Nel mondo di Stephen King, la città di Castle Rock è una sorta di fratello sfigato delle ben più famose Derry e Jerusalem’s Lot (ma sempre più celebre Ludlow). Nel corso degli anni è stata l’ambientazione di alcuni romanzi, novelle e racconti di Stephen King, tra i quali La zona morta, Cujo e La metà oscura.

Castle Rock è stata in seguito distrutta durante gli eventi di Cose preziose e, stando a quanto si evince in una descrizione che si fa della città in Premium Harmony, racconto contenuto in Il bazar dei brutti sogni, la cittadina del Maine non si è mai ripresa dagli eventi del 1992.

Non so bene per quale motivo, ma ho sempre ritardato l’acquisto e la lettura di Cose preziose, perché solo basandomi sulla sinossi, l’ho sempre giudicato uno di quei libri di Stephen King che sarebbe finito per piacermi meno degli altri. Come Tommyknockers, L’acchiappasogni, Insomnia e The Dome, mi aspettavo sarebbe stato uno di quei romanzi con troppi personaggi e troppe situazioni. Quando poi ho letto il romanzo, esattamente un anno fa, ho constatato che in effetti era come temevo, e inoltre c’erano come minimo 200 pagine di troppo. Il che un po’ mi è dispiaciuto, perché se Cose preziose doveva essere l’addio a Castle Rock, si è trattato di un addio deludente.

Ora, ho letto da più parti che La scatola dei bottoni di Gwendy costituisce invece un ritorno, dopo tanti anni, a Castle Rock. Non sto dicendo che non sia così: La scatola dei bottoni di Gwendy è ambientata a Castle Rock, dopotutto, solo che gli eventi della storia sono precedenti a quelli di Cose Preziose. Per cui non conta. Per un vero ritorno a Castle Rock, un ritorno cronologico, abbiamo forse quello che sarà il prossimo romanzo di King (o meglio, prossimo venturo, insomma, quello dopo The Outsider), Elevation, il cui incidente scatenante è la lite tra un medico residente a Castle Rock e le vicine di casa lesbiche il cui cane ha il vizio di fare i bisognini sul suo prato.

Ma qui non siamo a parlare di letture che vedremo tradotte da noi tra più di un anno.

Per cui, torniamo a La scatola dei bottoni di Gwendy. Si tratta di una novella, un romanzo breve di molte centinaia di pagine più sottile dei soliti tomoni cui Stephen King ci ha abituato. Si tratta anche di una collaborazione tra Stephen King e Richard Chizmar, che è l’editore di Stephen King alla Cemetary Dance e il curatore di numerose antologie. In pratica la storia è che Stephen King aveva già scritto buona parte del racconto, ma non sapeva dove andare a concluderlo, ne ha parlato con Chizmar, che gli ha suggerito delle potenziali vie di sviluppo, quindi quella collaborazione si è andata evolvendo in una vera e propria scrittura a quattro mani. Si tratta anche della seconda collaborazione di fila, dopo quella con il figlio Owen King in Sleeping Beauties, e probabilmente una delle meglio riuscite. E, sì, sto includendo nel conteggio anche le due con Peter Straub in Il talismano e La casa del buio.

Protagonista della storia è Gwendy, una ragazzina in sovrappeso che ha passato l’estate ad allenarsi per perdere peso in vista dell’inizio del nuovo anno scolastico. Il rituale di allenamento di Gwendy comprende il salire di corsa gli scalini della cosiddetta Scala del Suicidio, che porta al promontorio di Castle Rock. Un giorno, proprio sulla cima del promontorio, incontra un uomo misterioso. Ora, anche se siamo nella prima metà degli anni Settanta, Gwendy è una ragazzina giudiziosa e sa benissimo che non si deve parlare con gli sconosciuti, ma l’uomo misterioso, che le si presenta come Richard Farris (UMM UN UOMO MISTERIOSO VESTITO INTERAMENTE IN NERO LE CUI INIZIALI SONO ERRE ED EFFE GENTE HO COME UNA BRUTTA SENSAZIONE) è in realtà carismatico quel tanto che basta per catturare la sua attenzione. E in più ha un regalo, una scatola con dei bottoni colorati e delle levette. Sei dei bottoni rappresentano i continenti, più quello rosso, che rappresenta qualsiasi cosa Gwendy voglia, e quello nero che rappresenta tutto quanto. Le levette invece azionano due meccanismi che fanno apparire l’uno un cioccolatino e l’altro un dollaro d’argento. In barba alla tiritera del non accettare caramelle dagli sconosciuti, Gwendy mangia uno dei cioccolatini e subito si sente bene come mai prima di quel momento. Richard Farris, del canto suo, le affida l’incarico di custodire la scatola dei bottoni, e sparisce giù per la Scala del Suicidio.

Nel corso dei mesi e poi degli anni seguenti, Gwendy continua a consumare i cioccolatini della scatola, che non solo la fanno dimagrire come per magia, ma l’aiutano a eccellere negli sport, nello studio, e sistemano anche la sua situazione famigliare. Va da sé che l’interesse di Gwendy si sposta presto sui bottoni, perché se i cioccolatini sono capaci di tutti quei prodigi, chissà che cosa possono fare loro.

Così Gwendy decide che è arrivato il momento di premere uno dei bottoni, e di vivere con le conseguenze del suo gesto. Perché all’improvviso, da magica, la scatola dei bottoni sembra essersi trasformata in diabolica, e Gwendy dovrà fare di tutto perché non cada in mani sbagliate.

La cosa principale che volevo dirvi a proposito di questo libro è che arrivato circa a metà mi sono reso conto che era passato parecchio tempo dall’ultima volta che mi ero goduto così tanto una storia di Stephen King. Non è un segreto che abbia trovato i suoi ultimi romanzi — Mr. Mercedes e i due seguiti in primis, ma anche altri — piuttosto mediocri per non dire deludenti. In termini di storia, cura dei personaggi e, soprattutto, dell’atmosfera.

La scatola dei bottoni di Gwendy non reinventa la ruota. Parte da una premessa che, ad esempio, mi ha subito riportato alla mente il racconto L’uomo vestito di nero in Tutto è fatidico (anche quello ambientato a Castle Rock, solo settant’anni prima degli eventi di questo libro). La storia poi è piuttosto lineare, non ci sono enormi sconvolgimenti, rivelazioni o momenti di epica climacità. Ma, cavolo, mentirei se dicessi che non mi ha ricordato i bei tempi in cui prendevo un romanzo di Stephen King e non riuscivo a metterlo giù neanche se mi andava a fuoco la casa intorno. Addirittura quando ho cominciato a leggerlo, subito dopo aver finito l’adeguatamente pregevole Sei donne e un libro di Augusto De Angelis, mi sono dovuto imporre di andare a dormire perché erano quasi le tre del mattino.

Perché rubare le ore di sonno (o far perdere le fermate della metropolitana) è il vero potere di un buon libro. E pertanto, sulla sola e unica base di questo criterio assolutamente soggettivo, eccomi qui a decretare che La scatola dei bottoni di Gwendy è un buon libro e vale la pena leggerlo.

Non concludo con “il Re è tornato, lunga vita al Re” perché ho deciso prima di mettermi a scrivere questa recensione che è una frase ormai abusata e che andrebbe ritirata per sempre, per cui faccio la mia parte al riguardo.