I 10 tipi di autore che mi fanno incazzare quando valuto i racconti per un contest

Diciamo che indici un concorso. A tema generico “fantasy” perché vuoi che la gente partecipi, perché sei una realtà in crescita ma comunque non enorme da poterti permettere un contest a tema specifico. Diciamo che fai male i conti e sei letteralmente sommerso di racconti. Che devi valutare. Leggere e valutare, a essere precisi.

Ecco, questo è lo scenario ideale per la classifica: i 10 tipi di scrittore in cui non vorresti mai imbatterti quando giudichi un contest.

Tratto da una storia vera.

10) Quello che ha le potenzialità ma non si applica

Ti capita tra le mani questo racconto dalla trama potenzialmente originale, che però è scritto proprio da cani. Oppure quest’altro racconto che è chiaramente ispirato a una sessione di Dungeons & Dragons, eppure, se si gratta la superficie, si riesce a vedere del talento. Talento che, però, un giurato non può premiare. Un brutto racconto, per quanto pervaso da una vena di originalità o genialità, deve per forza essere scartato. E ti prudono le mani.

Quello che ha le potenzialità ma non si applica sta solo alla decima posizione perché, in tutta onestà, non si è macchiato di una colpa così terribile. Con un po’ di pratica e molta costanza è tranquillamente in grado di migliorarsi e far emergere quel talento che, nel racconto per il contest, si intravede e basta. Però, ecco, diciamo che quando ti capita tra le mani quel genere di racconto, un po’ l’autore ti viene da strangolarlo con i suoi stessi intestini.

9) Quello che ci deve infilare la scena di sesso

Non so se faccia rebbbel o che altro, ma alcuni autori che partecipano a contest, devono per forza inserire una scena di sesso nel proprio racconto. Ora, non prendetemi per un puritano se inserisco una tipologia di autori del genere in classifica. C’è però da dire che, il più delle volte, la scena in questione sarà superflua, messa lì così tanto per, oppure capita che l’amplesso abbia le sue motivazioni, ma sia lo stesso perfettamente evitabile.

Gente, in un racconto dovete dosare ciò che scrivete. E visto che il contest non è a tema erotico, in generale una scena di sesso è solo uno spreco di spazio.

8) Quello che “tanto ci pensa l’editor”

In teoria sarebbe la tipologia di scrittore peggiore, quello che ti invia un racconto pieno di errori, refusi, “d” euforiche, segni di interpunzione messi a cazzo, caporali fatti col maggiore e il minore. Ma il più delle volte quello che dice “tanto ci pensa l’editor” viene scartato al pronti via, quindi è solo una leggera perdita di tempo.

7) Quello che ricicla un racconto che ha scritto nel 1995

Ascolta, cicci, solo perché nel 1995 hai scritto “Dwight D. Eisenhower e la congiura dei criceti nazisti”, che nel tuo progetto originale doveva essere il primo racconto di un’antologia che rivedeva la storia dei presidenti degli Stati Uniti in chiave ucronico-zoofila – antologia che poi è morta sul nascere quando ti sei trovato bloccato nel bel mezzo di “Herbert Hoover e il sottomarino di Fu Manchu” e hai preferito dedicarti ad altro –, non significa che sei autorizzato a smerciare il tuo racconto per il mio contest. Anche se il tema è generico e un’ucronia retrofuturista magari potrebbe anche rientrarci.

Sarebbe carino che i racconti con cui si partecipa a un contest siano scritti proprio per il contest. Perché, a essere sinceri, la stragrande maggioranza delle volte si vede quando un racconto è scritto ad hoc e quando è un riciclo della preistoria.

6) Quello che scrive il racconto a scuola durante l’ora di trigonometria e poi te lo manda senza neanche rileggerlo

Tu, sì, proprio tu. Tu che scrivi il racconto durante l’ora di trigonometria e poi lo mandi senza neanche rileggerlo. Sappi che ti odio. Ti odio perché sei la somma di quello che recupera il racconto del 1995 e quello che “tanto ci pensa l’editor”, ma in più sei pure menefreghista quel tanto che basta per non prenderti nemmeno la briga di rileggere, perché “vediamo come va”.

Vedi di stare attento a scuola, piuttosto, che è meglio.

5) Quello che va fuori traccia

Non so voi altri, ma io le poche volte che partecipo a un concorso rileggo la traccia dieci miliardi di volte, ai limiti della paranoia. Perché l’ultima cosa che voglio è andare fuori traccia. So di non essere l’unico, ma mi duole ammettere che ho notato che i più se ne fregano. A loro basta leggere “tema fantasy”, et voilà, stanno già scrivendo un racconto. Poco importa che poi nel regolamento del concorso siano specificate delle limitazioni al tuo racconto. (O, anche peggio, quelli che, sì, se ne accorgono, ma le ignorano di proposito.)

In tutta onestà, mi dite perché io dovrei perdere tempo a leggere il vostro racconto quando voi non avete nemmeno letto per intero il bando?

4) Quello che scrive 300.000 battute (che avrebbero benissimo potuto essere 30.000)

Prima di tutto, non si sfora. Perché sul bando c’è scritto che il limite è un tot di battute e quindi quello deve essere. No, non si ammettono soglie di tolleranza. No, non si chiudono occhi. Perché se vuoi partecipare devi scrivere massimo X battute, se non ce la fai amen, nessuno ti punta una pistola alla testa.

In più, il più delle volte, chi scrive lungo, scrive troppo. Lo so per esperienza, perché IO sono uno che scrive lungo (e troppo). IO sono quello che ha avuto crisi mistiche quando gli è stato chiesto di scrivere un racconto sotto le 4000 battute. Però ricordate che un contest per racconti serve a testare la vostra capacità – indovina indovinello – nello scrivere racconti. Ora, scrivere racconti mica è facile, perché, al contrario dei romanzi, hanno una soglia massima di caratteri. Il che significa che l’autore deve essere in grado di condensare, chiedersi: “Il lettore deve proprio saperla tutta ‘sta roba?”. Il più delle volte la risposta è no, nel qual caso, non esitate a tagliare.

3) Quello che, nonostante tu gli abbia detto di non scrivere un fantasy pieno zeppo d’infodump, scrive un fantasy pieno zeppo d’infodump

E, sempre rimanendo in tema di cose che il lettore non muore dalla voglia di sapere, ecco che appare l’infodump.

Sul serio. L’infodump in un racconto.

Senti, genio, è un racconto. Devo trascorrere coi tuoi protagonisti sì e no dieci minuti. Non tararmi l’anima con la storia del mondo dall’alba dell’universo al giorno prima che il racconto prendesse il via, perché si tratterà immancabilmente di informazioni inutili.

2) Quello che proprio non sa scrivere

Partecipare ai contest è una palestra per uno che vuole fare lo scrittore. Perché hai molti limiti: una scadenza, un tema, un numero massimo di battute, magari anche alcuni elementi del plot prestabiliti.

Ora, se hai zero massa muscolare, non mi inizi a sollevare il bilanciere da 50kg. Perché sennò ti spezzi in due. Bisogna, piuttosto, partire per gradi.

Lo stesso dicasi di chi non ha ancora una buona conoscenza della grammatica, della sintassi e dei propri strumenti stilistici. In quel caso scrivi pure, ma non partecipare in alcun modo a una competizione. Prima di tutto perché fai perdere tempo a chi ti giudica. Ma poi c’è anche il fatto che non è un buon esercizio per te, perché a un concorso puoi o vincere o venire scartato. Non sai il perché. Piuttosto, fai leggere il racconto a un amico che ne sappia più di te, o postalo in uno dei millemila forum più o meno competenti di aspiranti scrittori.

Chi mi scrive “esteticamente era una bella ragazza” (citazione vera), non ha ancora i muscoli per affrontare un contest, c’è poco da girarci intorno.

1) Quello che, alla fine della fiera, scrive paranormal romance

Lo so, lo so che non sembra grave come tutto ciò che viene prima. Ma quello che, alla fine, scrive paranormal romance si piazza comunque in cima alla mia classifica.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: il paranormal romance non mi piace. Non nego che esistano dei paranormal romance valevoli, ma il genere in sé non mi interessa. Eppure non è per un motivo di gusti personali che la mia posizione 1 è questa.

Tenete conto che, su cento racconti che arrivano per un contest a tema fantasy, in media ottanta sono paranormal romance. E sono tutti fottutamente uguali.

La questione, penso, sia che le autrici – inutile nascondersi dietro a un dito, si tratta sempre di scrittrici donne – scrivono influenzate da ciò che leggono. E ciò che leggono è molto spesso paranormal romance pubblicato dalla Fazi, dalla Piemme Freeway, o dalle altre centomila case editrici italiane che da anni sono alla ricerca di un clone di Twilight. Il che significa che tutti i racconti, scritti da persone influenzate dalle stesse letture (o dalle stesse serie tv, Supernatural nella fattispecie), presenteranno inevitabilmente delle similitudini. Non a livello di trama, ben inteso. Però ci sarà quasi sempre una protagonista donna, il più delle volte marysuesca, che incontra una seducente creatura soprannaturale, sempre maschio, sempre conscio del suo fascino, sempre arrogante.

Ed è qualcosa di problematico, perché mette in evidenza che il futuro della narrativa di genere italiana è tutt’altro che roseo – perché le autrici brave che partecipano ai concorsi con racconti paranormal romance ci sono, ma la loro vera bravura risiede nell’essere meno peggio della media generale, con forse una o due eccezioni. Ma non solo. Perché uno che indice un concorso, magari vuole fare un’antologia dei migliori racconti. Ed è costretto a scegliere se intitolarla “Antologia fantasy ma che all’80% è paranormal romance” oppure “Antologia fantasy che, per incorporare tutti i generi, è stata costretta a selezionare racconti bruttini solo perché non erano dei fottuti paranormal romance”.

Lo ripeto, a scanso di equivoci: a me personalmente il paranormal romance fa schifo, però non disprezzo a prescindere il genere, su un piano oggettivo. Disprezzo, invece, la monotonia che una sfilza di racconti paranormal romance tutti uguali, scritti da una sfilza di autrici che ha letto una sfilza di libri tutti uguali, immancabilmente mi suscita.

Recensione – “Inferno” di Dan Brown

Pensavate fosse il recap di Game of Thrones, eh? E invece no, bitches, è la reccy del nuovo romanzo di quello sbarazzino di Dan Brown.

Nel caso abbiate vissuto sotto a una roccia per gli scorsi sei anni, Dan Brown è il peggior scrittore del mondo.

Tutto quello che scrive è orribile, volgare, disgustoso, pressapochista e offensivo. Scrive del papa che si paracaduta giù da un elicottero. Il papa. Si paracaduta. Da un elicottero. Oppure scrive dei simboli fallici nell’iconografia cristiana. Simboli fallici. Iconografia cristiana. Disgustoso.

Non c’è verso che a un lettore colto e superiore quale io sono, spazzatura del genere possa piacere. Se volessi leggere un romanzo in cui il papa si paracaduta da un elicottero, di certo non leggerei Angeli e Demoni. Sapete cosa leggerei? Niente. Perché il papa che si paracaduta da un romanzo è un’idea fottutamente stupida, e tutti noi sappiamo che l’arte della buona scrittura richiede l’assoluta serietà.

E, nonostante tutto, complice una popolazione culturalmente inferiore, plagiata dai mezzi di comunicazione asserviti a una certa parte politica, quell’essere privo di qualsivoglia talento che è Dan Brown ha spopolato e continua a spopolare.

Tanto che, Inferno, il suo ultimo romanzo, è già un successo. O almeno suppongo. Voglio dire, Dan Brown è parte di una ka$ta letteraria, per cui è ovvio che la gente sia corsa a comprare il suo libretto da due soldi. EDIT: sì, è un successo.

Per cui, mosso da pura curiosità intellettuale, ho voluto abbassarmi al livello delle masse acritche e inacculturate e toccare con mano la tragedia che, senza dubbio, Inferno di Dan Brown sarebbe stato. Così mi sono procurato il romanzo e l’ho letto. Dall’inizio alla fine.

Ed è stato meraviglioso.

La scheda del libro

Inferno di Dan Brown
Pubblicato in Italia da Mondadori, in USA da Doubleday
Anno 2013
600 pagine
Prezzo di copertina 25€
Prezzo ebook 9.99€
Il libro su Amazon, anche in edizione digitale

Che cosa succede

Inferno riprende la serie di avventure del professore di simbologia Robert Langdon, già protagonista di Angeli e Demoni, Il codice Da Vinci e Il simbolo perduto. Dopo aver svelato cospirazioni a Roma, Parigi e Washington, questa volta Robert Langdon si trova a Firenze, a fare luce sull’ennesimo intricato mistero.

Langdon si risveglia in un ospedale fiorentino con un’amnesia. Scopre di avere una ferita alla testa e non si ricorda nemmeno cos’è venuto a fare in Italia. Tre secondi dopo, la persona che ha tentato senza successo di farlo fuori torna alla carica, e Langdon, aiutato da una dottoressa inglese, deve scappare per salvarsi la vita, e contemporaneamente fare luce su una cospirazione di portata globale i cui indizi sono nascosti nella vita e nelle opere del più famoso cittadino di Firenze. No, non Matteo Renzi, capre, intendo Dante Alighieri, il tizio della Divina Commedia.

Che cosa ne penso

Inferno è un romanzo spettacolare, se partite dai dovuti presupposti. Intanto dovete accettare il fatto che non leggerete un capolavoro di stile. Dan Brown scrive piuttosto maluccio, in effetti, ma in fin dei conti poco importa. Perché non stai leggendo il romanzo che ti cambierà la vita o ti farà rivedere il modo in cui percepisci il mondo. Stai leggendo un guilty pleasure.

I guilty pleasure sono quei prodotti di intrattenimento che, scadenti come sono, dovrebbero intristirci senza fine, e invece riescono a intrattenere chi ne usufruisce in maniera sorprendente. I libri di Terry Goodkind sarebbero dei guilty pleasure se fossero trecento-quattrocento pagine più corti, mentre quelli di Dan Brown lo sono senza se e senza ma. Sì, mi sento un pochino in colpa quando dico che Angeli e Demoni è uno dei miei romanzi preferiti, lo stesso senso di colpa che mi prenderà quando scriverò la sezione “Voto finale” su questa recensione. Ma alla fine, chissenefrega, perché al di là dello stile e dei personaggi/sagome di cartone sia A&D che questo libro qua si leggono praticamente da soli, sono dei cosiddetti page-turner. Intrattengono e, soprattutto, divertono nel senso più grezzo del termine.

Voglio dire, il papa che si paracaduta da un elicottero, cosa c’è di più epico?

In Inferno, piaccia o meno, ho rivisto gli echi dei feuilleton e dei romanzi d’appendice di fine ottocento, così come dei pulp della prima metà del novecento. C’è azione, più o meno improbabile, più o meno oltraggiosa. C’è ritmo, cadenzato in capitoli brevissimi, ognuno dei quali termina con un colpo di scena o un cliffhanger. Ci sono aneddoti che aiutano a contestualizzare la storia e, nel contempo, a renderla accattivante per il lettore. Avrei pagato per avere Robert Langdon a spiegarmi la Divina Commedia anziché quell’inetta senz’arte né parte della mia prof d’italiano. E, sì, nel romanzo ci sono alcune inesattezze, del tipo che la maschera funeraria di Dante esposta a Firenze non è affatto originale, o che la tomba di Enrico Dandolo a Santa Sofia è solo un cenotafio perché l’originale è stata distrutta da quei puzzoni dei musulmani. Ma, anche qui, sono storture della realtà che servono alla trama, e in più suonano verosimili, quindi, per me, vanno bene. Andrebbero bene in qualsiasi romanzo, figuriamoci in uno che leggo al solo scopo di essere intrattenuto per un paio d’ore.

In conclusione

Non si può giudicare Inferno prescindendo dalla sua esistenza in quanto guilty pleasure. Non ha senso dire “Ah, ma Dan Brown scrive malissimo, le sue storie sono illogiche e irreali” e poi sdegnarsi e dargli un buuuu, zero stelline.

Lo scopo di Dan Brown non è quello di educare il pubblico dei lettori o proporre morale in chiave metaforica. E, sì, non criticare la società contemporanea per certa critica equivale ad aver scritto qualcosa di non degno (io già me lo vedo un certo scrittore e critico letterario che sbuffa sfogliando distrattamente il libro e borbotta: “Non c’è nemmeno una riga sul precariato, il PRECARIATOOOOOOOOH!”). Lo scopo principale di Dan Brown è, invece, quello di scrivere qualcosa che la gente abbia il piacere di leggere in spiaggia o sui mezzi pubblici o prima di andare a dormire. Qualcosa che diverta e intrighi a tal punto, magari, di saltare dieci minuti di bagno, perdere la fermata della metro o andare a letto mezz’ora più tardi perché, diamine, si voleva vedere come andava a finire. Questo era il vero obiettivo di Dan Brown. Obiettivo perfettamente centrato.

Anzi, vi dirò di più, non vedo l’ora che esca il successivo romanzo con Robert Langdon. E non perché frema all’idea di un’avventura ambientata tra le piramidi Maya o, chessò, nel cuore del Sacro Romano Impero alla ricerca delle reliquie di Federico II, ma perché, sul finire di questo romanzo, Dan Brown ha rotto una regola che sembrava essersi autoimposto, ovvero: gli eventi dei romanzi precedenti non hanno effetti su quelli successivi. Nonostante Langdon abbia in pratica rivoluzionato la storia del mondo in Il codice Da Vinci, nei romanzi successivi non se ne fa alcun riferimento diretto. Ebbene, alla fine di Inferno succede qualcosa che non gli sarà possibile non menzionare in un eventuale seguito, e c’è anche quasi il rischio di passare dal thriller cospirazionista alla fantascienza.

Quindi, riassumendo: buon libro, ottimo se non lo si prende troppo sul serio e lo si legge per puro e semplice svago. Non mancano le sbavature, ma, sul serio, passano in secondo piano grazie al ritmo incalzante e all’azione serrata.

Ah, i guilty pleasure, sempre siano lodati.

Voto finale

Recensione – “Il sogno della Bella Addormentata” di Luca Centi

I ragazzini che ascoltano musica questionabile, sono preponderanti sui social media e si comportano, in genere, da deficienti si chiamano bimbiminkia.

I deputati del Movimento 5 Stelle che stanno in Parlamento ma non hanno idea di come funzioni la faccenda – o di come si scriva un decreto legge o un emendamento – si chiamano deputatiminkia.

Seguendo la scia, lo steampunkminkia è un genere letterario, di solito opera di giovani autori italiani dal dubbio talento, che in apparenza si rifà allo steampunk vittoriano, senza però di tale sottogenere possedere alcuna conoscenza, né articolata né basilare. Il risultato è quindi un romanzo pastrocchiato la cui lettura causerà più risa isteriche e facepalm che senso di meraviglia.

Se esistesse un canone dello steampunkminkia, Il sogno della Bella Addormentata di Luca Centi sarebbe un romanzo fondamentale, in quanto incarna tutti gli elementi propri del sotto-sottogenere. Ma proprio tutti, eh. Tanto è vero che ho letto da qualche parte l’autore che lo definiva: “un misto tra fantasy, fantascienza e steampunk”. Che è la definizione più figa dell’universo, ammettetelo.

Anyway, se il nome Luca Centi vi fa suonare una campanella è perché, nel 2009 ha pubblicato con Piemme Il silenzio di Lenth (ebbene sì, è munito di pagina su Wikipedia italiana, perché noi non ci facciamo mancare niente), romanzo cardine del fantatrash italiano famoso più che altro per una delle ultime recensioni decenti di Gamberi Fantasy. Nella recensione, che vi invito a recuperare, l’autore veniva accusato di non saper scrivere molto bene e il suo editor di essere un criceto, o qualcosa del genere. Sebbene non abbia personalmente letto il romanzo in questione, posso ugualmente affermare due cose: a) Luca Centa non scrive molto bene e, b) il suo editor è ANCORA un criceto.

La scheda del libro

Il sogno della Bella Addormentata di Luca Centi
Pubblicato da Piemme Freeway
Anno 2013
252 pagine
Prezzo di copertina 16.50€
Prezzo ebook 9.99€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale

Che cosa succede

Incontriamo la nostra protagonista, Talia, durante una festa in cui, con somma creatività:

Gli uomini se ne stavano in disparte a discorrere di politica, impettiti e rigidi, con un bicchiere sempre pieno in mano, mentre le donne preferivano parlare del tempo o di come la casa fosse stata addobbata, con tende di velluto, tappeti pregiati e tavoli colmi di vivande

Ma appare subito ovvio che Talia non si trova alla festa di… ehm… Sir Hamilton… Infatti la seguiamo mentre agguanta un tizio a caso dalla folla, ci balla un po’ assieme e poi, attraversata la stanza, lo sbologna, aggiungendo informazioni date alla cazzo di cane:

Ed era certa che quel ragazzo non l’avrebbe seguita per assicurarsi che stesse bene, così come non le aveva chiesto nulla a proposito dei suoi occhi: uno era verde e l’altro color ambra.

Grazie. Sapere della sua eterocromia degli occhi era proprio necessario per immergermi nell’azione. Inoltre, non è che una tizia con gli occhi di due colori diversi veniva additata da tutti e derisa.

Ma, vabbè. Talia si imbosca nelle stanze private di… ehm Sir Hamilton… e gli sottrae un oggetto che si chiama Meriggio di Mercurio, e poi decide di svignarsela, ma senza attirare l’attenzione su di sé. Umh, ma come, mi domando? Scappando dalla finestra. Sì, perché un ospite che si smaterializza nel nulla e non viene più visto dai padroni di casa desterà molta meno attenzione di, chessò, qualcuno che resta alla festa fino a un orario conveniente per poi andare a casa. No, Talia deve avere ragione. D’altra parte lei è una ladra esperta.

Il suo cocchiere, Archie, la riporta a casa, dove ad attenderla c’è anche la governante francese, Madame Vivienne. Che è un’esperta nella gestione della casa. Un po’ come Talia è un’esperta ladra.

«Ha guidato la carrozza per tutta la notte» le spiegò Talia. «È stanco e potrebbe farsi male con i suoi attrezzi.»
Finalmente Madame Vivienne perse la sua solita compostezza.
«Lo pensate davvero?»
«Spesso i domestici si fanno male per il troppo lavoro […]»

“Voglio dire, sono il membro della servitù di livello più alto nella vostra dimora, ma ho davvero bisogno che mi spieghiate come funzionano le cose che dovrebbero essere di mia competenza, Miss Talia!”

Ok, tagliamola corta che non ho voglia di sprecare diecimila parole per ‘sto libraccio. Quelle sono solo per Goodkind. In sostanza, Talia deve recuperare degli artefatti con gli ingranaggi (e quindi chiaramente steampunk), chiamati Peccati, che suo padre, inventore, aveva prima creato e poi, per chissà quale motivo, non distrutto ma dato via. Per fortuna Talia è in possesso di una bussola trova Peccati che a) funziona solo in estrema prossimità al peccato stesso; b) nessuno si degna di spiegare come funziona, e quindi è una puttanata colossale.

Un giorno, Talia riceve una lettera da un certo Cornelius Cobbald che le dice di sapere dove si trova un peccato, ma Madame Vivienne è allarmata (l’unico tratto di personalità di Madame Vivienne è che è SEMPRE preoccupata per qualcosa, qualsiasi cosa) perché circola voce che l’uomo sia un Nubilante. Cosa sono i Nubilanti? Ma ovviamente i membri di una setta segreta che vuole dominare il mondo da dietro le quinte, no?

Così Talia si reca a casa di Cobbald per sentire quello che l’uomo ha da rivelarle.

Superò il cancello, che trovò aperto, e percorse il breve vialetto.

Ma certo! Non lo sapevate che nell’Ottocento le visite sociali funzionavano esattamente come quando vostra nonna viene a trovarvi? Il padrone di casa lasciava l’ospite libero di entrare quando voleva, senza nessuno a riceverlo, e l’ospite, soprattutto se era una giovane donna nubile in visita a un uomo non sposato, era sempre da sola e non si accompagnava mai e poi mai a uno chaperon o a un cicisbeo.

Cobbald rivela a Talia che l’ultimo dei Peccati è nascosto a Londra, recentemente acquistato da una ricca vedova che viene identificata come nobildonna ma mai chiamata con un titolo nobiliare, di nome Irene Cavendish. E allora Talia decide di partire per Londra e recuperare il manufatto. Assieme all’allegra combriccola di governante e cocchiere.

«Madame Vivienne, che avete?» le domandò.
«Io… io non so se me la sento di viaggiare, mademoiselle» confessò l’altra, con voce tremante. «Non ho mai lasciato Windsor […]»

Oh, stronzate. Sei una fottuta cameriera francese che lavora in Inghilterra.

Ma, spezziamo una lancia in favore di Madame Vivienne (che è zitella e che pertanto dovrebbe essere Mademoiselle, ma non stiamo a sottilizzare, magari è vedova): Londra è una città pericolosa. E non per i big alien-gorilla-wolf-motherfuckers, purtroppo, ma perché, nella continuità di questo romanzo, la successione a Guglielmo IV – che nel nostro continuum, come tutte le successioni al trono britannico, è pacificamente regolata dall’Act of Settlement della regina Anna – è piuttosto turbolenta, con due fazioni che si affrontano in una specie di guerra civile tra supporter di Vittoria e di Ernesto Augusto (che nella vita vera divenne re di Hanover). Eppure, nonostante tutto, bisogna partire. All’avventura!

Certo, non prima di essersi assicurati che la casa sia in ordine.

«Spero che Linda abbia compreso bene le mie istruzioni» borbottò Madame Vivienne, dopo neanche due minuti. «Non so se quella ragazza è sorda o se semplicemente non capisce la nostra lingua. Forse è davvero sorda e ha annuito per cortesia. Oh cielo, se così fosse…»

Ancora? Ma santo dio, sei il capo della servitù, Madame Vivienne, che lavoro di merda stai facendo se non sai se una tua sottoposta è sorda o meno?

Ma Talia ha compiti più pressanti da affrontare.

L’ultimo peccato era a portata di mano, e lei non se lo sarebbe lasciato scappare. E questa volta senza sensi di colpa. Da come l’aveva descritta Cornelius Cobbald, Irene Cavendish era tutto fuorché una donna gentile.

Perché, ricordatevi, bambini, rubare è ok se la vostra vittima è antipatica.

A Londra Tlaia & Co. saranno ospiti di… ehm… Sir Lummer, amico di faiglia e tutore di Talia dopo la morte del padre. E, tramite a una visita più o meno programmata con una certa Margot Chantall, amica di famiglia del padre di Talia, la nostra eroina tutta vapore e goggles riesce a intrufolarsi nella cerchia di Irene Cavendish.

Durante l’incontro con Miss Chantall, Talia ci delizia con le sue abilità deduttive:

Talia notò che non portava la fede, il che significava che non si era mai sposata.

Un’affermazione idiota per due motivi: primo perché non indossare la fede non equivale univocamente a non essere sposate; e secondo, se per tutto il capitolo si parla di MISS Chantal significa che la donna in questione è signorina. Miss è una parola con un senso, non un’abbreviazione pucciosa da usare intercambiabilmente con Mrs. e Ms.

Segue chiacchericcio, in cui Talia e Margot Chantal parlando dell’infanzia di Talia e di suo padre. Alla fine, il giudizio che la ragazza ha della donna è categorico:

Una volta fuori, Talia avanzò a passo spedito fino alla carrozza e si lasciò cadere sul sedile, sospirando.
«Cos’è successo?» le chiese Madame Vivienne, mentre bussava sul tettuccio della carrozza per avvertire Archie di partire.
«Quella donna è insopportabile!» esclamò Talia dando finalmente sfogo ai suoi pensieri.
«Chi, Miss Chantall?»
«Chi altri sennò? All’inizio ho creduto che avessimo molto in comune, invece mi sbagliavo. Non c’è da stupirsi se nessuno l’ha voluta per moglie!»

Oh, sì. Miss Chantall è un orribile, orribile essere umano. Rea di aver detto cose tipo:

«Quando ho letto la lettera della vostra governante stentavo a crederle. Siete davvero voi?»

E:

«Oh, ma posso aiutarvi io! Credetemi, non faticherete affatto ad ambientarvi e a entrare nella mia cerchia di amici. Amici importanti, se capite cosa intendo.»

E ancora:

«Sono parecchi! Una volta [il padre di Talia] si è intestardito a volervi costruire un pianoforte speciale. Rammento ancora le sue parole. Quelli in circolazione erano troppo “limitati” per voi.»
«Limitati?»
«Proprio così. Vostro padre voleva a tutti i costi costruirvene uno dotato di tasti speciali, che si potessero riconoscere al solo tocco delle dita. Come se foste cieca e ne aveste bisogno!»

E non è finita qui:

«Cara, state bene?»

L’oltraggio non ha fine:

«Piccola cara, penserò io a voi. Domani pomeriggio verrò a prendervi e vi presenterò alcuni miei amici. Lasciate alla mia governante il vostro indirizzo.»

Insomma, bastano queste poche righe per accorgersi che Miss Chantall è davvero una persona orribile, turpe, oscena, disgustosa, e che l’antipatia che Talia prova nei suoi confronti è saldamente evincibile dall’unica scena di cui la donna è stata protagonista. È, come si dice, sotto gli occhi di tutti.

Also:

Le sue parole vennero inghiottite dal rombo di una carrozza a vapore. Incuriosita da quella strana invenzione, Talia si sporse dal finestrino e la guardò estasiata. Era più alta e più larga di una carrozza normale, con ruote più grandi e una grossa scatola nera sul lato posteriore.
Il rumore proveniva proprio da quella scatola – dove con ogni probabilità si trovavano gli ingranaggi – che era collegata a due tubi da cui sbuffavano bianche nuvolette di vapore.

No, è ok, non devi spiegare come funziona, perché tanto… è STEAMPUNK!

Comunque, la nobildonna chiamata Mrs invita Talia a una mostra d’arte. Che, una volta che Luca Centi ce la descrive, ricorda più una scena moderna presa da Sex and the City che non un’occasione sociale pre-vittoriana.

La sala era enorme e le pareti erano ricoperte dai dipinti in esposizione. Nel mezzo, era stato allestito un buffet, ma erano in pochi quelli che si avvicinavano. Preferivano prendere tartine e champagne dai vassoi che i camerieri porgevano loro. Un altro codice di comportamento che Talia faticava a comprendere. Cercavano forse in quel modo di mostrare la loro superiorità? O forse era solo abitudine?

Questa, nel caso ce ne fosse ulteriore bisogno, è un’altra riconferma del fatto che Luca Centi non ha la più pallida idea di come funzionasse la società che lui stesso ha eletto ad ambientazione del suo romanzo, e che ha preferito lasciarsi guidare dal luogo comune che non fare un minimo di ricerca. E sì che sarebbe bastato, anche solo per far suonare il romanzo un minimo più in sintonia con il tempo storico in cui è ambientato, guardare una puntata di Downton Abbey (che è ambientato cento anni dopo, ma per lo meno chi lo ha sceneggiato aveva idea di come funzionassero i rapporti sociali). E non ditemi che siccome è fantasy le norme culturali pre-vittoriane non si applicano perché è un universo alternativo. Non ditemelo che sennò vi prendo a pizze in faccia.

È una situazione stressante:

Pazienza, devo avere pazienza, si ripromise Talia

Peccato che non ti stai ripromettendo una beata fava. Ripromettere significa fare un patto con sé stessi, non qualsiasi cosa Luca Centi e la sua competente editor pensino significhi.

Ma torniamo alla storia. Alle castronerie grammaticali ho dedicato una sezione alla fine della reccy.

Alla mostra, Talia incontra il tizio con cui aveva ballato durante la festa di… ehm… Sir Hamilton, che qui è l’accompagnatore della figlia di Irene Cavendish, Felicity.

«Lasciate allora che mi presenti di nuovo. Mi chiamo Nicholas Gray. E qual è il vostro nome?»
«Talia Rosamond.»
«Talia. Un nome bizzarro.»
«Mai quanto siete bizzarro voi.»
Il giovane le restituì uno sguardo confuso. «Cosa intendete?»
«La vostra innamorata vi sta aspettando, non vedete?» gli fece notare Talia, indicando la ragazza bionda che non gli staccava gli occhi di dosso.
«Siete forse gelosa?» rise Nicholas, con una punta di malizia.
Al loro primo appuntamento le era parso un ragazzo riservato che detestava i convenevoli dell’alta società tanto quanto lei, ma ora… ora le sembrava perfettamente a suo agio nella parte del giovane bell’imbusto.

Solo due piccole considerazioni. Uno: non c’è stato nessun appuntamento, e trovo assurdo che Talia lo descriva in questo modo solo perché si vede lontano un chilometro che Nicholas è il love interest del romanzo. Due: NON È COSÌ CHE INTERAGIVANO I MEMBRI DELL’ALTA SOCIETÀ. Cazzo.

E, sempre con questo spirito, Felicity invita Nicholas a una festa in casa Cavendish la sera successiva, e Nicholas, di rimando, invita Talia. Un invito così diretto in casa Cavendish è per Talia un’occasione unica di trovare l’ultimo dei Peccati. In più, l’autista Archie le propone di incontrarsi con un ex commilitone, un tipo losco, che ha delle informazioni su Irene Cavendish. E Talia gli risponde:

«Lo raggiungeremo questa sera, dopo la festa a casa Cavendish. Anche se spero che, per allora, avrò recuperato il manufatto».

Già da qui si capisce che Talia non troverà il Peccato in casa Cavendish, e che la scena della festa sarà completamente inutile. Ma anche se fosse: perché incontrare un informatore DOPO aver compiuto l’azione per cui eventuali informazioni sarebbero state utili? «Capitano, ci infiltreremo nel covo dei terroristi paraguayani questa notte a mezzanotte. Domani mattina alle otto terremo un debriefing illustrativo su come strutturare l’assalto. Ci saranno delle ciambelle.»

Comunque, Talia si reca alla festa di Irene Cavendish.

«Miss Rosamond, che piacere vedervi!» esclamò. «La mia adorata Felicity mi aveva informato della vostra presenza, ma non immaginavo che avreste accettato.»
«E perché mai?» chiese Talia, sbottonandosi il soprabito e porgendolo al maggiordomo apparso alle sue spalle.
«Vi credevo impegnata. Sapete, siete così amica di Miss Chantall che già vi vedevo a bere un tè con le sue noiose amiche.»
Talia non annoverava certo Margot Chantall tra le sue conoscenze più interessanti, ma il commento della donna la infastidì comunque. C’era superiorità nella sua voce e una punta di disprezzo.
Dalle parole che aveva usato dedusse inoltre che le due si erano frequentate.

Ehi, Luca Centi, mi sa che la deduzione non funziona nel modo che credi tu. Dedurre arrivare a una conclusione basandosi su fatti e ragionamenti logici, non sparare cose a caso. Per amore di tutto ciò che è coniglioso, non scrivere mai un giallo.

Talia si intrufola nelle stanze private della Cavendish e lì viene sorpresa da Nicholas, i due si scambiano qualche battuta che dovrebbe essere una sorta di battibecco con sottotoni romantici (del tutto inadatto alla situazione e alle tempistiche, ma vabbè, che vi aspettavate), poi Talia se ne va all’appuntamento con la spia. Che, ovviamente, vuole essere pagata per scucire informazioni.

«Avete portato la mia ricompensa?»
«E voi? Avete le informazioni che desidero?»
Una breve pausa. «Sì, ma prima il denaro.»
Talia frugò nella veste e ne estrasse un piccolo sacchetto tintinnante.

Really? Sacchetto tintinnante? Cos’è, Luca Centi cercava un’immagine old fashioned o non sa che le banconote erano già in circolazione da parecchio, nel 1836?

Comunque, la spia la informa che la Cavendish è proprietaria di una villa poco fuori Londra, la Magione di Brunilde. E siccome Talia lo ha saputo per vie traverse, il climax della storia si svolgerà lì.

È ora di interrompere l’incontro, ma la spia è in ansia. Già, perché il coprifuoco a Londra è scattato da un pezzo, e in giro potrebbero esserci gli Epuratori a far sì che l’ordine venga rispettato. E gli Epuratori hanno un’arma cazzutissima:

«Strane pistole a vapore. Un vapore che, a detta di molti, infligge indicibili pene. Ma nessuno è sopravvissuto per testimoniarlo.»

Esatto, pistole a vapore. Pistole. A. Vapore. Vi lascio qualche secondo per far sedimentare l’immagine nella vostra testa. E non osate obiettare: sono a vapore, per cui è steampunk. Anzi, STEAMPUNKMINKIA!!

Bla bla bla, dopo un po’ di scene riempitive in cui Talia esplora i suoi sentimenti per Nicholas (che ha incontrato tre volte e con cui ha scambiato in totale meno di una cinquantina di parole), finalmente ci decidiamo ad andare alla Magione di Brunilde. Una volta lì… OH, NO! Viene sorpresa dagli Epuratori. Dagli Epuratori e dalle loro terribili pistole a vapore.

Perfino più steampunk dell’Alice di Dimitri

Risvegliatasi, Talia scopre di trovarsi… a casa di Nicholas! Dun dun duuuun! Nicholas le rivela di essere un agente di Scotland Yard che sta indagando su una serie di furti (quelli dei Peccati) di cui Talia sembra essere la responsabile. Potrei spezzare il capello in quattro e dire che Scotland Yard è la polizia Metropolitana di Londra e non una sorta di servizio segreto, e pertanto crimini avvenuti fuori Londra (Cambridge, Brighton, ecc.) non ricadrebbero sotto la sua giurisdizione (e lo so perché c’è scritto su Wikipedia, non è un’informazione che ho estorto con la tortura al commissario capo). Potrei, ma a che scopo farlo? Per sottolineare che Luca Centi non ha svolto la minima ricerca sul periodo storico di cui andava scrivendo? A che pro, visto che la testi è già stata ampiamente dimostrata?

Comunque, Talia riesce a intortare Nicholas, e solo allora scopriamo che in realtà Nicholas non sta indagando su un semplice furto, ma sulla cospirazione dei Nubilanti. Ma allora perché sono tre quarti di libro che divaga seguendo Talia, un topo d’appartamento, per mezza Inghilterra? Mistero!

Ed è ora che i nostri eroi si uniscano per sconfiggere la cospirazione dei Nubilanti!

Poi, prima che Talia potesse fare o dire qualcosa, si avvicinò al divano e la liberò dalle manette. La ragazza si massaggiò il polso arrossato e lo osservò imbarazzata.
«Grazie» mormorò, confusa. «Che cosa vi ha fatto cambiare idea?»
«I vostri occhi. Vi ho scorto tristezza.»

Ohibò, Nicholas dev’essere un gran bravo poliziotto. “L’ho rapita, torturata, stuprata e uccisa! Ma ora sono triste.” “Ok, sei libero di andare.”

«Vorrei sapere a cosa servono i Sette Peccati, come mai sono così pericolosi» disse. «Sono sicura che la chiave sia nascosta nel loro funzionamento.»

Io invece vorrei sapere com’è che una potentissima organizzazione criminale con tentacoli ovunque si sia fatta bagnare il naso per ben tre volte da una ladra diciannovenne. Suonano temibilissimi, ‘sti Nubilanti.

Ma siccome siamo quasi vicini alla risoluzione del plot, è bene che ci fermiamo e facciamo un po’ di ricerche. Talia si reca quindi in una piccola biblioteca alla ricerca di un libro sull’alchimia che potrebbe spiegarle che cosa sono i Peccati e a quale scopo suo padre li aveva prima costruiti e poi dati via.

«Desiderate?»
La voce arrivava da qualche centimetro più in giù. Quando Talia abbassò lo sguardo vide un ometto con un paio di occhiali enormi che la fissava perplesso.

WTF? Talia è priva della visione periferica, tanto da non vedere un uomo che si trova qualche centimetro più in basso di lei, o è un T-Rex e la sua visione è basata sul movimento?

Ma ritorniamo all’azione principale. Talia e Nicholas vanno alla ricerca dell’ultimo peccato e Talia origlia per caso una conversazione tra Irene Cavendish e un individuo misteriooooooso. I due stanno parlando di un rito che si officerà la notte successiva. E Talia recupera l’ultimo Peccato.

Fine del romanzo, direte voi. E invece no.

Il giorno successivo, Talia riceve la visita di ehm… Sir Lummer… che all’improvviso si rivela come parte della cospirazione dei Nubilanti e la rapisce. I sette Peccati costruiti dal padre di Talia sono in realtà ingranaggi di una macchina in grado di scambiare le menti dei due individui. I Nubilanti hanno rapito la futura regina Vittoria con l’intenzione di sostituire la sua mente con quella di Felicity, la figlia di Irene Cavendish, che è parte dell’organizzazione e quindi da essa facilmente manovrabile. Si tratta però di un piano inutilmente complicato i cui esiti non sono affatto certi come ehm… Sir Lummer li fa apparire, intanto perché si basa sull’assoluta fedeltà di Felicity. Cosa ne sanno i Nubilanti che Felicity, una volta diventata regina sotto le mentite spoglie di Vittoria, non si farà inebriare dal potere e tradirà la causa? A questo punto, perché non sostituire lo stesso ehm… Sir Lummer con la regina Vittoria? O Irene Cavendish? Anzi, ancora meglio, perché non infiltrare la corte senza ricorrere all’alchimia? Dopotutto Vittoria è salita al potere a diciassette anni, evitando di poco una reggenza, è giovane e tutto sommato inesperta. Perché non piazzare degli uomini fidati nelle posizioni di potere? Perché il romanzo non sarebbe stato abbastanza steampunkminkia, ecco perché.

Tutto va come è lecito immaginarsi, o forse no. Già perché il libro ha un colpo di scena finale che prende tutta un’altra direzione, molto più cupa e matura, rispetto all’andazzo della storia, e che riguarda non la situazione politica britannica, ma la vita della stessa Talia. Si tratta in realtà di un buon colpo di scena, per quanto poco in sintonia con il resto della storia, che si rifà, presumo, alla fiaba che Luca Centi ha più volte individuato come ispirazione principale del suo romanzo. Ho letto molte recensioni che salvavano Il Sogno della Bella Addormentata proprio in virtù di questo colpo di scena. Veniva definito inaspettato, ma inaspettato non è – io l’avevo intuito leggendo gli indizi disseminati nella storia, e i costanti flashback di Talia. Ciò non toglie che non sia male. Ma basta a salvare il resto del romanzo? No, proprio per niente. Intanto perché sono solo due capitoli stiracchiati su ventisette, e poi perché il resto è così pieno di merda e approssimazione che Il Sogno della Bella Addormentata non si sarebbe potuto redimere nemmeno con un editing a cura di H.P. Lovecraft.

Che cosa ne penso

E sa il cristo redentore se chi ha editato questo romanzo non è un incapace totale. È pieno zeppo di errori, schifezze e sciatteria varia. Volete qualche esempio?

In ordine di cose che mi hanno fatto più incazzare.

I pensieri sono scritti in corsivo. Scrivere in corsivo è generalmente accettato in luogo dell’uso delle virgolette. Stephen King scrive i pensieri in corsivo. George R.R. Martin (nell’edizione originale) scrive i pensieri in corsivo. Serve per non avere quindici tipi di virgolette nella pagina. È una convenzione accettata.

Anche Luca Centi scrive i pensieri in corsivo. Ma o lui o il suo editor sono capre. Perché usa i tempi verbali al passato. E la terza persona anziché la prima.

Era come se quella parte della casa non fosse di competenza della servitù, pensò Talia, a giudicare almeno dalla polvere che sollevò al suo passaggio.

“È come”, “non sia”.

Che cosa aveva fatto suo padre di così terribile da arrivare a disfarsi di quei manufatti per poi tornare dalla donna che aveva ferito?

“Mio padre”.

Forse, si disse, avrebbe dovuto mettere da parte la sua ricerca.

“Dovrei”, “la mia ricerca”.

E questi sono solo alcuni esempi. La cosa bella è che, avendo un’edizione digitale, non mi ci vuole molto a evidenziare tutte le volte che ciò accade. E lo sapete quanto è frequente? TUTTI i pensieri sono scritti in corsivo con il tempo verbale al passato. Lo ripeto per l’ultima volta, nella remota ipotesi che Luca Centi o il suo editor leggano questa reccy: il corsivo sostituisce le virgolette, è come un dialogo, solo scritto storto. Quindi il tempo da usare è il presente, non il passato. Uno scrittore con già due libri alle spalle roba del genere non può non saperla. Un editor professionista non può permettersi di non correggerla.

La seconda cosa che mi ha infastidito è l’approssimazione. Come ho già avuto modo di segnalare, Luca Centi ha solo una conoscenza stereotipata dell’universo in cui ha scelto di ambientare la sua storia. E non si è preso la briga di svolgere la minima ricerca. E non sto parlando dello steampunk – per quanto anche quell’elemento sia atroce.

Altrimenti avrebbe scoperto che la sua idea della società pre-vittoriana non funziona proprio per niente come lui se la immagina. E non si tratta soltanto della completa ignoranza delle norme sociali, che potrebbero anche essere state semplificate per venire incontro alle ridotte capacità intellettuali delle lettrici abituali Piemme Freeway, ma anche di elementi più generali. L’inesistente guerra di successione tra Vittoria ed Ernesto Augusto non è un problema, a mio avviso. Si tratta di un elemento di conflitto immaginario, ma la storia si svolge pur sempre in un altro universo. Il problema è che, ad esempio, Luca Centi parla di nobildonne e poi le chiama Miss. Oppure per tutto il romanzo si riferisce a Sir Lummer e Sir Hamilton senza sapere che il titolo Sir (che non è indice di nobiltà – anzi, in Inghilterra si definisce Sir un uomo di rango appena inferiore a un pari del regno, ossia a un nobile) si usa accostato al nome della persona, non al cognome. È Sir Alex, non Sir Ferguson; Sir Paul, non Sir McCartney; Ser Jaime, non Ser Lannister. Ancora una volta, sta tutto su Wikipedia. Che non è propriamente una fonte di informazioni di nicchia.

Scrittore, cazzo, fai le tue ricerche!

Poi ci sono delle gustosissime frasi che sono, semplicemente, sbagliate. Andavano corrette in fase di editing ma qualcuno se ne è dimenticato (o non ne è stato in grado). Una è il già citato “pazienza, devo avere pazienza”. Ecco una manciata di altre.

Al contrario di Sir Hamilton, che aveva cercato in ogni luogo il Meriggio di Mercurio prima di trovarlo – come le aveva confidato – in un piccolo emporio di Dublino.

Questa frase, per come è messa nel testo, è incompleta: se si premette che X ha fatto qualcosa al contrario di Y, devi anche spiegare che cosa ha fatto Y.

«A dire il vero è solo una conoscenza» precisò subito Talia.
«Ma le conoscenze sono intriganti» intervenne Irene Cavendish.
«Si può apprendere moltissimo in poco tempo.»
Un ragionamento razionale, freddo, che lasciò Talia interdetta.

La reazione di Talia è esagerata (interdetta?). E, trattandosi di un botta e risposta tra Talia e la Cavendish che va avanti da un po’, dire che Irene Cavendish interviene è sbagliato. Non può intervenire in qualcosa di cui è già stato stabilito essere parte.

Le stanze erano enormi e dalle volte altissime, con una scalinata di marmo che conduceva ai tre piani superiori, dove si trovavano le camere della servitù e dei padroni di casa.

Dalla descrizione si capisce che c’è una scalinata in ogni stanza. Il che non ha senso e immagino non sia il caso.

Esile ma scattante, a giudicare dai movimenti fluidi.

Movimento scattante e fluido di solito sono mutualmente esclusivi.

Chiudo con alcune frasi non sbagliate, ma che a mio avviso sono tanto banali da essere patetiche.

Talia adorava cavalcare. Sin da bambina, era l’unico momento in cui poteva essere se stessa. Sentire il vento tra i capelli, respirare l’aria fresca del mattino, avere la sensazione di essere forte, e non una bambina gracile e cagionevole.

Stando però alla descrizione che ne aveva avuto da quelle donne, Mrs Cavendish non era di certo un’amabile vedova annoiata.

Fuori dalla finestra poteva scorgere il cielo che a mano a mano si tingeva del colore del sorgere del sole.

Un ultimissima nota: non perdonerò mai a Luca Centi di non aver inserito, in una storia che riguarda una cospirazione ai danni della regina Vittoria, la duchessa di Kent e John Conroy. Ci sarebbero stati a pennello, ma LC non saprà manco chi sono. Cercali su Google, e pentiti.

In conclusione

Romanzi come Il sogno della Bella Addormentata la dicono lunga sullo stato del fantastico in Italia, e soprattutto su cosa pensano del genere gli editori. Qui, la Piemme – non la Sperindio Editore – dimostra di sbattersene allegramente della qualità, perché tanto sa che il prodotto è inserito in una collana per giovani lettori. E quindi per rincoglioniti, per come la vedono loro.

Non ci vuole molto per rendersi conto che il romanzo è un banalissimo collage di schifezze e luoghi comuni, piagato da una prosa sciapa e da svariati errori di forma, contenuto e logica interna. Ma tanto i nostri lettori sono stupidi, vero Piemme? Ci mettiamo una bella copertina e nessuno si accorgerà di niente.

Ebbene, dopo anni Luca Centi ancora scrive maluccio. A onor del vero nel finale si intravede una maturità che potrebbe quasi far sperare per il meglio riguardo alle prospettive future dell’autore. Ma il resto del libro è pura e semplice spazzatura. È mancata la ricerca sul periodo storico o sul genere steampunk. È mancato, fatto gravissimo, un editing consapevole. Insomma, mancano proprio le basi. Probabilmente ai tizi della Piemme non importa, data la bassissima considerazione che hanno dei loro lettori. A me un pochino sì, però.

Voto finale

Game of Thrones 3×05 – Kissed by Fire & 3×06 – The Climb

Siccome in questi giorni sono stato contemporaneamente impegnato tra editing e traduzioni (e, udite udite, la scrittura di un racconto) e assalito da uno scazzo che anticipa l’arrivo della bella stagione, ho saltato la reccy dello scorso episodio di Game of Thrones. Per farmi perdonare, miei pucciosi lettori, eccovi un doppio recap. Così scrivo anche di meno. Forse.

L’episodio 3×05, Kissed by Fire, potrebbe anche essere reintitolato Ommioddio Robb è un Fottuto Idiota. Non che fosse mai stato un leader brillante – e il portarsi dietro quell’inutilità di sua madre di certo non lo ha mai aiutato – ma in questo episodio la sua idiozia è addirittura fosforescente.

Per vendicare la morte dei suoi figli, Lord Epic Beard (aka lord Rickard Karstark), uccide i due ragazzini Lannister che Edmure Tully aveva fatto prigionieri durante la sua eroica presa del mulino. Robb lo giudica un atto di tradimento e, contro il parere di tutti i suoi consiglieri (inclusa sua madre, ovvero Lady Non-ne-ho-fatta-una-giusta-dall-episodio-pilota) condanna il suo vassallo a morte, sapendo che la morte di lord Karstark equivale a dire addio a una parte consistente del proprio esercito.

Ma, ehi, a tutto c’è una soluzione, no? Sì, perché basta chiedere aiuto a lord Walder Frey. Esatto, lo stesso che Robb ha disonorato sposando al prima sgallettata di Essos che gli passava a tiro. Perché lord Frey non è uno che tiene all’onore della propria famiglia.

L’altro grande momento dell’episodio è quello di apertura, ovvero il duello ordalico tra Sandor Clegane e Berric Dondarrion. È stata probabilmente una delle migliori scene d’azione della stagione (anche se la palma, per ora, va a Dracays Motherfucker dell’episodio precedente).

Ma, a parte il duello e la decapitazione, questo episodio sembra quasi si sia preso un attimo di pausa per concentrarsi sugli sviluppi dei personaggi più che sulla storia in sé. Jon, Jaime, perfino Stannis, quasi tutti i protagonisti riescono a ritagliarsi un momento che vada al di là dell’azione, che li mostri allo spettatore per quello che sono e non per ciò che fanno.

E culi, culi a profusione. Per cui, invece di fare un recap basato sulla diversa localizzazione geografica dei protagonisti (che cosa sono, Wikipedia?), facciamone uno basato sui culi.

Culo #1: Ygritte (e controfigura di Jon, di sfuggita)

John finalmente rompe i suoi voti e ci dà dentro con la nostra selvaggia dalla perfetta igiene orale preferita. Ygritte deve usare gran parte del suo carisma per convincerlo: “Dovremmo farlo” “Penso di no” “Io penso di sì” “Ok, allora facciamolo”. Scopriamo inoltre che Jon almeno una cosa la sa – e che ha il coraggio di mettere la bocca lì dove l’igiene intima non deve essere il massimo. Di tutti, Jon è il personaggio che credo sia maturato di più nel corso della serie e questa scena si configura come uno dei momenti di passaggio obbligato nel suo percorso per diventare uomo – senza contare il fatto che, almeno secondo la legge dei bruti, ora lui e Ygritte sono definitivamente sposati.

Culo #2: Jaime

La perdita della mano è il punto di svolta della storia di Jaime, che comincia il suo percorso di redenzione. Prigioniero ad Harrenhall, lord Bolton gli concede una serie di benefici che rispecchiano il suo rango – per non indispettire ulteriormente i Lannister, che già ce l’avranno con i Bolton perché uno degli uomini di lord Roose ha tagliato la mano a Jaime –, tra cui quello di non avere sempre la faccia nel fango e di farsi un bagno.

Nella vasca, assieme a una timida Brienne, Jaime rivela di aver ucciso Arys il Folle perché la sua ossessione con l’Altofuoco lo aveva portato a un passo dal distruggere King’s Landing. Gesto che Jaime non ha mai rivelato a nessuno perché Ned Stark non gliel’ha mai chiesto.

Sorry, Jaime, ma nel mio arido cuore c’è posto per un solo cattivo patetico, e quel posto è già occupato da Theon.

Culo bonus: Brienne.

Culo #3: Paggio random/spia di Littlefinger

A King’s Landing il complottare vario ha raggiunto livelli indicibili. Nella scorsa puntata Varys e lady Olenna si erano accordati per combinare le nozze tra Sansa e Loras, così da avere il controllo sia su Joffrey tramite Margaery, sia sul Nord. Il piano però ha un anello debole, ossia Loras, a cui piace il cazzo. Parecchio.

Dopo aver fatto il vedovo affranto per Renly, Loras non solo si fionda tra le braccia (o si fa fiondare, a seconda delle interpretazioni) del primo paggio che passa a tiro, ma non manca di rivelargli del suo incombente matrimonio. Solo che, guarda caso, il paggio in questione è pure una spia di Littlefinger, che informa quindi i Lannister. E Tywin prende le dovute contromosse: in uno sconcertante colpo di scena (che semplifica alla grande in intreccio matrimoniale che nel libro era esagerato), decide che Sansa dovrà andare in sposa a Tyrion, mentre quella gallina vecchia di Cersei sposerà ser Loras.

Culo non pervenuto: Stannis, crazy Queen, Shireen e Davos.

Alla Roccia del Drago, Stannis è un po’ mogio dopo la partenza di Melly Sanders e decide di fare visita alla moglie, che vive rinchiusa in un’ala del castello. Tu sei lì a chiederti come mai, che storia si saranno mai inventati D&D per giustificare non solo l’assenza di Selyse Florent nella scorsa stagione (è bene ricordare che non solo Selyse è quella che ha sponsorizzato l’ingresso a corte di Melly Sanders – un po’ come la zarina di Russia sponsorizzò Rasputin – ma anche che, in seguito, la questione soldati del re vs soldati della regina avrà una qualche importanza nella storia) ma anche il fatto che ia, proverbialmente, rinchiusa nella torre. Non fai neanche in tempo a formulare un ipotesi. E poi vedi i feti sott’aceto. E ti dici wow, a Westeros non c’è una regina che sia sana di mente, vero?

Insieme a Selyse compare per la prima volta anche Shireen Baratheon, che è veramente la bambina più dolce del mondo (anche se canta canzoncine creepy) e, a dispetto della malattia che la sfigura, l’unico raggio di luce nella tristezza che è la Roccia del Drago governata da Stannis.

Dannazione, Google, questo non è il The Climb che stavo cercando!

Passiamo all’episodio più recente, The Climb, che è narrativamente più interessante non fosse altro per l’implicita contrapposizione tra la forza pervasiva del caos e il tentativo di trovare ordine. È un discorso un po’ alla Joker di The Dark Knight, per prendetelo come viene.

L’episodio è segnato, nel suo epilogo, da un confronto tra Varys e Littlefinger, i due grandi giocatori dietro le quinte del gioco dei troni. Mentre Varys si presenta come un uomo che agisce per il bene e il male, Littlefinger rigetta l’idea che bene e male esistano al di là della loro soggettività e si rivela come l’uomo in grado di usare il caos come una scala, manipolando gli altri da dietro le quinte per raggiungere i propri obiettivi. Bene e male sono un’illusione, dice Littlefinger. Solo il caos è reale, e io so come usarlo. A mio vantaggio, ovviamente.

E il caos, o se volete l’ingiustizia della sorte è un tema che attraversa orizzontalmente tutte le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Per parafrasare Ramsay Snow (altra forza del caos, questa volta fine a sé stesso e non razionale come Littlefinger) “If you think this has a happy ending, you weren’t paying attention”.

Ma basta fare i filosofici. Perché se la precedente era la puntata dei culi, questa è ancora una volta la puntata del “Robb è stupido”. Ma tanto. Inoltre ci sono alcune divergenze dal libro che accorciano delle trame che avrebbero ulteriormente ingigantito il già corposo cast della serie, ed evitano che alcuni personaggi siano messi in panchina per poi ricomparire chissà quanto.

Per cui andiamo con ordine.

L’episodio si apre con Sam e Cassie a zonzo per le terre dei bruti. Sam si conferma il maschio beta per eccellenza e canta addirittura una canzone per Cassie. Eddai, per una volta che non si assiste a miseria e disperazione (ripensate a queste scene una volta visto il finale, la dissonanza sarà ancora maggiore). L’unica cosa è che non si è ancora visto Sam the Slayer. O meglio, Sam ha tirato fuori il pugnale di ossidiana, quello che aveva rinvenuto sul Pugno dei Primi Uomini assieme a Grenn e a Dolorous Edd, e la camera continuava a inquadrarli da lontano. Io quasi mi aspettavo che sbucasse fuori un Estraneo, invece ciccia.

Poco più a sud, sulla strada per la Barriera, Bran tenta di arbitrare un catfight tra Osha e Meera. Inoltre Jojen ha le convulsioni. Anche se nella scena non succede nulla di essenziale, l’ho menzionata lo stesso solo perché il modo in cui Meera si prende cura del fratello non è il modo ideale di trattare le convulsioni. In caso di attacco epilettico l’ideale sarebbe non mettere niente in bocca alla vittima e non tenerla a testa in su ma di lato.

Passiamo oltre, con la prima deviazione dal libro. Arya (intenta a tirare con arco e frecce e a fare foreshadowing) e Gendry sono ancora con la Fratellanza Senza Vessilli, presumo che siano sul punto di separarsi, specialmente dopo l’addio quasi straziante che si erano dati nell’episodio precedente, quando ecco che ti arriva Melly Sanders. Così, dal niente. Che cosa vorrà mai?

Ebbene, noi sappiamo che per fare un altro shadow baby, Melly Sanders ha bisogno del sangue di re. Solo che Stannis non ha più le energie sufficienti per impregnare la pretessa rossa. Nel libro c’era un personaggio, Edric Storm, che l’unico figlio bastardo riconosciuto di Robert Baratheon. Qui, invece, Melly, non si sa come, sa che Gendry è figlio di re Robert e lo “compra” dalla Fratellanza. È una scelta che non solo evita di mettere in panchina Gendry – che, a quel punto, nel libro, scompare – ma che semplifica anche il plot riducendo il numero di personaggi. Inoltre l’incontro tra Melly e Thoros getta una luce inquietante e nel contempo affascinante su R’hllor e sulla magia che da lui deriva.

E poi c’è il confronto tra Melly e Arya, che si conclude con le parole della pretessa: “We will meet again”. Ora, garantito che nel libro Arya e Melly non si incontrano mai, la nostra strega rossa sa qualcosa che noi non sappiamo? D&D hanno appena spoilerato The Winds of Winter? Speriamo che quel ciccione di Martin non muoia, così magari lo scopriremo.

Da qualche altra parte, Theon è ancora prigioniero di Barry. Ricordate nell’altro recap, quando dicevo di non essere del tutto convinto dal modo in cui Iwan Rheon interpretava lo psicopatico Ramsay? Ebbene, in questo episodio sono stato smentito. Iwar Rheon sembra davvero uno psicopatico e la scena della tortura è agghiacciante. Ho adorato ogni singolo minuto.

Back in King’s Landing, lo sapevate che Loras è gay? Sul serio, gli piace il cazzo, lo adora. Le vagine invece lo repellono. Perché è gay. Gay. GAAAAAAAAAAAAY.

Punto bonus perché Aidan Gillen.

Ok, torniamo in carreggiata: Loras è gay. Non c’è scena che non ce lo ricordi. E in questa puntata è più gay di Sex and the City e Glee. Ewww, deve sposarsi con una donna. E non solo con una donna qualsiasi, ma una donna con una VAGINA. Perché apparentemente gli sceneggiatori di Game of Thrones si sono dimenticati che Loras è anche uno dei migliori cavalieri dei Sette Regni e non solo un gigantesco finocchio avvolto in boa di pitone e con un dildo rosa in culo e uno in bocca. Sul serio. Era penoso con Pod e il suo magico pene della felicità, è ancora peggio con Loras. PLS STHAP.

Due personaggi che, grazi agli dei antichi e nuovi, sembrano non essersi dimenticati che in Loras c’è di più del semplice amore per il cazzo sono sua nonna Olenna e Tywin Lannister, che mercanteggiano sul destino della rispettiva progenie in quella che è senza dubbio la seconda migliore scena dell’episodio, che riesce a essere divertente senza scadere nello stupido e allo stesso tempo intrigante senza diventare macabra.

Ma avevo preannunciato che questa era la puntata del “Robb è stupido”. Ebbene.

A Riverrun, Robb, Catelyn, Edmure e Brynden ricevono due ambasciatori di Walder Frey che portano le condizioni di pace del loro signore: i Frey si uniranno all’esercito del Nord se Robb accetterà di dare loro Harrenhall e a sposare Edmure, erede di Riverrun, a Roslin Frey.

Edmure, che è il capo della sua fottuta dinastia, non vuole accettare un matrimonio combinato a scatola chiusa. E Robb e famiglia lo trattano come se fosse lo scemo del villaggio, come se la colpa di quello che è successo non sia innanzitutto di Robb stesso.

Sigh. Ancora tre episodi, suvvia…

Chiudiamo il cerchio tornando a parlare del caos. Se Olenna vs. Tywin era la seconda migliore scena dell’episodio, il monologo finale di Littlefinger non può che essere il primo. Per tre stagioni Petyr Baelish è stato un personaggio che sembrava considerarsi scaltro, ma che alla fine non lo era affatto. Costantemente sminuito, nell’ordine, da Ned Stark, Varys, Tyrion e Cersei, alle fine, di tutti, è proprio Littlefinger ad aver piegato gli eventi a proprio uso e consumo, agendo dietro le quinte, manovrando gli altri come pupazzi per ottenere quello che vuole. Per la prima volta, Littlefinger appare addirittura più potente di Varys, in quanto è riuscito non solo a eliminare uno degli “uccelletti” dell’eunuco ma, nel farlo, ha addirittura compiaciuto il re in persona.

Ros, personaggio nato per mostrare le tette mentre i personaggi le raccontavano le loro storie, e misteriosamente sopravvissuto ben oltre il termine della sua utilità, è finalmente morta, trafitta dalle frecce di Joffrey. In una scena che non ha mancato di far infuriare le inutili femministe su Tumblr.

Ci siamo levati Ros dalle palle. Inoltre, forse, ora Margaery realizzerà che, nonostante i suoi sforzi, c’è una parte oscura nel suo promesso sposo che nessuna mossa di pubbliche relazioni potrà mandare via.

E che la stagione dei matrimoni abbia inizio!

Game of Thrones 3×04 – And Now His Watch Is Ended

D’accordo, mettiamo da parte le manovre di palazzo nostrane (e comunque il Partito Democratico, almeno come conta dei morti, a GRRM gli fa un baffo), e dedichiamoci al recap di And Now His Watch Is Ended, episodio quattro della terza stagione di Game of Thrones.

Cominciata un po’ con calma, la stagione ci ha regalato per la prima volta un momento davvero FUCK YEAH – e se tutto va come si intuisce dal promo, la prossima puntata non sarà da meno.

Ma andiamo con ordine.

A King’s Landing, tra un set stupendo e un paesaggio incantevole, è tutto un intricarsi di complotti. A farla da padrone, come sempre, Varys il ragno tessitore, ma comincia anche a farsi sentire il peso, ingombrante per i Lannister, della famiglia Tyrell, con l’energica Olenna e la smaliziata Margaery in testa. Due grandi nodi al centro delle macchinazioni della corte: Sansa Stark, erede presunta del Nord, e re Joffrey, o meglio, chi lo manipolerà al posto di sua madre Cersei.

Capitolo Sansa. Da una parte c’è il piano di Littlefinger di portarla con sé nella Valle, da sua zia Sarah Palin, piano che però viene spifferato a Varys da Ros. E, per la cronaca, HBO, Ros che mostra a Varys l’inventario della nave di Littlefinger e Varys che le risponde “I’m missing something obvious you’re about to point out?”. Varys non si perde per strada i dettagli. Mai. (Ah, e basta con ‘sta cosa del pirillo di Pod, per piacere.)

Comunque, Littlefinger va fermato perché il suo vero piano è quello di controllare (anche usando il suo pene) Sansa Stark, che è l’erede presunta del regno del Nord. E quale modo migliore di farlo se non promettendola a Loras Tyrell (e, grazie a dio, semplificando uno dei più inutili triangoli amorosi della storia della letteratura ever)?

Sansa, che ha il peggiore gay radar di sempre, è contenta fin quasi alle lacrime quando la futura regina (e neo amyketta) Margaery glielo comunica. Ma i Tyrell pensano davvero di fare i conti senza i Lannister? Poveri illusi…

Dall’altra parte c’è Joffrey, sempre più manipolato da Margaery e sempre più lontano da Cersei. Questa volta, la futura regina, durante una visita al tempio di Baelor (ambientazione davvero spettacolare, vedere per credere) riesce perfino a farlo salutare la plebaglia. Segue rabbia di Cersei, perché non sia mai che il suo amorino diventi lo 0.01% meno merdina di quello che è. E, da brava Lannister, non le resta che andare a lagnarsi da papà Tywin. Che, sorpresa sorpresa, si dimostra ancora una volta l’unico Lannister con una parvenza di cervello (e va bene, c’è anche Tyrion), e sostanzialmente le ricorda che se Margaery ha un influsso positivo su Joffrey, forse tanto male non è.

Ma basta con gli intrighi (come se non fossero l’unica ragione per cui seguo la serie), e spostiamoci nel reparto action. Questa, direi, è stata una puntata ben bilanciata.

Partendo da titolo, che ovviamente fa riferimento a un confratello dei Guardiani della Notte che non è più. Durante la sosta da Craster, infatti, le cose vanno storte. E Torchwood e Confratello-di-cui-non-ricordo-il-nome #15 fanno una carneficina. Samwell riesce a salvarsi, portando pure in salvo Cassie di Skins e il neonato, mentre il Lord Comandante Mormont viene ucciso. Ma per lo meno ha una morte badass.

Un po’ di delusione, invece, per l’epilogo della fuga di Theon e Barry, che si conclude come tutti sospettavamo con Barry che riporta Theon nella sua prigione e lo accusa di aver ucciso le guardie. Ma non prima che Theon si sia pianto un attimino addosso ricordando quanto si stava bene con vice-papà Ned Stark (in più, ora un potenziale alfiere degli Stark sa che Bran e Rickon non sono morti come tutti credono). Delusione per tre motivi. Il primo è che, l’ho detto, è stato un po’ scontato e in qualche modo anticlimatico (non conta che già lo sapessi, un climax è un climax). Secondo, perché Barry ancora ufficialmente non è uscito allo scoperto come Ramsay Snow – e quindi ho sempre l’ansia che tirino fuori un’altra Talisa. Terzo, direttamente collegato al precedente, non sono molto sicuro che book-Ramsay si sarebbe comportato così come ha fatto show-Barry. Per quel poco che l’ho visto in A Dance With Dragons, Ramsay mi è sembrato uno psicopatico totale, incapace di provare empatia. Barry invece è puccipuccioso. I prossimi episodi mi smentiranno? Speriamo di sì.

E poi abbiamo il clou. Ovvero DRACARYS, MOTHERFUCKER.

Con un colpo di genio che anche mio cugino di cinque anni avrebbe potuto escogitare, Daenerys scambia il drago con l’intera legione degli Unsullied e poi ordina agli schiavi, ora sotto il suo indiscusso comando, di massacrare i loro ex padroni. E per tutta la scena non ho avuto che due pensieri: 1) il budget per gli effetti speciali si è effettivamente incrementato; 2) le lance non sono l’arma ideale per il corpo a corpo. Ah, e anche DATE UN EMMY A EMILIA CLARKE, possibilmente nella categoria Best Overacting With Facial Expressions.

Inquadratura finale con uno shot che promette mari e monti e che, invece, si rivelerà fuffa. Giusto per concludere il post in maniera ciclica, con un velato rimando al PD.

Noterella di colore locale. Ho cominciato a seguire Defiance. Se cercate fantascienza talmente trash da sublimare nell’eccelso, beh, l’avete trovata.

Il contentino che ogni tanto va dato

Quando dicevo che gli uomini scrivono romanzi premi Nobel e le donne gli Harmony, mi davate contro, mi predavate per folle. Ma ora perfino una grande e illustre casa editrice mi dà ragione al cento percento. Gli uomini scrivono meglio delle donne. Le donne sono una specie di scrittore inferiore, svantaggiata, e che pertanto va protetta.

E voi non potete dire che sono solo un blogger lunatico perché non sono più una voce che urla nel deserto. Ora ho il sostegno di una Grande Casa Editrice. Ora siamo in tanti. E, quindi, abbiamo ragione.

Il giorno 20 aprile la Delos, sul forum del Writers Magazine Italia, ha postato un bando di concorso veramente interessante. Ovviamente non da un punto di vista narrativo, perché è il bando di un concorso per racconti erotici – e la narrativa erotica non è affatto narrativa, è risaputo. È interessante, invece, a livello contenutistico.

Questo messaggio è rivolto esclusivamente alle nostre autrici donne, e adesso spieghiamo il perché.

Ohibò, spiega, spiega che son curioso.

La nascente Delos Digital, branca di Delos Books che si specializzerà in iniziative da pubblicare in ebook su tutte le piattaforme digitali, varerà una collana dal titolo “Senza sfumature”.

Acciprugna, bando, non tergiversare!

Si tratterà di una collana di racconti erotici al femminile, scritti da donne per le donne.

Ok, questo è il succo del bando. Ma mettiamolo un attimo da parte perché devo fare battute anche sul resto.

I penimuniti sono vietati perché:

Ovvero racconti erotici in cui le sfumature dell’amore e dell’eros sono fittamente intrecciate, come solo le donne sanno scrivere (e qualche uomo, è vero, ma le lettrici diffidano di storie del genere scritte dagli uomini, e gli pseudonimi lasciano il tempo che trovano, perché facilmente “sgamabili”. Preferiamo quindi donne vere, come autrici).

Le donne sono spaventate dall’acume e dalla bravura dell’uomo scrittore. Per di più, un uomo che entra nel territorio narrativo di competenza della donna, ossia gli Harmony, la disorienta, influenzando sensibilmente la sua abilità nel preparare sandwich, badare ai bambini e stirare nei momenti immediatamente successivi. Inoltre gli pseudonimi sono facilmente sgamabili, suvvia. O anche voi siete tra quelli che sono caduti dal pero quando hanno scoperto che UmbertA MassimilianA AmedeA Brambilla, autrice di “Le avventure erotiche di Ifigenia nel carcere femminile di Rio de Janeiro”, era in realtà un maschio?

Va bene, il resto del bando sono cavilli tecnici che non ci interessano perché noi siamo uomini e se vogliamo vedere un paio di tette andiamo su internet o, meglio ancora, ordiniamo alla nostra donna di mostrarcele, come è suo dovere e privilegio, e non ci sbattiamo a leggere romanzetti d’appendice che richiedono inutile lavoro d’immaginazione.

Il succo della questione è che l’illustre editore Delos Book ha indetto un concorso con pubblicazione e 25% di royalties sul venduto a cui solo le donne possono partecipare. Perché, potreste domandarvi in malafede.

La risposta non può che essere, parafrasando la redazone di WMI (e il buon senso), che le donne sono fragili, inferiori e stupide:

l’erotismo scritto al maschile è molto diverso e le donne non lo leggono

Esatto! La donna sa che l’uomo, per natura suo signore e padrone, è infinitamente più bravo di lei anche in campi che lei stessa, poveretta, aveva tentato di fare suoi. E, sì, una cosa del genere sembra ingiusta, perché svantaggia ingiustamente l’unico sesso in grado di scrivere narrativa decentemente, ossia noi uomini. Ma è un sacrificio che va fatto. Alla donna va data ogni tanto un’opportunità di eccellere e di gioire dei suoi successi – successi che, comunque, lo ricordo, sono tale grazie alla benevolenza di noi uomini – assieme alle sue amiche. Magari bevendo un tè con pasticcini o ricamando un centrotavola.

Perché è vero, le donne sono inferiori all’uomo in qualsiasi campo, “narrativa” erotica inclusa. Ma, l’uomo sa, da essere superiore, che ogni tanto va concesso un minimo di contentino. Un po’ come quando abbiamo fatto quella giocosa cosa di dare loro il diritto all’istruzione, ricordate? Che risate…

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Noterella di colore locale: per scrivere questo post ho interrotto la visione dell’episodio due di Da Vinci’s Demons. Ah, the things you do for love.

Game of Thrones 3×03 – Walk of Punishment

Che cosa ne facciamo di questo terzo episodio di Game of Thrones, intitolato Walk of Punishment, scritto da Benioff & Weiss e diretto da David Benioff per la prima volta dietro la macchina da presa? Lo definirei un episodio polarizzante, ma nel senso che o lo si è amato o lo si è odiato. È polarizzante prima di tutto con sé stesso, perché è un insieme di scene e scelte narrative che da una parte mi sono piaciute parecchio, e di altre che ho trovato non solo fuori posto ma anche in contrasto con il tono generale della serie.

Vediamole una a una.

L’episodio si apre a Riverrun, per la prima volta inclusa nei titoli di testa, con il funerale di Hoster Tully, padre di Catelyn. Al funerale facciamo conoscenza con Edmure Tully, che per tre volte manca di colpire la salma del padre con la freccia incendiata, e Brynden Tully, detto Blackfish, che prende l’arco di mano al nipote per supplire alle sue mancanze. Segue piccolo concilio di guerra in cui Robb, già messo alle strette da Rickard Kastark e Roose Bolton, si sfoga (BEST ACTING EVER da parte di Richard Madden) con lo zio colpevole di aver mandato a puttane un piano studiato ad arte per catturare Gregor Clegane solo per inseguire una facile vittoria e un po’ di gloria. Proprio come nei libri, Edmure Tully è un po’ un idiota.

Sempre a Riverrun c’è settimanale scena strappalacrime con Catelyn, che questa volta confida le sue angosce allo zio Brynden. Se la scena strappalacrime della settimana scorsa riguardava il piccolo Jon Snow ammalato che Catelyn lovvava al punto di volerlo perfino far riconoscere dal marito (CANON!), in questo episodio Catelyn ricorda suo padre e ripensa a Bran e Rickon, che lei crede morti. Michelle Firley, diamogliene atto, è una gran brava attrice, e quando il suo personaggio non è out of character rende ancora meglio. In più, il Pesce Nero si lascia scappare la prima frase veramente quotable della stagione (“It often comforts me to think that even in war’s darkest days, in most places in the world absolutely nothing is happening.”). Per cui Riverrun è promossa.

King’s Landing, invece, ne esce fuori così e così. Da una parte assistiamo al ritorno (era ora) di Varys nel primo concilio ristretto da quando Tywin Lannister ha assunto l’incarico di Hand of the King. Scena caratterizzata anche da un lungo silenzio e dal gioco di sedie, in cui Cersei sposta la sua sedia accanto al padre e Tyrion la allontana il più possibile. E anche dal… SIMBOLISMO! (I Lannister e Pycelle sono in ombra, mentre Varys e Littlefinger sono illuminati dalla luce che entra dalla finestra, casualità o rappresentazione simbolica dei giochi di potere e conoscenza su cui si regge Westeros?) Nel concilio apprendiamo anche che tutte le manovre di Littlefinger dalla stagione uno all’altroieri erano parte di un piano congegnato per ottenere un titolo nobiliare (lord di Harrenhall) abbastanza prestigioso per poter essere considerato un pretendente di Lysa Tully, che si trova nella posizione di vedova rimaritabile e di protettrice reggente dell’Est in luogo del figlio Robin.

Sono sotterfugi e macchinazioni del genere il motivo per cui Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, e relativa trasposizione telefilmica, mi sono sempre piaciute. E la parentesi di King’s Landing poteva chiudersi lì, per me, magari dando spazio alle millemila storie che avanzano a passo di lumaca (l’invasione di Mance Ryder, la fuga di Theon, Arya e la fratellanza senza vessilli, i piani di Stannis e Melly Sanders, il corvo a tre occhi, gli Estranei e le altri centorcicimiladiecicento fili della trama). Invece si è dovuto dare spazio ai nostri bro preferiti, Tyrion e Bronn, perché ora Peter Dinklage ha il top billing nei titoli di testa e deve essere presente per un tot di minuti a puntata – anche a scapito del tono della stessa. Allora Tyrion e Bronn, mentre recuperano i libri contabili di Littlefinger ora che Tyrion è stato nominato maestro del conio, pensano di sdebitarsi con Pod, che ha salvato la vita di Tyrion nella battaglia di Blackwater, noleggiandogli una tripletta di troie. Perché lol. In questo frangente mi preme di ricordare che, almeno stando al materiale originario, PODRICK PAYNE HA DODICI ANNI. È anche vero che nello show Pod è interpretato da un attore di ventuno anni, ma resta sempre uno scudiero, e quindi, se la storia non mi inganna, un giovane di quattordici/sedici anni. Comunque, visto che non sono una femminista di Tumblr, non è l’età il problema principale. Il problema principale è che Podrick è talmente bravo a letto che le tre troie rifiutano di essere pagate e Tyrion e Bronn ne sono molto meravigliati (“We’re going to need detail. Copious details.”). Ahahah che ridere.

No, sul serio, non ho nulla contro a qualche battuta qua e là, specie se serve a fare da contrappeso all’atmosfera generalmente cupa della serie, i battibecchi di Arya e Gendry e quelli degli stessi Tyrion e Bronn sono sempre ben accetti. Ma un’intera scenetta sulle prodezze sessuali di Podrick Payne? Sul serio? Voi direte: ma è poca cosa. Eh, sono comunque cinque minuti di screen time che potevamo trascorrere con Iwan Rheon, sapevate?

(Tra parentesi, ora sappiamo come si risolve il cliffhanger di A Feast for Crows, quando lady Stoneheart fa impiccare Brienne e Pod: Brienne è viva perché l’abbiamo reincontrata in A Dance with Dragons, Pod a ‘sto punto è sopravvissuto perché si è tenuto in equilibrio sul pisello.)

Andiamo dall’altra parte del Mare Stretto che è meglio, va’. Ad Astapor troviamo quella che secondo me è stata una Daenerys in perfetta forma. Mentre ser Jorah e ser Barristan se la litigano tra loro (Daenerys è la mia khaleesi, trovati una khaleesi tutta tua!), Dany comincia a fare un piccolo passo che la porterà a trasformarsi da miss I AM DAENERYS STORMBORN AND I WILL TAKE WHAT IS MINE WITH FAIAH AND BLUOOODH in una regina vera e propria. Una regina che entro la fine della quinta stagione tutti ameremo odiare, ma pur sempre una regina competente. Dany, dopo aver appreso di più sulla vita ad Astapor, ed essere rimasta moderatamente disgustata dallo schiavismo che lì va per la maggiore, decide di acquistare tutti gli Unsullied in città, pagandoli con uno dei suoi draghi. Mi ricordo quando lessi questa stessa scena in A Storm of Sword, ed ero oltraggiato. Non l’avessi fatto, vederla nella serie mi avrebbe fatto lo stesso effetto.

Ma la narrazione, nel caso di Daenerys, si spezza proprio prima che qualcosa di concreto possa avvenire. E la pretendente Targaryen è in buona compagnia. Perché in questa puntata la maggior parte delle storie è andata avanti per inerzia, senza approdare a nulla di concreto. Theon è stato liberato da quello che potrebbe essere Ramsay Snow (ma che più probabilmente si rivelerà essere Mordan di Norvos), viene riacciuffato dai suoi carcerieri, messo a chiappe all’aria per essere zumpato di forza e poi nuovamente salvato da Mordan che uccide gli inseguitori di Theon (incluso uno che lo chiama “bastardo”). Ora, so che Theon scompare per la bellezza di due libri e che tutto quello che gli succede è narrato, pur tra molte omissioni e impliciti, nei primi capitoli di Reek in A Dance with Dragons, ma a me pare che si stia procedendo un po’ lentamente con la grande e scioccante rivelazione. È quasi crudele. Ricordatevi che ogni secondo in cui non siamo certi che “boy” è in realtà Ramsay una fyccina perde le ali e muore. D’altra parte, Arya e Gendry dicono addio a Hot Pie, in una scena effettivamente più sentimentale di quanto fosse nel libro, ma che non posta di molto avanti la storia; Jon cammina tra la neve d’Islanda e poi Mance lo manda a scalare la Barriera assieme a Thormund Giantsbane; e infine Sam ritorna da Craster assieme ai corvi superstiti (e a uno che, giuro, è il tizio di Torchwood), giusto in tempo per vedere Gilly che partorisce. Insomma, non succede quasi niente.

L’unica eccezione a quanto sopra sono le avventure di Jaime e Brienne, catturati dagli uomini di Roose Bolton e diretti ad Harrenhall. Jaime fa presente a Brienne che probabilmente di notte sarà stuprata a ripetizione. E quando ciò avviene, Jaime riesce a salvarla intortando il boltoniano con vaghe prospettive di un riscatto da parte di Selwyn Tarth, padre di Brienne e lord di Tarth. Il boltoniano lo minaccia un po’ col coltello e poi, quando il momento sembra essere passato… ZAC, gli mozza la mano.

Un finale (per i non-lettori) brusco, inaspettato e scioccante, che risolleva quasi per intero una punt…

Che cazzo è questa musica? Che cazzo centra con Game of Thrones che, l’ultima volta che ho controllato, è un drama fantasy medievaleggiante?

Perché, Benioff? Perché?

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EDIT per segnalare che questo è il duecentesimo post del blog. UIIIIII