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Ho letto Dragonero, ma non mi ricordo niente

Oggi volevo postare la recensione di Dragonero – La maledizione di Thule, romanzo scritto da Stefano Vietti e basato sull’omonima serie a fumetti Bonelli scritta da Luca Enoch e dallo stesso Vietti. Non sono in grado di farlo per il semplice motivo che del romanzo, di cui ho terminato la lettura il tre dicembre, quindi in pratica due settimane fa, non ricordo nulla.

Assolutamente nulla.

E siccome ancora non ho l’Alzheimer o qualche forma di demenza senile, se un libro che ho concluso da una settimana non ha lasciato in me una traccia che sia una, la colpa non è mia ma del libro.

Facciamo qualche passo indietro, però, e prendiamoci un paio di paragrafi per parlare di Dragonero.

Dragonero nasce nel 2007 come primo dei romanzi grafici Bonelli e nel 2013 viene promosso a serie regolare di cui finora è stata pubblicata una ventina di volumi mensili. Io ho letto i primi quattro e, devo dire che, al di là di una partenza non proprio col botto, ho trovato il primo story arc tutto sommato niente male. Certo, è quel genere di fantasy classico che ha più il sapore di una campagna di Dungeons & Dragons che non altro, e già alla fine del secondo volume avevo capito la vera identità del cattivo, ma in fin dei conti mi è piaciuto. È quel tipo di storia classica che, a prescindere dal genere narrativo – dal western trito e ritrito di Tex all’horror perennemente anni Ottanta di Dylan Dog –, alla Bonelli piace tanto pubblicare.

Chi è Dragonero? Un personaggio Bonelli. Per cui maschio bianco eterosessuale, più di trent’anni ma meno di quaranta, tutto d’un pezzo, tendenzialmente lawful good, sa darsi da fare con le signorine ma non è un morto di figa, moderatamente tecnofobo. Nel particolare Ian Aranill, questo il suo vero nome, è uno scout imperiale appartenente a un’antica casata di cacciatori di draghi. Possiede una spada “magica”, Tagliatrice Crudele, la cui lama è diventata nera dopo essere entrata in contatto con il sangue di drago ucciso. Inoltre, durante gli eventi del romanzo a fumetti del 2007, Ian beve accidentalmente del sangue di drago e ottiene un potere che, in sostanza, è +10 al focus, ossia che gli consente, tra le altre cose, di rallentare il tempo in situazioni tese o di pericolo o individuare oggetti o creature anche al di fuori del suo campo visivo.

Ian si accompagna nei suoi viaggi ad alcuni amici, che poi sono in sostanza un party da D&D. C’è l’orco Gmorr, brutale ma bonaccione, l’elfa Sera, vegana e pacifista, Myrva, sorella di Ian e membro della Gilda dei Tecnocrati, e Alben, vecchio mago misogino. Fino a dove sono arrivato io è lampante l’assenza del nano burbero ma dal cuore d’oro, ma non dubito che farà la sua comparsa negli albi successivi.

In tutto questo, Stefano Vietti, co-papà di Dragonero assieme a Luca Enoch, scrive un romanzo, questa volta narrativo, in cui si racconta un’avventura di Ian e della sua banda. Il romanzo, Dragonero – La maledizione di Thule, viene pubblicato da Mondadori nella collana Chrysalide. E già questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. Perché Chrysalide sta alla buona narrativa come Edward Mani di Forbice sta alla masturbazione.

Che però uno dice: oh, ma Vietti comunque se la cava con le storie a fumetti, conosce il personaggio, e poi, alla fine della fiera, il suo lavoro è pur sempre scrivere, magari il risultato è qualcosa di, sì, generico, ma pur sempre accettabile.

E invece no. Come dimostra il semplice fatto che, mentre ricordo abbastanza bene il primo arco narrativo della serie a fumetti, ogni dettaglio del romanzo è uscito dalla mia testa appena dopo aver letto la parola “fine”, Dragonero – La maledizione di Thule non è un buon romanzo e non è un buon fantasy. E prima che diate la colpa a me, sappiate che le condizioni in cui ho letto il libro sono quelle standard: sui mezzi, sul divano, a letto prima di mettermi a dormire, sul cesso. Aggiungeteci che comunque tendo a ricordarmi ciò che leggo perché, you know, recensioni, e se ne esce che il problema non ce l’ho io ma il romanzo.

E credo di sapere anche qual è, questo problema. Tutto sta nella differenza di mezzo narrativo. Stefano Vietti è uno sceneggiatore di fumetti, uno bravo, uno che se la cava. Ha scritto Hammer, e ho sentito da più parti che Hammer è una figata. Però tra scrivere (bene) soggetto e sceneggiatura di un fumetto e scrivere (bene) un romanzo ce ne passa.

Dragonero romanzo fa uso del narratore onnisciente a focalizzazione interna, che, all’interno dello stesso troncone di testo, salta nella testa del personaggio di cui, al momento, viene comodo conoscere pensieri e sensazioni. Una tecnica che oggi non è più accettata come lo era venti-trent’anni fa. “Eh ma lo faceva anche Stephen King.” Lo faceva anche Stephen King vent’anni fa, ora non lo fa più.

Una narrazione del genere diviene un po’ confusa per il lettore nel momento in cui salta dalla testa di un personaggio all’altra, costringendolo ad assumere il punto di vista del personaggio in questione. Mentre in una sceneggiatura puoi dire che nel pannello uno il personaggio Ciccio si guarda intorno con sospetto perché è preoccupato ma non dà voce alla sua preoccupazione perché non si fida del tutto dei suoi compagni, mente nel pannello due Panzo è invece felice come una pasqua perché gli piace passeggiare per i boschi, in un testo narrativo, oggigiorno, è meglio evitare di entrare nella testa di un personaggio diverso senza avere, nel testo, una cesura che comunichi al lettore che il passaggio è avvenuto. Come se alle tre unità aristoteliche andasse ad aggiungersi anche l’unità di POV.

Ma il vero problema non è questo.

Non ricordo pressoché nulla – e, in ogni caso non abbastanza da scriverne una recensione vera e propria – del romanzo di Vietti per via del modo in cui è scritto. Ora, Vietti ha delle buone capacità descrittive e, nonostante La maledizione di Thule segua uno schema reimpostato e classicissimo di mille altre avventure fantasy, c’è da dire che per lo meno le descrizioni ambientali funzionano. Ma secondo me è qui che ci si ferma.

La prosa di Vietti è poco empatica, un po’ anche a causa del continuo shiftare punto di vista, ma non solo. È come se ci fosse un muro tra il lettore e il personaggio. Le emozioni che i personaggi provano vengono comunicate per iscritto al lettore senza che questi abbia l’opportunità di dedurle dal testo. “Giovannino è stanco” invece di “Giovannino ha il respiro corto, il volto rigato dal sudore e un principio di capogiro”. In una sceneggiatura per fumetto si può tranquillamente scrivere “Giovannino è stanco”, perché è poi il disegnatore a ritrarre Giovannino nell’atto di essere stanco (quindi sudato, affannato e simili), e il lettore deve interpretare la stanchezza dal disegno, in un testo narrativo è sempre meglio descrivere gli effetti che una sensazione o un’emozione hanno sul personaggio anziché sbatterla nel testo nero su bianco. Se il testo narrativo ci informa che Giovannino ansima ed è tutto sudato, noi lettori siamo costretti a interessarci a Giovannino quel tanto che basta per metterci nei suoi panni e dedurre che, stando a quello che ci dice l’autore, è stanco (o sta avendo un infarto).

Il libro ha anche il problema dei dialoghi. Se in un fumetto sono disposto ad accettare dialoghi che suonano falsi (tipo un personaggio che fa monologhi coerenti durante una scena di battaglia) per via delle costrizioni del medio, ciò non accade in un romanzo, in cui gli strumenti a servizio dell’autore sono diversi. Lo stesso dicasi per i wall of text. Se in un fumetto un personaggio parla e parla e parla è accettabile per costrizioni di spazio. Costrizioni che non esistono in un romanzo, nel quale, ad esempio, non è molto bello leggere di Iolanda che vagheggia per paragrafi e paragrafi del Mistico Ordine Monacale della Colombella Satanica. In un fumetto c’è la botta di exposition (posto che non dovrebbe esserci comunque perché la botta di exposition è brutta narrativa), in un romanzo suona malissimo. Sarebbe in quel caso meglio servirsi degli strumenti del mezzo narrativo che si sta usando e spezzettare il monologo sul Mistico Ordine Monacale della Colombella Satanica in un dialogo botta e risposta tra Iolanda e Atalarico, con il risultato che a) l’exposition è mascherata; b) il testo non è più una lezione universitaria ed è pertanto più vivace e di facile lettura.

In buona sostanza, i problemi di Dragonero – La maledizione di Thule, sono gli stessi problemi che si possono riscontrare nel romanzo di un autore esordiente che scrive la novellizzazione di una campagna di Dungeons & Dragons. La questione è che Stefano Vietti non è il primo che passa per strada, ma uno sceneggiatore affermato e di successo (e di cui ho letto roba che, alla fine della fiera, mi è piaciuta).

Cosa è successo? È stato fregato dal passaggio da un mezzo narrativo di cui aveva padronanza (la sceneggiatura per fumetto) a un altro con il quale deve ancora prendere dimestichezza (la narrativa).

Quindi la morale di questo articolo è non pensate mai che passare dallo sceneggiare serie di successo per Sergio Bonelli Editore allo scrivere un romanzo per la Mondadori sia semplice. Che penso sia qualcosa di successo a tutti noi e sul quale sia opportuno riflettere.

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Il gioco del gioco del trono

Tutto ha inizio nell’accampamento degli Stark. Nei panni del primo personaggio giocabile siamo impegnati in compiti e conversazioni di basso profilo, più per familiarizzare con i comandi e il sistema di dialogo che altro. C’è allegria nell’aria, si sbevazza e si festeggia.

Poi compare una scritta in sovrimpressione. Che avvisa il giocatore che quella è la notte delle Nozze Rosse.

Fino a ora, ci sono stati due tipi di giochi basati sulle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: quelli sviluppati già in partenza per essere giochi basati sulle Cronache, e le mod per giochi già esistenti. Di queste due categorie, i primi sono giochi terribili. I secondi, specie le mod per Crusader Kings II e Mount & Blade Warband, sono giochi divertenti, ma che soffrono i limiti del loro gioco madre, e sono inadatti a trasmettere la vera esperienza delle Cronache.

Game of Thrones – A Telltale Games Series è su un altro pianeta.

Come quasi tutti i giochi sviluppati dalla Telltale, è un’avventura grafica basata più sulle scelte del giocatore che non sulla risoluzione di puzzle. Niente capra di Lochmarne, per intenderci, solo una buona dose di narrazione. The Walking Dead è l’esempio perfetto del prodotto che è lecito aspettarsi dalla Telltale. Basato sulla serie a fumetti, il gioco racconta una storia a sé stante, che solo brevemente va a toccare l’universo di Kirkman.

Game of Thrones, invece, è basato non direttamente sulle Cronache ma sulla serie televisiva HBO (il che permette di avere nel gioco personaggi doppiati dagli attori con i quali gran parte del pubblico, anche i non lettori, ha familiarità). Come The Walking Dead, però, gli eventi narrati non sono quelli dei protagonisti della serie madre, ma è una sorta di spin-off con personaggi e storie originali.

Protagonisti di Game of Thrones sono i Forrester, una famiglia fedele agli Stark (menzionati brevemente in uno dei capitoli di Stannis in A Dance with Dragons – non mi ricordo narrato da chi, ma c’era Stannis) che, dopo le Nozze Rosse, si trovano in una posizione più che precaria. Da secoli la sopravvivenza dei Forrester è basata sulla produzione di oggetti in ferrolegno, e i Bolton, nuovi guardiani del Nord, sono intenzionati a garantire le terre dei Forrester alla famiglia Whitehill, loro rivali.

Come nelle Cronache, la narrazione del gioco è basata sui punti di vista – in questo caso consentendo al giocatore di controllare, di volta in volta, le azioni di un personaggio. I tre “personaggi POV” di questo primo episodio, Iron from Ice, sono Ethan Forrester, giovane membro del clan Forrester (e mio personale preferito) che si ritrova, inaspettatamente, a occupare una posizione di potere, Mira Forrester, la più grande delle due figlie dei Forrester, che ad Approdo del Re presta servizio come dama di compagnia della futura regina Margaery Tyrell, e Gared Tuttle, la cui famiglia serve i Forrester da generazioni (lui stesso è scudiero di Lord Forrester) e che si trova a dover rispettare un oneroso giuramento e, in seguito, a pagare per qualcosa di cui non ha colpe.

Se non dico nulla di più riguardo la trama è perché non voglio spoilerare niente, perché la storia è avvincente, e fin da subito riesce a trasportare all’interno del mondo delle Cronache, i personaggi sono interessanti (l’unico dubbio che ho è relativo a Mira Forrester e al perché e al percome una donna del nord sia finita a fare da dama di compagnia a una Tyrell di Alto Giardino), e fin da subito si presentano delle scelte in grado di dare dei grattacapi. E ovviamente, non bisogna dimenticare che siamo sempre nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. E in un gioco Telltale.

Se dal punto di vista narrativo, fin da subito, Game of Thrones è un solido 9/10, ci sono, come in tutti i giochi Telltale, quei piccoli problemi grafici. Animazioni che non vanno come dovrebbero e i personaggi che si muovono in maniera poco fluida. Ma d’altro canto uno non gioca ad avventure grafiche Telltale con in mente la grafica. Magari posso avere qualcosa da ridire sullo stile dei disegni, che qui cerca di assomigliare, anziché ai fumetti (come in The Walking Dead e The Wolf Among Us – dove aveva senso, dopotutto erano adattamenti di fumetti), alle illustrazioni stile quelle in Il mondo del Ghiaccio e del Fuoco. Il risultato, a mio avviso, è così e così.

A conti fatti, questo primo episodio di Game of Thrones – A Telltale Games Series è un eccellente inizio per un adattamento che, finalmente, rende giustizia videoludica al materiale originario. La premessa della storia e i personaggi sono interessanti e, soprattutto, fin da subito si ha quella sensazione di essere in Game of Thrones.

Il prossimo episodio, intitolato The Lost Lords, con nuovi personaggi POV, nuove guest star della serie televisiva, e le conseguenze delle scelte prese in questo episodio, dovrebbe essere disponibile tra circa quattro settimane.

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Recensione – “Mr. Mercedes” di Stephen King

Ed eccoci alla consueta recensione dell’ultimo romanzo di Stephen King, tradizione che si ripete da Notte Buia, Niente Stelle (yep, era il 2010, quattro anni fa). In attesa che Revival arrivi sul mercato italiano (marzo 2015), ho preso in mano Mr. Mercedes.

Devo fare però una piccola confessione: ho comprato e letto Mr. Mercedes più perché si tratta di un romanzo di Stephen King e io di Stephen King leggerei anche la lista della spesa, che per via della trama o di altro. Mr. Mercedes è infatti un thriller in piena regola. E ce lo ricordiamo cos’è successo l’ultima volta che Stephen King ha scritto un thriller? No, perché il risultato è stato Colorado Kid, romanzo breve (o racconto lungo, più che altro) che la stragrande maggioranza dei lettori preferisce far finta non sia mai esistito.

Sarà Mr. Mercedes quel tipo di romanzo di Stephen King? O il re dell’horror riuscirà ancora una volta a stupire tutti quanti dimostrando la propria stoffa di narratore? Non piacciono anche a voi le domande retoriche?

Che cosa succede

Bill Hodges è un poliziotto in pensione grasso e con latenti pensieri suicidi. Un giorno riceve una lettera da parte di un assassino che Bill non è mai riuscito ad assicurare alla giustizia, un uomo che, una mattina, ha rubato una Mercedes e si è andato a schiantare contro le persone in coda alla locale fiera del lavoro, facendo una strage. L’assassino, Bill deduce dal messaggio, non solo lo ha tenuto d’occhio, ma lo invita anche a mettersi in contatto con lui. Il gioco del gatto con il topo diventa ben presto una serrata corsa contro il tempo, con in ballo non più solo l’orgoglio di un poliziotto in pensione, ma la possibilità che Mr. Mercedes colpisca di nuovo.

Che cosa ne penso

A volte, quando Stephen King esce dalla sua comfort zone dell’horror soprannaturale, scrive cose bellissime. Le tre novellette in Stagioni diverse, tre capolavori assoluti, non hanno un briciolo di horror soprannaturale. Misery è più un thriller giocato sulla suspense che un horror. 11/22/63 è un romanzo di fantascienza.

Inoltre, Stephen King se la cava pure a scrivere thriller, a dispetto del già menzionato Colorado Kid. C’era un serial killer già in La Zona Morta. Il già citato Misery non è un procedurale ma era decisamente un thriller. Blaze è un piccolo gioiello di caratterizzazione. Dolores Claiborne è a tutti gli effetti la confessione di un omicidio. Maxicamionista. Perfino Joyland non era malvagio.

Qui, invece, il segno è in parte mancato. Ovvero, Mr. Mercedes è comunque un romanzo scritto bene e ben curato, che dosa i momenti di tensione e suspense combinandoli con quelli di crescita dei personaggi. Ma l’idea di fondo è che ci sia qualcosa che manchi. Non al punto di dire che Stephen King questo romanzo qua l’ha scritto così tanto per, ma di sicuro Mr. Mercedes è una storia meno ispirata rispetto a molte altre. Che poi uno dice, vabbè, con una media di due libri pubblicati all’anno ogni anno, qualche ciofeca ci può anche stare – come del resto si è già visto in passato. Il problema è un altro. Sarà forse per via di tutto quel parlare di computer, social network e cultura pop moderna che si fa nel romanzo, ma per la prima volta leggendo un libro di Stephen King ho avuto l’impressione che a scriverlo fosse un vecchietto che parla di qualcosa al di fuori della sua sfera di conoscenze. Dei “giovani d’oggi”. E non con la spocchia di quel vecchiaccio immusonito che è tutto un “voi giovinastri con la vostra musica pum-pum-pum che ai miei tempi si chiamava rumore” o “fuori dalla mia proprietà, drugat del menga”, ma pur sempre con l’awkwardness che consiste nel sapere che c’è una discreta distanza temporale tra chi scrive e ciò di cui scrive.

In pratica, Stephen King è un vecchio. Il che non è affatto un problema. Il problema nasce invece quando questa vecchiezza traspare al lettore. Ed è la prima volta che mi capita, con Stephen King, per il quale sono sempre stato pronto a sospendere l’incredulità e dire, ok, credo in quello che mi stai raccontando. E dico ciò con la morte nel mio cuore da Fedele Lettore.

C’è anche da notare che Mr. Mercedes non si colloca all’interno dell’immenso universo narrativo degli altri romanzi di Stephen King, visto che a un certo punto si parla della miniserie televisiva di IT, quando invece in altri romanzi – l’ultimo mi pare sia stato 11/22/63 – i fatti di Derry sono parte della realtà. Questo forse è un altro punto per sottolineare la distanza tra il “solito” Stephen King e l’autore di Mr. Mercedes.

Così come è importante sottolineare che un effetto negativo su come scorre la storia ce l’ha anche la traduzione italiana. Vi basti sapere che preferirei piuttosto subirmi lo starnazzare della Lipperini e seguito di altereghi che inevitabilmente contornerebbero una nuova traduzione dei vuminghi, piuttosto che sottopormi a una nuova traduzione di Giovanni Arduino. E non è solo il atto che la resa dell’inglese non fila come dovrebbe e in alcuni punti chi conosce entrambe le lingue non può fare a mano di interrompere la lettura e alzare gli occhi con un “eh?” dipinto a caratteri cubitali in volto. No. La cosa che mi è rimasta qui è quel Diana la Balenga di pagina 58. Perché ovviamente è normale immaginarsi due detective statunitensi usare termini gergali piemontesi, no? È normale come i “santa polenta” dei geni che traducono Lansdale – e che pretendono di aver ricevuto la benedizione dell’autore per l’utilizzo di termini a cazzo.

Ma, al di là di tutto, Mr. Mercedes non è un brutto romanzo. È un thriller che avrebbe potuto benissimo scrivere Michael Connelly, un libretto da leggere sui mezzi senza troppe pretese. I personaggi non sono malvagi e ho apprezzato l’approfondimento nella psiche sia di Bill Hodges che del suo avversario, il criminale noto alle cronache come Mr. Mercedes. C’è qualche coincidenza di comodo che aiuta a fare avanzare il plot, è vero, così come un po’ troppi momenti – specie durante il climax finale – in cui avrei voluto urlare “ma chiama la polizia, no?!”, ma tutto sommato ho gradito sia la parte un pochino più investigativa all’inizio che quella più tesa alla fine. Il fatto resta sempre che certe cose vanno bene in un thriller di Michael Connelly. Da Stephen King pretendo di più.

In conclusione

Mr. Mercedes è un romanzo un po’ inconsueto nella produzione di Stephen King, perché osa troppo poco. È un semplice thriller adagiato sugli allori, con un plot in apparenza solido ma che ogni tanto pecca di eccessiva coincidenzite. I due protagonisti sono solidi, soprattutto per l’attenzione alla caratterizzazione psicologica, ma non risultano del tutto simpatici o gradevoli e King deve spesso affidarsi ai coprimari per coprire queste loro lacune (e per questo ho i miei dubbi sui due sequel già in programma). A ciò va abbinata una discreta fiacchezza nella prosa, non tanto per quanto riguarda la qualità – a scrivere è pur sempre Stephen King – ma più che altro per quanto riesce a connettere con il lettore. Completa il quadro una traduzione fatta coi piedi.

In buona sostanza l’idea è che Stephen King abbia fatto come quello studente poco ispirato che fa i compiti giusto per rosicare una sufficienza. Qualcosa di buono c’è, ma si tratta di qualcosa di intrinseco nella penna di King e non del frutto del suo duro lavoro.

Che poi ci può anche stare, una volta ogni tanto. Preso in sé, Mr. Mercedes è sufficiente. Ma a malapena.

Voto finale

10

Recensione – “The Widow’s House (The Dagger and the Coin #4)” di Daniel Abraham

Con The Widow’s House la serie The Dagger and the Coin di Daniel Abraham è in dirittura d’arrivo verso la sua conclusione, pianificata con il quinto volume, The Spider’s War, previsto per l’anno prossimo. Sempre ammesso che i piani non cambino e che la serie non si allunghi in maniera indefinita.

Anyway, se ricordate, la mia reazione alla scoperta della qui presente serie di Daniel Abraham, amyketto di Giorgino Martin e che dal Cicciopanza con le bretelle è molto influenzato in stile, esecuzione e tematiche, è stata entusiasta. I primi due volumi di D&C erano il genere di fantasy che piace leggere a me, con tanti personaggi, con intrighi sì elaborati, ma non tanto da risultare difficili da seguire, sufficientemente epico ma anche leggero e divertente. Insomma, un’equilibrata via di mezzo tra la campagna di Dungeons and Dragons e i bizantinismi delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. È solo nel volume successivo, The Tyrant’s Law, che ho cominciato a lamentare una certa stanchezza. Trame e personaggi c’erano tutti, ma l’impressione era quella che Abraham li stesse muovendo qua e là per il mondo più per esigenze editoriali che di trama. D’altra parte si tratta di romanzi estremamente formulaici, per lo meno nella struttura – capitoli di tremila parole o poco più (le ho contate), ciascuno che si conclude con un cliffhanger, un colpo di scena o una frase a effetto – e questo perché Abraham è uno che con la scrittura ci mangia e caccia fuori di solito due o tre libri all’anno, in altrettante serie.

Per cui, come andrà con questo quarto agile volumetto, The Widow’s House? Scopriamolo insieme. Cioè, io già lo so, ma è una di quelle frasi fatte a effetto.

Che cosa succede

Due eventi avevano segnato il finale del volume precedente. Da una parte, Cithrin ha dato il due di picche definitivo a Geder Palliako, il che ha reso la guerra di conquista del lord reggente qualcosa di personale, al di là dell’espansione del dominio della Dea Ragno e dei suoi preti. Dall’altra parte, Marcus, Kit e ciò che rimane della sua compagnia di attori, hanno risvegliato dal suo sonno millenario nientemeno che Inys, l’ultimo dei draghi.

Spinto dalla volontà di farla pagare a Cithrin, Geder decide di invadere Briancour, dove Cithrin ha fatto ritorno dopo gli eventi del volume precedente. Nonostante l’apporto dei preti, guidati da Barsahip, abbia finora consentito ad Antea di vincere tutte le battaglie e gli assedi della guerra di conquista, la situazione ora pare abbia subito un rallentamento, perché nemmeno il potere della Dea Ragno può dove, in pratica, manca la grana per finanziare l’esercito. D’altronde questo permette a Marcus di ricongiungersi con Cithrin a Porte Oliva e, insieme a lei (e a Inys, la sua nuova arma segreta), di prepararsi all’attacco dell’esercito imperiale.

Intanto, Clara Kalliam deve bilanciare il proprio desiderio di vendetta con la necessità di proteggere la sua famiglia. E siccome due dei suoi figli, Vicarian e Jorey, sono impegnati nelle prime file dell’imminente guerra contro Briancour, il primo come voce della Dea Ragno e il secondo in qualità di Gran Maresciallo di Antea, nientemeno, bilanciare le due cose non le riesce affatto facile.

Che cosa ne penso

Nelle recensioni precedenti mi pare di aver sempre definito Abraham un mestierante, più che un artista della scrittura. Abraham, come ho già accennato nell’intro, è uno che di scrittura ci mangia, più simile a un impiegato che lavora per una grande azienda che all’idea mitica dello scrittore-artista poco interessato delle cose terrene, stile le deadline e le richieste del suo editore. Abraham pubblica più di un romanzo all’anno, partecipa ad antologie multiautore, sceneggia fumetti e così via. Ora, se devi occuparti di tutte queste cose non puoi dire “scrivo nella mia baita isolata sulle Montagne Rocciose, ascoltando musica classica e bevendo vino rosso, e sempre se e solo se ho l’ispirazione”. Proprio per niente. Quando sei un professionista stile Abraham scrivi tutti i giorni che tu ne abbia voglia o meno. E come fare quando l’ispirazione o la voglia scarseggiano? Ebbene, pare che la soluzione di Daniel Abraham sia quella di aderire a uno schema che, in teoria, dovrebbe semplificargli la stesura di un romanzo.

Ad esempio, sono straconvinto che ogni aspetto della qui presente serie The Dagger and the Coin sia stato pianificato nei minimi dettagli. O quasi. Il che significa che per ogni volume Abraham già sa che succede questo, questo e quest’altro. Sa anche che ogni capitolo inizia così e cosà e finisce con un determinato cliffhanger o una frase a effetto. È tutto preparato, e si vede. Ed è anche questa la debolezza della serie. Perché, come il volume precedente, anche il qui presente The Widow’s House dà l’idea di essere un mezzo filler.

È un libro in cui uno dei personaggi è un fottuto drago millenario che, però, non fa un accidenti di niente dall’inizio alla fine. Nelle prime pagine si limita a volare, incredulo che il suo sonno sia durato così tanto. Poi rivela a Marcus qualcosa sulla Dea Ragno (qualcosa che, comunque, si era già capito nel libro precedente – ora ne abbiamo la certezza). Poi assieme a Marcus e compagnia arriva a Porte Oliva. E tu dici, oh, figo, perché a Porte Oliva sta arrivando anche l’esercito di Antea per assediare la città. Finalmente una battaglia con un drago. E invece no. Inys viene messo k.o. da degli strumenti appositamente preparati da Geder per contrastarlo, e non si tratta nemmeno di una sorpresa, perché essendo Geder uno dei POV principali sapevamo già che stava lavorando agli aggeggi ammazzadraghi. Per cui in pratica siamo nella situazione in cui sono gli umani (in senso lato perché i personaggi della serie non sono tutti umani) a dover salvare il potente drago. Che potrebbe anche essere una interessante sovversione del cliché, se non fosse che, mi ci gioco le scarpe, nel prossimo romanzo ci sarà la scena badassa del drago in battaglia. E allora perché tutto questo casotto? Perché Abraham ha introdotto il drago nel terzo volume con l’intenzione di utilizzarlo nel climax del quinto. Il che significa che in questo volume deve vivacchiare.

Tanto è vero che perfino Cary, una degli attori itineranti, si rende conto dell’inutilità del drago quando dice:

“Calling fire from the air? […] That has to be good for something more than copperweights at a taproom.”
“You mean fighting?” Marcus said.
“For instance,” Cary said.

Clara Calliam, del canto suo, si mette in testa di seguire l’esercito guidato dal figlio fino a Porte Oliva. Ora, Clara è il mio personaggio preferito dell’intera serie. È, penso, il personaggio preferito di chiunque (Geder rimane impresso, ma per Clara si tifa, il che è leggermente diverso). Però a mio avviso anche la sua presenza nel romanzo appare piuttosto forzata. Il suo piano è sempre quello di indebolire Geder. Ok, ma come? Che utilità le dà seguire l’esercito del figlio? Le motivazioni che il libro ci fornisce sono un po’ traballanti. Da una parte Clara vuole evitare di finire di nuovo tra le grinfie dei preti che, essendo in grado di individuare le menzogne, potrebbero facilmente scoprire i suoi piani di vendetta. Ma va considerato che, agli occhi di Geder, la famiglia Kalliam è completamente riabilitata, soprattutto per via dell’amicizia che lo lega a Jory, il più giovane dei figli di Clara. D’altra parte, è Clara stessa a dire nel libro che ha seguito l’esercito perché vuole vedere il momento in cui il potere di Geder, raggiunto il picco massimo, è inevitabilmente destinato a cadere. Che può avere senso a livello psicologico, ma non molto a livello pratico. E a me Clara è sempre sembrata una donna pratica.

E allora perché ha seguito l’esercito? Per esigenze di trama. Se Clara fosse rimasta nella capitale non avrebbe mai incontrato Callon Cane e scoperto il segreto sulla sua identità (segreto che, anche qui, noi lettori già conoscevamo).

E poi c’è una cosa che io, personalmente, faccio un po’ fatica a comprendere (che poi magari sono io che sono tardo, ma vabbè), ossia il motivo per il quale i preti della dea ragno sono considerati “i cattivi”. Voglio dire, a me sembra che, a parte saper determinare chi sta mentendo e chi è sincero e avere un innato odio per i libri e la parola scritta, non siano ‘sta gran minaccia. Non sono la setta dei preti cattivi che si può trovare in qualche campagna di D&D di basso livello. Sono un ordine religioso poi non così differente dalla chiesa cattolica, ad esempio. È semmai Geder che, in nome della fede nella dea ragno – e delle sue fisime personali – dà l’avvio alla guerra di conquista. Eppure i preti sono “i cattivi”, come non manca di sottolineare Inys. Boh. Per dirla con Marcus Wester:

We’ve got a pretty consistent record of killing each other without any spiders being involved.

D’altra parte, tuttavia, va precisato che il romanzo non è comunque brutto o noioso. Il modo in cui Abraham ha l’ha strutturato rende il ritmo di lettura sempre interessante, e consente al lettore di non perdere l’attenzione. Inoltre, si dà qui per la prima volta risalto alla moneta, il Coin che è parte del titolo della serie. Non che prima i magheggi della banca non fossero importanti. Ma ora il denaro viene utilizzato come una vera e propria arma, che è senz’altro uno sviluppo più maturo rispetto al pim-pum-pam-facciamo-guerra-picchiamo-tutti.

In conclusione

The Widow’s House è un romanzo sufficiente. Ha dei pregi, ma non è particolarmente buono, e allo stesso modo ha dei difetti senza essere particolarmente pessimo. Sebbene la storia proceda, e il ritmo narrativo sia come sempre serrato, l’impressione che ne ho avuto è quella di un romanzo ben poco spettacolare. Ora, se nel caso del precedente volume, The Tyrant’s Law, punto di mezzo della serie, poteva anche starci un po’ di filler, in questo caso no, perché dopo The Widow’s House è previsto il finale della serie, e mi aspettavo per lo meno qualche fuoco d’artificio.

Invece gran parte degli eventi e delle situazioni che avrebbero potuto essere spettacolari si risolvono nel proverbiale tanto fumo e niente arrosto. C’è un drago, ma per tutto il romanzo non fa quasi nulla di rilevante e/o spettacolare. Geder passa la metà dei suoi capitoli a fare il musone per il due di picche ricevuto. Marcus, come sempre, si lascia sballottare qua e là dagli eventi. Perfino Clara, il personaggio rivelazione della serie, qui sembra muoversi senza una logica ferrea, come un pezzo impazzito su una scacchiera.

Il tutto è a servizio della trama, lo capisco. Tizio fa così e cosà perché nell’epico climax che (spero) ci riserverà il volume successivo deve succedere questo e quest’altro. Ma tutto ciò ci lascia, per l’appunto, con un romanzo che è sì di lettura agile e immediata, ma di cui purtroppo ricorderemo ben poco una volta concluso. Il che è un gran peccato, perché il mondo e i personaggi creati da Abraham meriterebbero di meglio.

Voto finale

7

Recensione – “L’ombra della maledizione” di Lois McMaster Bujold

Ehi, che ne dite di una nuova recensione? E di un libro vero, questa volta. Fantasy, pure.

Più o meno cinque o sei mesetti fa inauguravo una rubrica, intitolata Scrittori con la Vagina, in cui mi proponevo di leggere fantasy scritto da autori donne sia per allargare i miei orizzonti, sia per cercare di far luce sull’attanagliante mistero che da sempre incombe su chi si occupa di letteratura, ovvero: perché se lasci da solo un uomo con una macchina da scrivere ti cava fuori un romanzo premio Nobel, mentre se lasci da sola una donna ti ritrovi un Harmony.

Il romanzo con cui mi ero cimentato nell’episodio pilota della rubrica era La corporazione dei maghi di Trudy Canavan, avventura fantasy leggera ed harrypotterosa, con buchi logici e una buona dose di stereotipi e luoghi comuni. Non di certo una partenza col botto.

Il romanzo di cui parliamo questa volta, invece, L’ombra della maledizione di Lois McMaster Bujold, a dispetto del tutolo che sa di già visto, è situato diversi scalini sopra quello della Canavan.

Che cosa succede

Dopo aver passato diciannove mesi in schiavitù sulle galee Roknari, Lupe dy Cazaril, per gli amici Caz, fa ritorno nella patria natia di Chalion da uomo distrutto, tradito, senza più possedimenti e martoriato nel fisico e anche un po’ nello spirito. Cazaril spera che l’anziana Provincara di Valenda, presso la quale aveva servito come paggio quando era molto più giovane, lo prenda a servizio nella sua corte. La Provincara, che in effetti si ricorda di Cazaril, lo assegna come tutore della Royesse Iselle, sorella del Royse Teidez. L’incarico è per la verità di basso profilo perché, nonostante l’attuale Roya di Chalion, Orico, sia senza figli, il suo fratellastro Teidez è l’immediato erede al trono e Iselle ha pertanto un ruolo di scarsa rilevanza politica.

Tutto cambia, però, quando il Roya Orico convoca Teidez e Iselle a corte, e Cazaril si trova a dover proteggere la Royesse dai pericoli che provengono non solo dai nobili assetati di potere di Chalion – tra cui molte vecchie conoscenze di Cazaril, incluse le persone responsabili per molte delle sue sventure –, ma anche da una misteriosa maledizione che sembra gravare da generazioni sulla famiglia reale, e che minaccia di fare di Iselle la sua vittima finale.

Che cosa ne penso

Se c’è un tipo di fantasy che a me piace un pochino più degli altri, è quello impregnato di politica, e L’ombra della maledizione proprio di questo genere fa parte.

Lois McMaster Bujold, famosa per il fantascientifico Ciclo dei Vor, per scrivere L’ombra della maledizione si è ispirata a un evento storico che ha segnato il corso della storia europea e anche mondiale. Già i nomi utilizzati nel romanzo dovrebbero dare l’idea, o per lo meno il sentore, della Spagna altomedievale.

La Royesse Iselle altri non è che una versione fantasy di Isabella di Castiglia, e il romanzo stesso narra una versione, ovviamente rielaborata e fantastica, delle vicende che hanno portato al suo matrimonio con Ferdinando d’Aragone e all’unificazione della penisola iberica. Nel romanzo, il Roya Orico è un’incarnazione fittizia di Enrico IV di Castiglia e Leon, il Royse Teidez rappresenta Alfonso principe delle Asturie, fratello minore di Isabella e presunto erede al trono e gran parte degli altri personaggi ha una controparte storica. Il che non significa che una conoscenza basilare della storia medievale possa precludere dal godersi il romanzo senza farsi spoilerare troppo. L’ombra della maledizione, infatti, utilizza la vera storia di come Isabella divenne regina di Castiglia e Leon più come uno spunto da cui partire che non come un riferimento preciso sul quale costruire la trama. Se la storia della Spagna medievale è quella che dà l’ispirazione alla Bujold, è anche vero che tutto il resto, caratterizzazione psicologica dei personaggi inclusa, dipende dal volere – e dal talento – dell’autrice.

Fun Fact: Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona si sono visti anche in un episodio di Da Vinci’s Demons. Visto che Da Vinci’s Demons è una serie fondamentale?

Che poi si tratta, e mi ripeto, del mio genere di fantasy preferito. Non lo sword and sorcery, non l’urban, ma il fantasy storico. Del resto, la storia è piena zeppa di eventi e personaggi memorabili. Dalla caduta di Costantinopoli a Baldovino il Lebbroso, da Mademoiselle Maupin alla maledizione di Jacques de Molay, la storia è ricca di eventi da cui prendere spunto per scrivere un romanzo. In più, se il romanzo lo scriviamo fantasy, siamo legittimati uno, a giustificare ogni inesattezza storica con la frase “tanto è fantasy”, e due, possiamo infilarci dentro i draghi. Perché ogni cosa è meglio con un drago.

L’ombra della maledizione non ha draghi, ma non ho di che lamentarmi per quanto riguarda la parte più propriamente soprannaturale e fantastica del romanzo. E la magia, presente ma non preponderante, funziona perché è sorretta da un pantheon religioso cedibile e ben strutturato. Chalion ha la propria religione, basata sul culto di cinque divinità, Padre, Made, Figlia, Figlio e Bastardo, con i propri riti e la propria mitologia, il che contribuisce ad arricchire notevolmente l’atmosfera del romanzo. Inoltre ci consente di dire impunemente dio Bastardo senza far piangere papa Francesco.

Quello che, però, definisce il romanzo è il lavoro di caratterizzazione psicologica che l’autrice ha fatto sui personaggi. Cazaril in testa, eroe senza alcuna caratteristica eroica – è sì intelligente e un soldato più che competente, ma non ha la lingua lunga di Tyrion Lannister, né la superbellezza, la superforza e il garystuismo generale di Richard Rhal, né la badasseria di Roland di Gilead – ma devoto alla propria missione e alle persone a cui tiene. E probabilmente un’altra autrice avrebbe fatto di Iselle una principessina ribellina del cazzo, magari con marcate connotazioni di strong-and-independent-woman-who-needs-no-man anacronistiche ma che strizzano l’occhio a quel pubblico femminista che innegabilmente è in crescita anche per quanto riguarda il genere fantasy. Invece Iselle è una giovane donna figlia del suo tempo, vivace, astuta e intelligente, ma anche conscia della propria posizione e del proprio ruolo.

Ora, prima di concludere con la recensione, voglio mettere le mani avanti e dire che mi sento un po’ in colpa a ghettizzare L’ombra della maledizione all’interno della categoria “romanzi fantasy scritti da donne”, anche se la rubrica Scrittori con la Vagina non è altro che una cosa ironica, pensata al massimo per trollare qualche femminista hardcore (e, di tanto in tanto, per lanciare qualche frecciatina passivo-aggressiva alle autrici di erotica Delos). Il realtà lo “scritti da donne” qui è superfluo. L’ombra della maledizione è un romanzo fantasy e basta. Un buon romanzo fantasy.

E anche, purtroppo, una mosca bianca.

In conclusione

L’ombra della maledizione è il genere di fantasy che piace a me. Un fantasy politico che affonda le proprie radici in eventi storici riconoscibili (l’ascesa al trono di Isabella di Castiglia). Certo, gli eventi storici non sono al cento percento accurati, del resto è un romanzo dotato di vita propria, non un saggio storico. E anche gli intrighi e le macchinazioni politiche non sono poi così complicati. Ma sono fatti bene, e spesso alle trame bizantine è preferibile qualcosa di più lineare, se alla fine si ottengono gli stessi risultati.

Punto di forza del romanzo sono i personaggi e l’ambientazione. In un mondo in cui il fantasy è brutto, sporco e cattivo, con gente che dice parolacce, si sbudella e scopa dalla mattina alla sera, con o senza il consenso della fanciulla coinvolta, un romanzo come L’ombra della maledizione riesce a essere adulto basandosi non sull’effetto shock, ma sulla maturità dei propri personaggi e la profondità dell’ambientazione.

Pur essendo una lettura autoconclusiva, L’ombra della maledizione ha un sequel e un prequel. Il sequel, La messaggera delle anime (vincitore di premio Hugo e premio Nebula, per dire), vede protagonista la Royina Vedova Ista, madre di Iselle e personaggio marginale nel primo romanzo, ed è interessante perché è uno dei pochi romanzi in cui la protagonista assoluta è una donna di mezz’età, e solo per questo meriterebbe una lettura. Il prequel, La messaggera delle anime L’incantesimo dello spirito, invece, è una storia a sé stante, ambientata nel passato del mondo di Chalion e in un paese menzionato solo di passaggio negli altri due volumi.

Voto finale

9

L’abbiamo capito, vi piace Murakami

L’ultimo premio Nobel per la letteratura che conosco di nome è stato Mario Vargas Llosa. L’ultimo di cui ho letto qualcosa che mi è effettivamente piacuto, quel comunistaccio di Josè Saramago.

Se mi conoscete, sapete che gli scrittori premio Nobel non sono il mio pane quotidiano. Non perché, eww, hanno vinto il Nobel, quindi sono pretenziosi, fuggite sciocchi finché potete, ma perché spesso e volentieri uno scrittore premio Nobel non scrive roba che a me va di leggere. Quella volta che Saramago ha scritto una sorta di postapocalittico (sulla carta Cecità parla del collasso della società, se non vogliamo chiamarlo postapocalittico perché, in effetti, non vi è un’apocalisse di vasta scala, di certo non possiamo non chiamarlo speculative fiction) l’ho letto e mi è piaciuto parecchio.

Va anche premesso che il premio Nobel per la letteratura per me ha perso ogni parvenza di serietà quando a vincerlo è stato Dario Fo. E il premio nobel in generale quando Obama ha vinto nel 2009.

Però.

Però.

Statemi un attimo a sentire.

No, sul serio, compagni intellettuali, prestatemi orecchio.

Non è che ogni anno dovete scassare la minchia con Murakami.

Ogni.

Fottuto.

Anno.

L’abbiamo capito, vi piace Murakami. Del resto alcune delle trame alla base dei suoi romanzi non sono male, si dilunga spesso a parlare di gatti e, soprattutto, non è uno scrittore murikano, cosa che per l’intellettuale è un must.

Ogni anno l’angoscia della gente che, e chi è [inserire nome del vincitore]? Cosa aspettano a darci il Nobel a Murakami Haruki? Buuuuu, zero stelline.

Compagni intellettuali, sul serio.

Compagni intellettuali.

Lasciamo per un attimo perdere che a me Murakami non piace affatto. Ma proprio per niente.

Lasciamo perdere che ogni anno ci sono almeno tre scrittori che hanno lo stesso livello di popolarità internazionale di Murakami e che, a mio avviso, meritano il Nobel più di lui. Ossia Joyce Carol Oates, Margaret Atwood e Cormac McCarthy. E sono solo tre scrittori che conosco IO.

Ci sono trecentosessanta milioni di scrittori al mondo. Alcuni anche meritevoli. Alcuni bravi. Alcuni il cui corpo letterario incontra i criteri di merito perdurante e/o idealismo concernente i diritti umani che l’Accademia Svedese ha fissato per l’assegnazione del premio Nobel. Ecco, magari uno di questi è più meritevole di Murakami, ma siccome è una poetessa estone che non pubblica con Feltrinelli in Italia nessuno la conosce (posto che, buuu, che intellettuali siete se non siete appassionati di poesia estone?).

Patrick Modiano non lo conosce nessuno. E ‘sticazzi non ce li mettiamo? A parte che, a partire da oggi, già lo sento, Patrick Modiano è diventato lo scrittore preferito del 95% degli intellettuali che lo conoscevano quando ancora non era popolare. È davvero così male se uno dei più importanti (il più importante?) premi letterari internazionali guardi oltre l’ombelico della celebrità di massa?

Però, per favore, basta trifolare le gonadi ogni anno con la storia del Murakami favorito. Certe cose riserviamole solo quando sono dovute. Tipo per Tatiana Maslany agli Emmy.

2

The Flash, la recensione più veloce del mondo

L’altra sera è andato in onda il primo episodio di Flash. Se fossimo ancora in estate – e possiamo esserlo, con una buona dose di negazione – The Flash sarebbe stata una di quelle serie che avrei inserito nella lista di quelle potenzialmente trash da guardare.

Il pilot, in realtà, era leakato online tempo addietro, per cui c’è anche la possibilità che qualcuno di voi lo abbia già visto da parecchio. Del canto mio, ho aspettato la premiere televisiva per un semplice motivo: sono ossessivo-compulsivo.

Come ben sapete, Flash è uno spin-off di Arrow, e io di Arrow avevo guardato giusto i primi cinque episodi mettendoci subito una croce gigante sopra, perché delle avventure del giustiziere social justice warrior we are the ninety-nine percent, sinceramente, me ne fregava poco e niente. Tuttavia, mi sono detto, se non guardo la serie madre non ha senso seguire lo spin-off (shhh, nella mia testa ha senso), così ho recuperato Arrow. E devo dire che nella seconda stagione migliora, di poco ma migliora, non fosse altro che per l’introduzione di Felicity Smoak e perché quando si picchiano ci mettono un minimo di convinzione e quel pizzico di coreografia e stunt coordination che male non fa. E anche perché a me Colton Haynes fa ridere come parla tutto impostato. Tipo, dai tempi di Teen Wolf.

Anyway, gli episodi migliori della seconda stagione di Arrow, manco a dirlo, sono quelli con special guest star Berry Allen, ossia il giovante tecnico forense che un giorno diventerà Flash.

Di Flash c’è da notare anche un’altra cosa: è la prima serie tv basata su un fumetto di cui ho letto il materiale originario prima di vedere l’adattamento. Precisiamo però che di Flash ho letto solo una ventina di numeri, tutti New 52, e che l’unica cosa che mi è rimasta bene impressa è gorilla parlanti cazzutissimi.

Il che ci porta alla serie tv. Da qualche anno a questa parte la CW, il network su cui Flash va in onda, si è parzialmente reinventata da canale che manda in onda teen drama a canale che manda in onda serie di generi diversi ma comunque rivolte a un pubblico giovane. Nel palinsesto CW ci sono ancora troiate immani, stile Beauty and the Beast e Reign, ma anche serie di successo come Arrow e uno dei miei personali guilty pleasure, The 100, di cui ho già parlato in questi lidi fino ad alienarmi lettori.

The Flash si inserisce perfettamente nel quadro generale, in quanto fin dall’episodio pilota si dimostra una serie sì supereroistica, ma anche pregna di momenti stile soap opera che sono il cringe supremo – tipo Barry Allen che è innamorato di Iris, ma Iris non solo lo vede solo come un amico (stupida donna, come si permette di non essere un premo a beneficio dell’eroe?) ma se la fa anche col detective belloccio il cui unico crimine è non essere Barry Allen e pertanto si merita odio e deprecazione.

Ma andiamo con ordine. Barry Allen è un tecnico CSI – che dovrebbe essere CSU, come in Crime Scene UNIT, ma CSI è uno show famoso per cui cicciamocelo – il cui passato è segnato dalla misteriosa morte della madre e del conseguente arresto di suo padre. A seguito di un incidente all’acceleratore di particelle dei laboratori STAR, Barry Allen viene colpito da un fulmine ed entra in coma. Solo che il fulmine che l’ha colpito non è proprio un fulmine, e Barry Allen si ritrova a essere l’uomo più veloce del mondo. A differenza del suo amyketto del cuore Oliver Queen, che compare nel pilot in un cameo, Barry Allen decide di lasciar perdere il vigilantismo e di diventare un eroe a tutti gli effetti, qualcuno che possa dare speranza agli abitanti di Central City.

E il risultato del pilot, per me, è positivo. Con un solo, piccolo ma riferito al numero di informazioni, citazioni ed elementi che gli sceneggiatori hanno ritenuto di dover riversare nella prima puntata. Come per il pilot di Gotham, anche Flash è una sorta di tacchino ripieno il giorno del ringraziamento. Solo con rimandi all’universo DC anziché cranberry sauce.

Ma per il resto per me è una serie tv consigliata. Mi è piaciuto l’attore che interpreta Barry Allen (mi aveva già convinto in Arrow, a dirla tutta), ho approvato le scene d’azione, che rendono bene l’idea dell’uomo più veloce del mondo, e ho anche apprezzato il livello di autoconsapevolezza di uno show che va in onda sulla CW (“Lightning gave me abs?”).

Più di tutto, però, ho apprezzato il tono generale dell’episodio. Che, sorpresa sorpresa, è più leggero del resto della roba DC attualmente in circolazione. Da quando Nolan se n’è uscito con la sua trilogia del Cavaliere Oscuro (che, come tutti i film di Nolan sono troppo lunghi, infarciti di spiegoni a prova di idiota, e sopravvalutati), pare che tutti i film e i telefilm basati su personaggi DC debbano essere tetri e malmostosi. Vittima illustre Man of Steel, in cui Superman distrugge Metropolis che neanche Godzilla e uccide persone perché la trama dice così. Anche Arrow ha la sua buona dose di mestizia, seppur controbilanciata da qualche momento di leggerezza. In Flash non è solo qualche momento, è il tono generale. Come se qualcuno se ne fosse uscito con questa pazza idea che le storie di supereroi possono essere anche divertenti, pazzesco no?

In buona sostanza, a differenza della serie che l’ha originato, The Flash è partito con il piede giusto. Grant Gustin è sorprendentemente azzeccato nel ruolo di Barry Allen/Flash, e tra i coprimari ci sono alcuni attori niente male (Tom Cavanagh, che interpreta Harrison Wells, il capoccia dei laboratori STAR, e Jesse L. Martin, il detective West), l’azione c’è ed è sorprendentemente ben realizzata (Flash non picchia come Green Arrow, ma la scena dell’inseguimento in auto vale tutti i combattimenti Green Arrow vs. Deathstroke), inoltre, la serie è leggera e divertente. Che per me è una ventata di fresca novità nel tenebroso panorama degli adattamenti DC.

Ora, se solo riuscissero a trovare il budget per un certo gorilla parlante spaccaculi…