per bruciarsi?

Che cosa ne penso

Limitandosi alle immagini, uno potrebbe anche farsi un’idea sbagliata del Cesare Borgia di Fuyumi Soryo. Il giovane ragazzo efebico dal volto simmetrico e i lineamenti perfetti è troppo belloccio per sembrare anche solo lontanamente pericoloso. Ma non bisogna lo stesso dimenticarsi che, al di là del disegno raffinato, c’è pur sempre un personaggio storico che è passato ai posteri per la crudeltà (ancorché vagamente romantica) delle sue gesta.

Fino a ora, nel fumetto, Cesare Borgia era stato un sedicenne affascinante, intelligente e carismatico, con una famiglia potente alle spalle che gli fa sia da scudo che da ancora. In questo terzo volume qualcosa comincia a cambiare. Le descrizioni quasi nozionistiche della vita quotidiana o delle sottigliezze della politica rinascimentale occupano oramai una porzione quasi irrisoria della storia, e anche le disquisizioni su monarchia, repubblica e libertà, che caratterizzano le posizioni etiche contrapposte sulle quali si ritrovano Cesare e Angelo, passano in secondo piano.

Al di là del lungo – e anche un po’ divertente, suvvia – scontro con Henri, il capo degli studenti francesi, questo terzo volume è dedicato ai piani che Cesare Borgia ha messo in moto, e il cui fine ultimo, dopo traversi passaggi, è quello di avvantaggiare suo padre Rodrigio nella corsa al papato, senza tuttavia esporre il nome dei Borgia.

E questo è esattamente ciò che mi aspettavo da un racconto sulle “origini” di Cesare Borgia, una storia che lo presentasse come lo stratega manipolatore che la storia ricorda.

In questo terzo volume ho ritrovato ciò che mi aspettavo all’inizio della serie, e che la Soryo ha tardato a mostrarmi. Ora che i primi due volumi hanno posto, forse con meno tatto del dovuto, e certamente con meno grazia narrativa, i pezzi sulla scacchiera, dal volume tre in poi ci si può focalizzare su ciò che rende Cesare Borgia un personaggio talmente affascinante da dedicargli un’accurata biografia a fumetti. È questa la strada che la Soryo sembra intenzionata a percorrere, e spero rimanga in carreggiata, perché questo è il Cesare che volevo leggere sin dall’inizio.

In conclusione

Finalmente la serie sembra aver raggiunto il suo potenziale, devolvendo più tempo alle macchinazioni di Cesare Borgia e, sullo sfondo, agli intrighi vaticani. E lo ha fatto senza tralasciare gli elementi che l’avevano in ogni caso caratterizzata fino a questo punto.

Il disegno è sempre di altissimo livello, e l’accuratezza storica è notevole, specialmente per un’opera di fiction. Restano anche i dibattiti di filosofia politica e quell’azione, un po’ fine a sé stessa ma pur sempre d’intrattenimento, che contrappone gli studenti dei vari gruppi universitari.

In sostanza, in questo terzo volume, rimane tutto quanto c’era di buono nei primi due, e in più si aggiunge una trama orizzontale che ha molte potenzialità. Il tono ormai è quello giusto, e spero che la serie continui su questi binari.

Voto finale

5

Sconfiggere il pesce rosso

Quando ho sottoscritto l’abbonamento a Fastweb c’è stato un disguido tecnico – in pratica, stando ai loro archivi, il mio nuovo indirizzo di casa non esisteva – che ha fatto sì che restassi trenta giorni senza internet. Ma proprio senza senza, una situazione da anni Novanta (i miei anni novanta, per lo meno). Trenta giorni che andavano da metà ottobre a metà novembre.

Ora, novembre è il mese più temuto da ogni scrittore, perché è quello in cui si svolge il NaNoWriMo, ossia la maratona scrittevole il cui obiettivo è portare a termine un romanzo di almeno 50k parole nell’arco di trenta giorni.

Non avendo niente di meglio da fare – niente internet, ricordate? – ho deciso di partecipare anch’io al NaNoWriMo. E ho scritto. E ho scritto. E ho scritto. A testa china, per tredici giorni. Ventiquattromilacentosessantanove parole.

Poi, il quattordicesimo giorno, Egli è arrivato.

No, non Gesù. Internet.

Il mio wordcount è precipitato a zero. E tale è rimasto fino alla fine del NaNoWriMo.

Non mi ricordo quale scrittore – ma forse era quel gran simpaticone di Franzen – diceva che è impossibile scrivere un romanzo su un computer con una connessione a internet. E a mio avviso è terribilmente vero. Internet è un buco nero che risucchia l’attenzione, specie per chi, come me – e probabilmente quel gran simpaticone di Franzen – ha lo span di attenzione di un pesce rosso.

Non è dello stesso avviso Cory Doctorow (verrà il giorno in cui io e Doctrow ci ritroveremo d’accordo su qualcosa, ma non è questo), che in un articolo per Locus Magazine, Writing in the Age of Distraction, scrive che internet non è l’acerrimo nemico degli scrittori con lo span di attenzione di un pesce rosso, e ci sono altri accorgimenti che si possono utilizzare per bilanciarsi tra scrittura e distrazioni.

Ovvero:

  • Sessioni di lavoro brevi e regolari.
  • Fermarsi una volta raggiunto esattamente il quantitativo di parole desiderato, anche se si è a metà frase, soprattutto se si è a metà frase, per avere un punto da cui ripartire il giorno dopo.
  • Non fare ricerca mentre si scrive.
  • Niente feng shui dello scrittore, è una perdita di tempo.
  • Utilizzare un word processor antidistrazione.
  • Spegnere tutti i device di comunicazione.

Ora, come tutte le liste di consigli di scrittura, alcuni sono buoni (word processor antidistrazione, fare ricerca prima o dopo, mai durante), alcuni ovvi (mettere in muto il cellulare e spegnere Skype), altri che mi sembrano controproducenti (troncare a metà una frase solo perché ho scritto 800 parole, col rischio di dimenticarmi che cosa volevo dire l’indomani).

Del canto mio, ammetto che non sono la persona più indicata a dare consigli di scrittura. Non sono come Doctorow o altri scrittori che sfornano un romanzo all’anno, il novanta percento di quello che ho scritto non è stato pubblicato, e dubito mai lo sarà, ma sono un esperto per quanto riguarda lo span di attenzione da pesce rosso. Mi sforzo di scrivere un po’ tutti i giorni (romanzi e racconti, le 1300 parole di questo post non contano, ad esempio) e non sempre ce la faccio. Ci sono tuttavia delle volte in cui, seguendo alcuni accorgimenti, riesco a scrivere anche tremila parole al giorno. Che non so voi, ma per me sono tante.

Il primo consiglio – alla faccia di Doctorow – è proprio quello di staccare internet. E intendo proprio fisicamente. Non basta chiudere il browser e far finta che la linea non ci sia. Non basta nemmeno spegnere il wi-fi dal modem o dal portatile. Ciò che con me funziona – e, sì, sentitevi liberi di ridere o scuotere la testa sconsolati, come volete – è staccare fisicamente il modem, chiuderlo a chiave in cantina e andare a riprenderlo solo una volta raggiunto un quantitativo di parole che reputo sufficiente. Non lo faccio sempre – soprattutto perché pare sia sconveniente andare in giro per il condominio in pigiama e/o mutande – ma quelle poche volte che lo faccio ottengo il risultato che mi ero prefissato.

Senza internet viene anche facile non interrompere la scrittura per fare delle ricerche. Ogni tanto, lavorando sul fantasy, devo fermarmi perché mi sono dimenticato come si chiama questo o quel capo di abbigliamento, o questa o quella parte della spada, o questo o quel piatto medievale. Il che mi porta ad andare su Wikipedia (inglese, perché sull’italiana c’è poco e quel poco che c’è è fatto col culo) cercare il nome dell’abito, cibo o arma che mi serviva e poi gugolare finché non trovo una traduzione italiana soddisfacente. Se invece di questa trafila mi limitassi a scrivere XXX e rimandassi le ricerche a dopo la sessione di scrittura, non perderei il filo di ciò che sto scrivendo. Ma nemmeno non avere internet attaccato è una garanzia di successo – e lo sa bene chi ogni tanto riceve i miei sms con domande quali Uptown Girl è di Billy Joel o Billy Idol?. Storia vera.

Un’altra cosa che faccio, più spesso di quanto mi piaccia ammettere, in realtà, è, nei momenti di maretta, staccarmi dal computer e mettermi a camminare. Che fa anche bene agli occhi, tra parentesi. Mentre cammino parlo da solo raccontandomi quello che devo scrivere dal punto di vista del personaggio di cui sto scrivendo. Lo so che sembra idiota, ma, credetemi, aiuta.

Anche il word processor che si usa può fare la differenza. Quasi tutti i word processor di base sono dotati di una funzione che consente di visualizzare solo la pagina su cui si sta scrivendo, senza la miriade di menu e icone tutt’intorno. Con Open Office Writer, ad esempio, basta andare in Visualizza → Schermo Intero o, in alternativa, schiacciare Ctrl+Shift+J. Ma ci sono anche svariati word processor che sono stati concepiti con una funzione antidistrazione in mente. Una volta ne avevo provato uno che ricordava i computer in Fallout, di cui però non ricordo il nome. Adesso uso Focus Writer, che è gratuito e ha un’interfaccia comodissima da utilizzare e che non si può ridurre a icona a meno di non altabbarrlo.

Trattare la scrittura come un lavoro sarebbe l’ideale, ma non è sempre possibile, per ovvi motivi. Ma prendere la regolarità e la costanza di un lavoro e ridurla in dimensioni è pur sempre d’aiuto.

Scrivere un numero prefissato di parole al giorno (senza essere anali, nel senso psicologico del termine, come dice Doctorow) aiuta ad avere un obiettivo da portare a termine, e quindi a essere soddisfatti del proprio lavoro, e nello stesso tempo a vedere i risultati di ciò che si è scritto nel lungo periodo. Ottocento parole al giorno, ad esempio, sono abbastanza per sentirsi soddisfatti e avere la prima stesura di un racconto completa in dodici-tredici giorni di lavoro.

Anche la competizione può aiutare a scrivere di più. Competizione contro sé stessi o contro altri. Ad esempio, uh, ho appena scritto cinquecento parole, vediamo se riesco ad arrivare a ottocento; uh, sono arrivato a ottocento, vediamo se tocco le mille. Oppure ogni tanto mando un messaggio a qualche amyketto scrittevole bullandomi delle parole appena scritte, e in genere ne ricevo in cambio l’informazione che il succitato amyketto scrittevole ha scritto il doppio di me (e pure fatto il bucato, pulito casa e salvato l’umanità dall’invasione dei gamberi-mantide alieni) e questo non può che spingere il mio ego a ordinarmi di andare avanti a scrivere. Perché, certo, chiunque può fare il bucato, pulire casa e salvare l’umanità dall’invasione dei gamberi-mantide alieni, ma scrivere più parole di me? Giammai.

Credetemi, i consigli qui sopra sono tutti più che valevoli. Il fatto che provengano da qualcuno che è infinitamente pigro e che di rado porta a termine ciò che comincia (ehi, questo post l’ho finito però) non deve essere da deterrente alla loro validità. Facciamo che è il tipico caso di fate ciò che dico non quello che faccio all’italiana, occhei?

2

Recensione – “Cesare. Il creatore che ha distrutto #2″ di Fuyumi Soryo

Lo so cosa state pensando. Ehi, questo non è fantasy, è un fumetto. E tu recensisci libri fantasy, non fumetti. Smettila di perdere tempo con questa roba e comincia a leggere il nuovo libro di Terry Goodkind, fila.

E probabilmente avreste ragione, nel senso che una recensione chilometrica del non-mi-ricordo-quale romanzo della Spada della Verità mi porterebbe molte più visite della recensione di un libro per pigri. Ma la vita è dura e colma di delusioni, per cui sappiate che la recensione di un romanzo di Goodkind non è in previsione nel futuro immediato di questo blog.

Ciò detto, perché mi ostino a leggere e recensire i fumetti della Soryo? Beh, perché alla fine della fiera sono letture piacevoli, quel periodo storico è sempre stato a mio avviso uno dei più interessanti, e perché, come dicevo nella scorsa recensione, ho comprato in blocco i primi quattro volumi. Esatto, ho speso venti Euro per non pagarne due di spese di spedizione.

E, sotto sotto, sono ancora convinto che ne sia valsa la pena.

La scheda del libro

チェーザレ 1―破壊の創造者 2 di Fuyumi Soryo
Pubblicato in Italia da Edizioni Star Comics, in Giappone da Kodansha Ltd.
Anno 2007
176 pagine
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Avevamo lasciato Cesare e Angelo nel mezzo della loro esplorazione dei quartieri bassi di Pisa, dove ben presto, grazie alla solita stupidità di Angelo, vengono aggrediti da un gruppo di mendicanti.

Salvati da Micheletto, i due fanno ritorno all’università, dove Cesare è impegnato a intessere le sue trame per avvantaggiare i Borgia nella corsa verso il papato di suo padre Rodrigo. I suoi intrighi lo portano prima dall’arcivescovo di Pisa Raffaele Riario, fidato subalterno di Giuliano della Rovere, principale avversario di Rodrigo Borgia, e poi dai Medici di Firenze. Nel mentre abbiamo anche l’incontro con celebri personaggi storici e perfino un flashback sul primo incontro tra Cesare e Micheletto.

Che cosa ne penso

Come il volume precedente, Cesare numero due è oltre l’eccellente per quanto riguarda la realizzazione grafica, e a malapena sufficiente sul versante narrativo. C’è per lo meno un miglioramento, nel senso che l’exposition è molto meno invasiva di quanto non lo fosse nel volume d’esordio. Resta tuttavia il fatto che questo secondo volume è ancora privo di quella che definirei una storia. O meglio, succedono delle cose, ma si tratta, per così dire, di un posizionamento di pedine sulla scacchiera per quella che immagino sarà una trama di lungo periodo, manca ancora un arco narrativo che leghi il volume e lo renda una lettura soddisfacente anche preso al di fuori della cornice della serie.

Mi pare di aver capito che l’approccio scelto dalla Soryo sia quello dell’accuratezza storica a discapito della struttura narrativa. E non posso certo biasimarla, dato che il periodo storico di cui tratta il suo lavoro è senza dubbio il più interessante per chi volesse scrivere di intrighi politici e scontri militari.

Negli anni che vanno dal 1494 al 1559, la penisola italiana è stata il teatro di una serie di guerre, principalmente tra gli Asburgo e i Valois, che hanno tuttavia coinvolto una moltitudine di nazioni, anche lontane dal teatro del Mediterraneo. È stato il periodo storico in cui sono vissuti personaggi del calibro di Cesare, Rodrigo e Lucrezia Borgia, ma anche l’imperatore Massimiliano I e il suo erede Carlo V, che essendo anche re di Spagna governava in pratica su mezza Europa, Enrico VIII in Inghilterra, i Medici a Firenze, Caterina Sforza, e i sultani Ottomani, freschi di conquista di Costantinopoli. Per non parlare di personaggi passati alla storia che poco o niente hanno a che spartire con la politica, tipo Leonardo Da Vinci, Cristoforo Colombo, Niccolò Machiavelli, Ezio Auditore e Girolamo Savonarola. Uh, e l’Inquisizione spagnola. Non ve l’aspettavate vero?

Le guerre d’Italia hanno visto susseguirsi monarchi più o meno competenti, intrighi, complotti, alleanze e contro-alleanze, con una buona dose di tradimenti. In pratica, in quel periodo l’Europa era una versione live di Game of Thrones.

Ed è quindi comprensibile che Fuyumi Soryo abbia preferito dare al suo lavoro un’impronta più storicamente accurata che non votarla al mero intrattenimento. Cesare è un fumetto che aspira ad avere un valore letterario, non qualcosa da godersi a cervello spento, come tanti dei lavori di intrattenimento ambientati nello stesso periodo, dai molteplici romanzi storici, ad Assassin’s Creed, a serie tv che vanno dal retard di Da Vinci’s Demons al leggermente meno retard di The Borgias e The Tudors. Da qui la necessità di mantenersi quanto più possibile fedele alla realtà dei fatti. Il problema è che non sempre la vita vera è dotata di quella forza emotiva che fa buon dramma, e che invece è il pane quotidiano di chi scrive storie. Tuttavia, al di là dell’inserimento del fittizio Angelo da Canossa, che però ha la funzione di accompagnare il lettore, anch’egli estraneo, nella scoperta di Cesare Borgia e del mondo che lo circonda, la Soryo si mantiene il più fedele possibile al resoconto storico. Un autore di The Borgias si sarebbe preso molte più libertà (per non parlare di un autore di Da Vinci’s Demons), la Soryo no. Il che è encomiabile, anche se non ideale se guardato solo dal punto di vista di chi sta leggendo Cesare per la storia.

In conclusione

Come il precedente volume, di Cesare numero due salta subito agli occhi la raffinatezza del disegno. Ogni singolo pannello è un’opera d’arte, e ciò è specialmente vero per quelli che raffigurano paesaggi e interni di edifici storici. A un certo punto, ad esempio, si incontrano tre visuali del duomo di Pisa talmente belle e ricche di dettagli da mozzare il fiato.

Il rovescio della medaglia è che l’aspetto narrativo del fumetto ancora non è del tutto soddisfacente. È un passo avanti rispetto all’exposition del volume precedente, e c’è da notare che gli intrighi politici del Vaticano entrano in scena e si apprestano a fare la parte del leone, ma siamo ancora privi di una struttura narrativa di impatto, che vada a braccetto con la bellezza superlativa dei disegni.

Il che è un peccato, perché il periodo in cui la vicenda ha luogo è uno dei più interessanti della storia europea, e le possibilità sono pressoché infinite.

Voto finale